L’assistente sociale in ospedale

La mia esperienza diretta con il servizio sociale ospedaliero è durata, tra tirocinio e lavoro pratico, un anno e sette mesi. Scrivo solo ora che – per diverse circostanze – mi ritrovo da tre giorni senza questo impegno. Il mio contratto di sostituzione di un anno è appena scaduto, ed è ora che, riguardando indietro mi sento di poter raccontare l’esperienza di quello che per me è stato questo ruolo.
Prima di iniziare questa esperienza mi sono consultata con altre colleghe che lavorano da anni sul campo. Il miei timori erano diversi. “Avrò tempo per lavorare con i pazienti? Come costruisco un progetto con quelli che entrano e se ne vanno? Sarà un lavoro prettamente burocratico?”.

Il lavoro sociale in ospedale è un esperienza decisamente molto bella. Una grande occasione. Quando un paziente si trova nel letto di un ospedale, è costretto a stare fermo, a guardare in alto, a seguire i ritmi stabiliti da altri…a dipendere ed affidarsi. Non è una cosa molto semplice. Quando un assistente sociale entra in una camera, è come se portasse, tra tutto il personale curante, un tipo di messaggio scritto in un cartellone sopra la testa che è molto peculiare: “Tu e la tua malattia non siete la stessa cosa. Aldilà del tuo malessere tu hai dei collegamenti con l’esterno, sei parte di una rete e curarti vuol dire anche conoscere un po’ di più del tuo mondo, perché quando tu esca possiamo integrare in modo adeguato degli eventuali aiuti che facciano parte della tua cura. Sei un cittadino con dei diritti e siamo qui per agirli insieme a te se ne avrai bisogno”. Quale altra figura all’interno di un ente ospedaliero può dare uno sguardo cosi attento a ciò che “non è” la malattia? Ecco perché il lavoro sociale in ospedale può rivelarsi un esperienza molto stimolante. Ecco perché penso che la prima cosa da fare è quella di predisporsi all’ascolto. Sentire cosa racconta di se ogni paziente, cosa ha voglia di mettere in evidenza ed in base a questo modulare l’intervento. Non esistono interventi standard, l’aiuto domiciliare che per un paziente può essere un supporto, per l’altro può essere un messaggio negativo, del tipo “ti mettiamo gli aiuti perché ora tu non ce la fai più”. In più occasioni ho dovuto ribadire “non possiamo sprecare gli aiuti con lei che può arrangiarsi da solo”. Questa non è una negazione del suo diritto ma l’intenzione di rafforzare un autonomia e di conseguenza, di ricercare un vero benessere rifiutando l’assistenzialismo.
In altre circostanze, l’ospedale diventa un occasione di mettere a fuoco dei problemi relazionali fino a quel momento rimossi. Solitudine, disinteresse dei parenti, paure non espresse. L’assistente sociale ha un ruolo fortissimo come connettore di reti. L’ospedale diventa un momento cruciale dove con la “scusa” della malattia possono finalmente emergere momenti di contatto tra il paziente e i suoi familiari facilitati e mediati. Aiutare anche i parenti, (a volte con molta buona volontà ma incapaci di concretizzare un vero aiuto), ad intervenire nel modo più efficace, a confrontarsi anche con altre esperienze di altri parenti, ad imparare ad ascoltare il vero bisogno oltre che fornire informazioni sulle risorse d’appoggio esistenti sul territorio è una vera occasione d’aiuto. Spesso abbinare i due interventi – attivazione dei parenti e supporto dei servizi esterni – aggiunge qualità di vita ad un paziente che prima del ricovero viveva isolato.
Gli interventi sociali all’interno della struttura ospedaliera sono spesso caratterizzati dal tipo di reparto in cui si lavora. Nell’area materno- infantile gli interventi mirano ovviamente al rapporto madre-bambino, alla tutela del minore in casi di abbandono, al collegamento con strutture esterne (di accoglienza, di supporto, magistratura).
Il lavoro con pazienti stranieri dal suo canto mira di più all’integrazione, alla mediazione interculturale, al garantire i diritti di cura anche fuori dall’ospedale tramite il collegamento con strutture del territorio atte a questo scopo (STP, Caritas, associazioni private…).
L’unità di nefrologia apre tutto il mondo della dialisi, della malattia cronica che condiziona di molto la vita sociale, emotiva e lavorativa del paziente. Su questo ci sono esperienze veramente interessanti (gruppi di mutuo aiuto tra pazienti dializzati e pazienti in pre-dialisi, gruppi informativi per i parenti…) in atto in diversi ospedali italiani. Tutta la questione dell’invalidità, degli assegni di cura che richiedono una competenza molto specifica.
L’area adulti-anziani riguarda tutto il tema della disabilità, della gestione domiciliare, delle RSA.
I problemi di tossicodipendenza, i programmi di disintossicazione, la collaborazione con le strutture del territorio… In tutte queste aree l’assistente sociale ha un campo molto proficuo per sviluppare e mettere a frutto le proprie competenze professionali. La difficoltà in una struttura che diventa sempre di più “azienda” ospedaliera è quella di gestione delle risorse. Spesso la mission dell’ente (che mira sempre di più al risparmio ed all’efficacia anche in termini economici) non sempre coincide esattamente con quella professionale (come d’altronde avviene in tanti altri contesti professionali). Può capitare quindi che non sempre il nostro intervento venga vissuto e compreso da parte delle altre figure come proficuo. Per questo è importante sempre spiegare la propria metodologia e documentare – per rendere trasmissibili – i risultati in ottenuti in termini di qualità. L’intervento sociale può diminuire i giorni di degenza, evitare l’effetto porta girevole (un paziente che esce oggi e rientra dopo tre giorni per mancanza di adeguati supporti), economizzare le risorse esistenti (favorendo il mutuo- aiuto tra pazienti, la solidarietà tra i cittadini). Interventi che vanno socializzati e – ribadisco – documentati regolarmente per creare il giusto clima di collaborazione tra le diverse figure dell’equipe curante.

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