Comunicare il Servizio Sociale (seconda parte)
Le pubblicazioni monoprofessionali
La comunicazione del Servizio Sociale, che in termini giornalistici potremmo tradurre in “comunicazioni della cura umana”, vede, nel panorama editoriale italiano, in primis le pubblicazioni monoprofessionali: sono le associazioni e gli Ordini che, per rafforzare il senso di appartenenza dei membri e per rappresentare le novità teorico-pratiche dell’attività, curano e pubblicano riviste.
Non a caso l’Ordine Nazionale e gli Ordini Regionali, fin dalla loro nascita, hanno prodotto riviste monoprofessionali, vale a dire giornali cartacei in cui non solo comunicare verso gli iscritti, ma anche ospitare articoli dei colleghi. Dai primi numeri general-generici, pur “segnale” di un Ordine in cerca di contatti con gli iscritti, alcuni Ordini sono poi passati a veri e propri numeri monotematici di ottimo livello. Con l’avvento dell’online e – suppongo– nel tentativo di limitare costi, gli Ordini tutti hanno deciso di disinvestire da questo strumento che, a mio parere, aveva invece un grande significato di mettere in risalto teorizzazioni di tanti colleghi che lavorano. A mio modo di vedere questa scelta ha impoverito non solo l’immagine della professione (sempre considerata solo pratica), ma anche tolto la possibilità di condividere teorizzazioni. Il passaggio all’online (certamente più economico, ma molto unidirezionale), anche solo tradotto in newsletter, ha di fatto “castrato” la possibilità di comunicare il servizio sociale da parte di chi lavora, aumentando la frattura tra chi teorizza (i professori universitari, che insegnano ma non praticano il servizio sociale) e che lavora (davvero indotti a “fare e non pensare”, anche per assenza di una rivista monoprofessionale). Le altre professioni si sono guardate bene da questa scelta, tant’è che quegli Ordini hanno mantenuto le pubblicazioni, se non solo cartacei, ancora online.
Ma c’è un mondo comunicativo al di fuori del nostro Ordine, anche se sono tentato di dire “c’era”. Infatti le poche riviste cartacee sul servizio sociale ad abbonamento sono ormai quasi tutte chiuse: è mancata da una parte la forza economica a continuare (se noi “vecchia generazione” ci abbonavamo, i giovani non l’hanno fatto). Quelle ancora (r)esistenti sono in grossa difficoltà per il sempre più basso numero di abbonamenti, una volta in buona parte sottoscritti anche gli stessi Enti: probabilmente in ogni Servizio alcuni gruppi professionali chiedono all’organizzazione di rinnovare abbonamenti, altri il problema proprio non se lo pongono. Tale “non scelta” comunica davvero all’organizzazione di appartenenza il proprio valore e la non importanza della teoria, con l’automatica considerazione di essere “operatori del fare” senza bisogno di metodo.
Ci sono ancora riviste che ci ospitano, ma l’orizzonte è abbastanza variegato a seconda del “peso politico” di ogni comitato editoriale: si va dalle storiche riviste scientifiche a quelle più informativo-speculative su temi riguardanti il mondo della cura. In ciò il Servizio Sociale è davvero poco rappresentato e rischia di perdere anche quelle pochissime riviste ancora funzionanti. Se a parlare di servizio sociale non sono gli assistenti sociali, le pubblicazioni edite porteranno con sé il rischio di rappresentare un mondo chiuso tra le singole professioni; lo stesso lessico usato resterà comprensibile solo agli addetti ai lavori, il che evidenzierà questa caratteristica tipica delle professioni italiane, connotate da forte corporativismo, “a protezione dell’interno ed impermeabile all’esterno”. Ma ciò ha un senso per una categoria che, oggi, ha bisogno di un riferimento certo per i colleghi: non a caso è giusto che i contributi vengano vagliati da peer-reviewer assistenti sociali.


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