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Comunicare il Servizio Sociale (quarta parte)

Le pubblicazioni generaliste

A mio modo di vedere il vero campo di battaglia della questione può avvenire nel rapporto con la popolazione: è lì che l’anima comunicativa può legarsi al mondo dell’aiuto. La cura umana non va solo gestita nel quotidiano, che è quel che facciamo, ma va anche comunicata: la vera scommessa della comunicazione del Servizio Sociale concerne proprio le pubblicazioni generaliste, vale a dire quelle che riguardano target larghi, esterni al mondo professionale; è lì che si realizza la vera considerazione di chi lavora nei Servizi Sociali. Se infatti tra “addetti ai lavori” è troppo facile comunicare, rischiamo di iperteorizzare senza un’effettiva ricaduta sull’interessato, che è il cliente/utente/cittadino, l’uomo della strada, la casalinga che sfoglia il giornale, il pensionato che sbircia il quotidiano al bar, pure il giovane che cerca aiuto su internet.
Chi normalmente lavora, vive altrove e non ne sa nulla dei servizi sociali; approccia il mondo della cura solo nel caso di bisogno personale o familiare, imparando solo in quel momento a comprenderlo, ma con enorme difficoltà. La popolazione impara le cose spesso dai canali comunicativi ordinari, vale a dire i giornali e, da un po’ di tempo, dai portali internet: si crea un’opinione leggendo e, così facendo, inizia a crearsi mappe da utilizzare, in caso di bisogno in futuro. Se -semplificando- “l’assistente sociale ruba i bambini” oppure “li protegge”, ciò l’uomo comune lo impara leggendo i giornali o guardando la televisione. Quindi coinvolgersi nella comunicazione o astenersene fa una bella differenza rispetto all’immagine della nostra professione; non si tratta solo di dire di si o di no ad un giornalista, né di delegare la comunicazione di sé ad altri (all’Ordine o all’Ente), bensì di comprendere che la comunicazione positiva va oltre il “fattaccio di cronaca”. Il Servizio Sociale va cioè comunicato di continuo sulle cose buone che funzionano!
Se noi ci dichiariamo professionisti e siamo esperti di un sapere rafforzato dalla pratica e quindi vogliamo informare la popolazione sui fenomeni e sulle pratiche di riscatto dal bisogno, dobbiamo cominciare a parlare con la popolazione tramite riviste e portali. E’ per questo che invito sempre gli assistenti sociali a comunicare direttamente con la gente: in ciò la pubblicistica generalista è un’ottima occasione. La formazione della consapevolezza circa i problemi di vita e di salute richiede infatti un “filo diretto” tra esperto e cittadino, e ciò è più facile proprio sui canali generalisti: riviste, quotidiani, portali. Le redazioni sono normalmente disponibili a collaborazioni con esperti, che siano però anche buoni comunicatori. Nel parlare al “cittadino comune” bisogna non solo possedere una conoscenza specifica, ma anche saperla comunicare in maniera semplice. Gli assistenti sociali sono quindi chiamati a proporsi ai quotidiani locali, alle riviste settimanali, ai rotocalchi gratuiti (portali internet, ma anche riviste di farmacie, supermercati ed altro) per articoli e rubriche riguardanti la cura. E’ il modo più sicuro per arrivare alle persone senza i filtri politici della comunicazione istituzionale e tramite la competenza personale la quale – ricordo!- è personale e non gruppale. E’ nella pubblicistica generalista che chi lavora nella cura può far capire alla popolazione cosa fa, come lo fa e che utilità può arrecare al benessere delle persone.
Credo fermamente in questa grande possibilità da cogliere al volo: basta proporre una serie di articoli sul benessere (per esempio sull’invecchiamento salutare, l’educazione dei figli o le dinamiche di coppia) ed anche una rubrica settimanale del tipo “l’esperto risponde”. Si tratta inoltre di incarichi pagati! Questa nostra assenza grave sta immettendo altri professionisti come “esperti” nel mondo della comunicazione, consolidando così l’idea che l’assistente sia solo il “burocrate” o un “tuttologo senza competenze”. Ricordiamo che, come diceva Watzlawick nel sacro testo della comunicazione umana, è impossibile non comunicare; infatti nel nostro lavoro sappiamo che il silenzio è comunque comunicazione!
Ordunque, se nella comunicazione generalista noi non comunichiamo, stiamo certi che qualcun’altro lo farà al posto nostro: e lo farà specificando la propria qualifica, consolidando l’idea che la competenza dell’aiuto stia altrove. Cosa fare? Proviamoci!

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