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Formazione permanente e identità professionale nel servizio sociale

Il concetto di formazione permanente nasce da alcune premesse. Com’è noto, l’idea che l’uomo non possa sottrarsi all’esigenza di un apprendimento permanente è molto antica in quanto scaturisce, in modo naturale e spontaneo, anche dal bisogno della semplice lettura dei dati dell’esperienza quotidiana. Negli ultimi decenni tale idea ha registrato una sensibile evoluzione e un notevole ampliamento di significato, fino ad assumere la connotazione di un fondamentale principio pedagogico: la formazione permanente. In tale contesto, dal dibattito che si è sviluppato sul piano culturale generale e su quello delle scienze dell’educazione in particolare, è emersa l’esigenza di costruire un sistema di educazione permanente che abbia i seguenti caratteri distintivi: continuità, globalità, universalità, comprensività, differenziazione, dinamicità, realizzazione dell’equilibrio dello sviluppo verticale, orizzontale e trasversale.
Integrando poi l’analisi si evidenzia come la formazione permanente professionale si debba configurare come un sistema che:
– Mette gli individui nelle condizioni di correlarsi continuamente con la dinamica dei profili professionali e degli sbocchi occupazionali connessa con l’evoluzione dei sistemi politico-economici.
– Promuove l’acquisizione di una seria professionalità, ma all’interno del processo di sviluppo globale della personalità: formazione umana e sociale, acquisizione di una solida preparazione culturale.
– È destinato a tutti i cittadini, qualunque età essi abbiano, in modo da soddisfare anche la domanda di riqualificazione, specializzazione e aggiornamento professionale che nasce da esigenze individuali e/o dal sistema economico-produttivo.
– Utilizza diversi soggetti, istituzionali e non, e diverse vie, formali ed informali; compone interdisciplinarmente contenuti dei filoni umanistico, scientifico e tecnologico.
– Soddisfa le mutevoli esigenze, sul piano qualitativo, quantitativo e territoriale, della domanda e dell’offerta di lavoro.
– Attua interventi differenziati in funzione dei settori e comparti economici, dell’ambiente socioculturale, dei fattori territoriali, delle esigenze della domanda e dell’offerta di lavoro e delle caratteristiche dell’utenza;
– Rende possibili modifiche non traumatiche del ruolo professionale in conseguenza di cambiamenti che interessano la sfera individuale (età, status socioeconomico, livello di istruzione, ecc.) e/o l’offerta di lavoro.

A queste considerazioni dobbiamo aggiungere la nozione di identità, definibile come il sentimento di coerenza ed unità del sé, alla quale sono riconducibili i concetti di unicità, differenza e continuità nel tempo. In tale concezione la consapevolezza di appartenere ad un gruppo svolge quindi una funzione fondamentale su quella parte dell’immagine di sé definita identità sociale, di cui quella professionale costituisce una preziosa specificazione. Ogni individuo, infatti, rapportandosi con il mondo esterno, opera una categorizzazione di sé all’interno di un certo insieme di soggetti, detto gruppo di appartenenza, caratterizzato da norme e aspettative specifiche che concorrono alla definizione del ruolo dei suoi membri. Un’insufficiente consapevolezza dell’insieme dei diritti e dei doveri connessi al proprio ruolo così come la percezione della marginalità di status del gruppo di appartenenza darebbero quindi luogo ad ambiguità e conflitti fino a vere e proprie crisi d’identità sociale.

Appare a questo punto evidente che l’identità dell’assistente sociale sia comprensibile solo se rapportata alla pluralità dei principali elementi che costituiscono per essa dei poli di identificazione e che possono essere così sintetizzati:

– Il cittadino/utente, delle cui istanze l’assistente sociale è, o dovrebbe essere, portavoce di fronte alle istituzioni e che ha esercitato sull’immagine professionale un’influenza affatto marginale;
– Il sistema delle politiche sociali, che definisce e legittima i profili occupazionali, regola la mobilità tra i diversi quadri professionali e predispone criteri e modalità dei compensi;
– Il servizio in cui l’operatore è inserito e che richiede lo sviluppo tra gli operatori di relazioni funzionali all’organizzazione;
– I singoli collaboratori (professionisti e non) che possono basare le proprie richieste e relazioni su visioni ed esigenze anche divergenti rispetto a quelle proprie dell’assistente sociale;
– Le altre agenzie di matrice eterogenea con le quali la professione si è sempre rapportata talvolta anche scontrandosi e che, dopo anni di apparente latitanza dalle scene politiche sembrano destinate a svolgere un ruolo sempre più partecipe nella programmazione e gestione del settore sociale a livello sia locale sia nazionale;
– La comunità professionale di appartenenza, che pur essendo stata caratterizzata per lungo tempo da scarsa coesione e disomogeneità culturale, sta in questi anni sempre più affermandosi.
– Le funzioni di consulenza psicosociale;
– Le funzioni di animazione socio-politica e sviluppo comunitario della rete sociale territoriale per la promozione della comunità;
– Le funzioni di collaborazione per la programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sociali;
– Le attività di formazione e di ricerca sociale.

Da quanto mostrato risulta un profilo professionale dell’assistente sociale estremamente complesso e frammentato, dotato di tante connotazioni quante sono le percezioni che su questo confluiscono, e proprio per questo più difficilmente comprensibile nella sua organicità e coerenza.

