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Dossier sulle povertà 2014

Dopo l’operazione “Mare nostrum” qual’è il modello d’integrazione italiano? Se ne è discusso lunedì 2 febbraio 2015 presso il salone arcivescovile della Curia napoletana con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Napoli e il contributo significativo della sezione regionale della Caritas che ha avuto modo di presentare il suo rapporto annuale. Si tratta di una rilevazione che si riproduce da oltre 10 anni e che nasce nei centri di ascolto della Caritas dislocati sul territorio regionale. Non si tratta solo di una “fotografia” della condizione attuale ma serve a capire come, nel corso degli anni, è cambiata la povertà nella realtà locale meridionale. La rivoluzione si è avuta nel 2013 come dimostrano i riscontri del questionario che sono aumentati del 60% dal 2010, perciò, l’ultimo dossier è quello meglio riuscito dal punto di vista della partecipazione.
Si tratta di un campione di 16 diocesi per un totale di 10543 utenti transitati nei centri che si aggiungono ai centinaia di viandanti che ogni giorno beneficiano dei servizi di mensa per un totale di circa 39 mila utenze l’anno. Il sociologo Ciro Grassini ha illustrato alcuni dati significativi che permettono di capire di come il fenomeno della povertà sia diventata un’emergenza sempre crescente. Nel 2010 l’utenza comprendeva 6017 persone che sono diventate 6925 (2011) e poi 8500 (2012) e oggi oltre 10543 di cui il 60% di italiani. Al Sud, quindi, la crisi economica ha comportato una grandissima crescita dell’utenza italiana, mentre nel centro-nord le percentuali sono invertite in quanto vi sono più stranieri. Ciò non significa che al Sud la componente degli stranieri sia diminuita (da 2009 nel 2007 a 4180 di oggi) ma sono le cifre degli italiani che aumentano in misura maggiore degli stranieri (da 1800 nel 2007 a 6406 di oggi). Quindi non solo la povertà è lievitata ma c’è stato un peggioramento costante delle condizioni di vita degli italiani quasi come quello degli stranieri (“appiattimento del diritto di cittadinanza”).
La presenza delle donne è significativa: 61,1% contro il 38,9% dei maschi anche se, rispetto a questi, le donne non vanno ai centri per chiedere qualcosa per loro stesse ma per figli e parenti. Si tratta di un dato “ipoculturale” perché sulle donne meridionali da sempre grava il carico di cura della famiglia, inoltre, alle donne risulta più difficile accedere alle opportunità sociali in quanto, ad es., in famiglia di solito si decide di far studiare il figlio maschio. Il dato delle situazioni di convivenza indica che quasi il 70% dei casi vive con familiari o parenti a carico e, se c’è qualche individuo solitario, lo è solo perché è stato emarginato da molto tempo (senza fissa dimora, orfani, invalidi, etc.). Il dato sulla cittadinanza dimostra che la percentuale di chi vive in famiglia supera l’80% (le “famiglie di fatto” sono al 3%) mentre cresce il dato di convivenza con terzi: si tratta di stranieri che decidono di convivere insieme ad altri per abbattere i costi di affitto e ciò implica che il numero di persone che vivono per strada sono davvero poche (97,7% ha un domicilio). Avere una casa non significa non avere problemi di coabitazione: molti operatori hanno riportato problemi di igiene, sicurezza e approvvigionamento di utenze.