Ma quale bisogno formativo esprime questa professionalità, che opera contemporaneamente in ambiti a volte sconnessi fra loro? Ci si può chiedere infatti quale sia il nesso logico esistente tra società reale, che è poi la quotidianità dove opera l’assistente sociale, e società istituzionale, dalla quale la società reale riceve sollecitazioni ed indicazioni, e con le cui normative deve fare i conti. Sempre più va allentandosi il legame tra bisogni espressi dal sociale e modalità dei servizi, mentre cresce enormemente l’interconnessione tra dimensione ideologica e struttura dei servizi stessi. Dalla lettura delle più recenti esperienze di ricerca sembra doversi evincere che è sempre meno il bisogno reale a condizionare l’evoluzione dei servizi mentre cresce il peso delle scelte politiche ed ideologiche che finiscono per essere i veri motivatori e strateghi del servizio. A questo punto l’operatore o arretra e si estranea, ma con ciò non riuscirebbe a modificare questa logica, oppure entra nel dibattito cercando di capirlo, di interpretarlo, di insinuarsi nelle fessure di questa complessa situazione. Formare oggi l’assistente sociale, dunque, non significa più solo offrire strumenti più o meno raffinati e/o più o meno efficaci per risolvere una gamma certamente crescente di problemi, all’interno di un numero crescente di settori. Se una nuova lettura di questa professione deve essere fatta, tale lettura non può prescindere dal prendere atto che l’assistente sociale si trova oggi all’interno di una dimensione problematica diversa, con implicazioni nuove a livello di lettura del sociale e quindi nuove esigenze per quanto riguarda la sua formazione professionale.

Partendo da queste premesse si delineano tre livelli culturali all’interno di un moderno processo formativo permanente riferito all’assistente sociale:

– Un primo livello orientato all’acquisizione di nozioni e di tecniche atte a far conoscere ai soggetti la realtà nella quale essi dovranno operare.
– Un secondo livello composto da quel complesso di conoscenze che devono permettere di capire le logiche del sistema politico-burocratico e leggere in modo funzionale, e non intermediato, i percorsi lungo i quali si muove il disegno globale dell’intervento.
– Un terzo livello, infine, che riguarda più direttamente la formazione profonda, ideologica, sostanziale dell’assistente sociale, in quanto soggetto costantemente provato dalla necessità di compromesso discendente dal vivere le realtà dei bisogni da un lato e del sistema politico-burocratico dall’altro.

Sembra difficile e complesso scattare una fotografia del servizio sociale, disegnare in maniera chiara e precisa la sua identità culturale ed operativa. Eppure, nonostante queste difficoltà, l’assistente sociale è il professionista che più di ogni altro ha dovuto legittimarsi, verificarsi e ri-organizzarsi ed è, probabilmente, la professione che in questo tentativo ha incontrato maggiori difficoltà ed incertezze. Necessità di legittimarsi rispetto alle altre professioni sociali, anche quelle di più recente istituzione, necessità di ri-organizzarsi rispetto ai mutamenti sociali e rispetto alle richieste avanzate al servizio sociale dalle politiche sociali e dalle politiche dei servizi in risposta a questi mutamenti.

Nel lavoro dell’assistente sociale la progressiva centralità del fare rispetto al pensare, dell’azione sull’interpretazione, ha posto l’operatore di fonte ad una crescente molteplicità di richieste, provenienti dall’utenza, dalle istituzioni o dai colleghi. Per sentirsi in grado di gestire queste richieste l’assistente sociale si è sentito spesso in dovere di fare comunque qualcosa pur nell’incertezza rispetto al come. Il rischio però è la frammentazione dei servizi, dove ogni operatore segue percorsi e strategie autonomi e disomogenei. Nei fatti si produce una grossa scissione fra operatori che pensano ed operatori che fanno, fra operatori che ricercano e indagano per capire e diagnosticare i problemi e operatori che in base a queste diagnosi intervengono per affrontare e risolvere i problemi. Agli uni il monopolio del conoscere, agli altri il monopolio dell’agire. Per l’assistente sociale la situazione è resa ancora più difficile per il ruolo forte che giocano in questo senso anche le politiche sociali e le politiche dei servizi, là dove ogni disegno innovatore individua nell’assistente sociale l’operatore che dovrà agire il cambiamento, depositando su questo professionista la responsabilità di individuare (o, meglio, attivare) strategie, metodologie e processi. La formazione permanente ha pertanto il compito arduo, fra gli altri, di rinnovare e recuperare le dimensioni di professione e di servizio, capendo e facendo capire che l’assistente sociale non può, da solo, mettere insieme realtà frantumate se lui stesso è costretto a proporsi come frammento, come parte di una realtà. Una realtà in cui i compiti non vanno divisi, ma con-divisi, e in cui le conoscenze non sono separate, ma integrate. In questa prospettiva la formazione permanente nel servizio sociale non può incentivare una conoscenza che sia la più estesa possibile, ma la più approfondita possibile. Tutto ciò è realizzabile soltanto se l’intero telaio conoscitivo è costantemente rivisto e reso flessibile, soltanto se l’assistente sociale può disporre di un efficace sistema permanente di revisione critica e analitica del proprio sapere, saper fare e saper essere.

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1 commento Leave a comment »

  1. Ho riscoperto questo articolo del 2007…grazie Paolo per aver anticipato i tempi della formazione continua…

    Commento by Marianna — 8 Aprile 2011 [Permalink]

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