La componente dei senza fissa dimora è costituita prevalentemente da stranieri (83,9%) ovvero da chi non è in regola con il permesso di soggiorno o che non ha un lavoro. Siamo di fronte ad una povertà, dunque, come forma di sussistenza (che non “vive” per strada ma ha bisogno della strada per “vivere”) e che aumenta di anno in anno (464 persone nel 2010 e 675 oggi). Le classi di età mettono in evidenza il fatto che la fascia 45-55 anni (28,1%) fino a qualche anno fa era del 23% cioè quelle persone che sono state espulse dal mercato del lavoro e che vorrebbero rientrare ma non ci riescono, al tempo stesso, però, non sono così vecchi da non avere responsabilità familiari: gli anziani difficilmente si recano ai centri per un aiuto sia perché hanno lavorato una vita intera e godono di una pensione, sia perché vivono la loro condizione con più dignità rispetto alle nuove generazioni. Come già detto, il dato di stato civile dimostra un incremento della componente femminile, in particolare, per tre casi: vedovanza, separazione legale e divorzio e ciò dimostra che, quando il nucleo familiare viene a mancare, le donne sono costrette a compiere scelte difficili (lavoro in nero) e, di conseguenza, sono coloro che nutrono più sfiducia verso le istituzioni. Ad es. il livello d’istruzione più diffuso presso le donne è la licenza media ma se mettiamo come limite di rischio la mancanza di un diploma, il 75% di persone hanno la licenza media o un titolo di studio inferiore e ciò non consente di collocare sul mercato del lavoro personale femminile qualificato.
Il 72,1% è disoccupato, mentre il 10% hanno un solo un coniuge che lavora (famiglie monoreddito). Anche qui, il dato sulla cittadinanza indica che la disoccupazione è più problematica per gli stranieri perché, se perdono il lavoro, rischiano di essere espulsi dal paese. La povertà economica, tuttavia, è un problema di tutte le famiglie italiane, molto più di quelle immigrate, perché in passato c’era una rete solidale che riusciva a sostenere coloro che erano in difficoltà mentre oggi le famiglie non riescono a tutelarsi anche a causa di una crisi molto diffusa come quella che il paese sta vivendo oggi, quindi, in qualche modo il sistema di solidarietà, basato sulla famiglia, ha bisogno di politiche sociali più incisive.
Le richieste di aiuto dei centri riguardano le necessità minime vitali: persone che chiedono da mangiare, da bere, di lavarsi e di vestirsi. Si tratta quindi di una povertà estrema. Gli stranieri, invece, chiedono soprattutto un lavoro. Vediamo ora il dato nazionale. In Italia il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa, il 7,9% in termini assoluti. Il 16,6% si trova in condizioni gravi. La povertà assoluta (famiglie che non si possono permettere i bene essenziali) è aumentata dal 6,8 al 7,9 (dato nazionale) ma, mentre al Sud è passata da 9,8 al 12,6%, al nord diminuisce. In Italia, comunque, si spendono molte più risorse per gli immigrati piuttosto che per le famiglie (il quoziente familiare è ancora un miraggio) specialmente quelle con più figli a carico anche se, per come sono attualmente le politiche sociali, “spaventa” l’arrivo di un nuovo nato, cioè, viene visto con maggiori scrupoli. La famiglia, anche se straniera, si “consegna” con dignità al centro (con buoni livelli di compliance), es. l’immigrazione è vista sui mass-media come un problema, trascurando il contributo che conferisce al tasso di natalità.
La povertà relativa (famiglie che non possono permettersi beni di lusso) rimane anch’essa superiore al sud (26%) rispetto al nord (12%). Ci sono, quindi, “due Italie” con sistemi di welfare diversi. Se andiamo a vedere il PIL pro capite si evince che l’italiano medio ha un Pil di 25454 euro ma al centro-nord è 30 mila euro mentre al sud è 16880 euro. I tassi di disoccupazione non contemplano coloro che cercano lavoro, quindi, tutti quelli che si sono “arresi”, tra cui molte donne e minori, “sfuggono” alle rilevazioni. In Italia lavora il 55,6% delle persone, mentre in Campania una persona su due è disoccupata (Nord al 64,2, Centro 59,9 e il Sud 49%).
Che fa il governo? La parola “mezzogiorno” è scomparsa dall’agenda politica nazionale, come dimostrano i dati sui finanziamenti agli enti locali e alle istituzioni sociali, perciò, le minime capacità di accesso alle opportunità di lavoro cronicizzano i bisogni della popolazione. Anche se è diffuso il lavoro nero, si ricorre più spesso alle pratiche previdenziali come una ragione di sussistenza e l’introduzione di ammortizzatori sociali non è la soluzione perché ci sono persone che non entreranno mai nel circuito lavorativo legale e, di conseguenza, non riesciuranno a sviluppare un capitale di formazione qualificato. Secondo Giancamillo Trani, vicedirettore della Caritas partenopea, il “familismo forzato” è un fenomeno per il quale più ruoli familiari si affollano e si accavallano, creando più attese deluse che speranze migliori.
Ludopatie, droghe e salute mentale sono ulteriori problemi, anche se c’è molta ignoranza in merito (molte persone sono malate senza saperlo) ed altri ancora non hanno le strutture idonee per curarsi, perciò, non dovrebbero sorprendere i casi mediatici di persone ritrovate segregate in casa tra i rifiuti. Oggi chi opera nel sociale non può non rendersi conto che siano subentrate delle novità: il no profit è diventato “impresa” e si assiste ad uno snaturamento del terzo settore. Sarebbe più corretto, quindi, accennare a “più modelli d’integrazione” in quanto si assiste a due scenari diversi relativi a due geografie diverse: un nord progredito che offre servizi a tutti e un sud trascurato che sfiora il ridicolo (il papa a Lampedusa ha parlato di “globalizzazione dell’indifferenza”).
Che fare? Una volta c’era il “centro sociale”, oggi c’è il “centro di ascolto”, domani ci sarà il l’ “ascolto di strada”: non si tratta solo di stare dietro la scrivania e l’ufficio, perché, solo se si incontra il prossimo nel suo contesto, si percepiscono i veri bisogni. Il volontariato non è antagonista allo Stato ma non deve essere neppure un pretesto per scaricare la responsabilità sociale sui centri Caritas rischiando di ridurre l’assistenza ad un welfare “burocratico” laddove le istituzioni si limitano ad erogare un contributo economico. È un accompagnamento quotidiano a tante famiglie che vivono situazioni di marginalità per aiutarle a promuovere il “diritto al futuro” perché le opportunità non sono solo prestazioni e servizi sociali ma anche valori spirituali. Il Terzo settore, perciò, nulla può fare se non c’è uno Stato responsabile che collabora e fa il suo dovere (welfare mix). Se la povertà non accenna a diminuire, occorre rivedere le politiche sociali che devono contemplare l’educazione alla vita relazionale, specialmente sui giovani che hanno “fame” di ascolto perchè cercano fiducia e persone che possano capirli e aiutarli. La Caritas, tuttavia, non è un osservatorio né un agenzia ma un dovere per ogni cristiano (At 2,42-44), perciò, l’invito è di dare un po’ di tempo ciascuno affinché in nessun caso la povertà sia giudicata ineluttabile.

Bibliografia

Delegazione regionale Caritas Campania, Dossier regionale sulle povertà 2014, Fusco, Salerno, 2014.
Aulisio M.C., Cinquant’anni, laureato e separato è l’identikit del nuovo povero, “il Mattino”, 3 febbraio 2015, p. 34.
Di Turi A., Terzo settore, in arrivo 140 mila nuove imprese, “Avvenire”, 21 settembre 2014, <<http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Terzo%20settore%20senza%20confini%20%20In%20arrivo%20140mila%20imprese%20.aspx >>
False partenze. Rapporto Caritas italiana 2014 su povertà ed esclusione sociale in Italia <http://www.caritasitaliana.it/home_page/area_stampa/00004776_False_partenze___Rapporto_Caritas_Italiana_2014_su_poverta_e_esclusione_sociale_in_Italia.html>
Papa Francesco a Lampedusa: «No a globalizzazione dell’indifferenza», “Corriere della Sera”, 8 luglio 2013 <<http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_08/papa-lampedusa_451dd034-e7bd-11e2-898b-b371f26b330f.shtml >>

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