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Comunicare il Servizio Sociale (terza parte)

Le pubblicazioni multiprofessionali

Diversamente da altre professioni – penso solo ai medici!- il bisogno di avere un luogo in cui dibattere teorie sul servizio sociale porta con sé la discrasia tra l’essere formalmente una professione ed essere ancora di fatto una semiprofessione. Queste due categorie sociologiche hanno una caratteristica; la prima possiede un corpus teorico definito, la seconda è figlia invece di altri corpus. Quindi con questa debolezza costitutiva (che speriamo migliori!) i teorizzatori sono pochissimi e sovente agganciati ad altre professioni: basta vedere le aree disciplinari in cui i (pochi) colleghi accedono ai dottorati, ma anche gli stessi insegnamenti delle lauree di base e magistrale. Da questa base il lavoro pubblicistico legato a neo-teorie sul Servizio Sociale davvero è difficile se non contaminandosi con discipline diverse, in primis la sociologia, ma anche altre.
Sia per i motivi citati nella seconda parte (assenza di riviste di Servizio Sociale), sia per l’oggettiva presenza di riviste “apparentemente” multiprofessionali, ma a governo di un gruppo professionale “altro”, l’unica strada per un collega resta la pubblicazione di un articolo in una rivista multiprofessionale, vale a dire un supporto con contributi di varie professioni. E’ anche un fatto di mercato: in Italia esiste un mondo editoriale sviluppatosi negli ultimi decenni che è diventato di fatto un luogo della comunicazione della cura, vale a dire l’insieme delle riviste multiprofessionali. Si tratta di riviste a target largo, cioè riguardo alla pluralità dei professionisti presenti nei servizi alla persona, il che porta con sé vantaggi e svantaggi. I primi, evidenti ed utili, richiamano lo sforzo di “parlare la stessa lingua” tra addetti a formazione diversa; gli svantaggi riguardano invece il rischio del “tuttologismo”, figlio di una bassa scientificità da sempre rimproverata al mondo della cura. Basta vedere nel colofon (parte della rivista con i dati fissi) la composizione del comitato di redazione e quello scientifico, come anche la presenza/assenza dei criteri di selezione della proposta: se va bene, è il direttore a dare l’OK, se va male è l’impiegata amministrativa. Magari il primo è iscritto obtorto collo nell’elenco speciale dell’Ordine dei giornalisti (quindi con precisi compiti), la seconda di sicuro no. Dico ciò per dire che l’assenza di vagli di valutazione porta con sé sempre il rischio di pubblicazioni inutili, se a selezionare non ci sono persone competenti. Lo stesso avviene con i libri di Servizio Sociale: se a valutare la pubblicabilità non c’è chi sa cosa sia la disciplina, ma soggetti “altri”, la pubblicazione diventa un terno al lotto. Le pochissime case editrici che hanno creato in questi anni collane di Servizio Sociale spero abbiano vagli di valutazione professionali, ma ho dei dubbi.
Come dovrebbe essere? Il giudizio di pubblicabilità dovrebbe spettare ad un comitato di redazione (se parliamo di una rivista) o ad un comitato editoriale (per quanto riguarda i libri). Se così fosse -e ci auguriamo che per il futuro sarà così!- spetterebbe ai peer-reviewer il compito di realizzare il buon funzionamento della comunicazione tra le diverse anime. Nelle riviste multiprofessionali dovrebbe quindi starci lo psicologo, il sociologo, il pedagogista ed anche l’assistente sociale. Se l’Italia della cura vuole fare il “salto”, è quindi necessario che tali comitati siano composti da esperti del settore, capaci di fluidificare i processi di vaglio e validazione tramite il riconoscimento delle altrui identità: la presenza tra i reviewers di tutti i professionisti non è solo “garanzia di tutela corporativa”, ma proprio la “palestra del capirsi”, il che dovrebbe essere l’obiettivo dell’azione. Quindi si parla di pratiche e di esperienze, ma anche di conoscenza delle altrui competenze. Un comitato “misto” è infatti un luogo in cui di fatto sperimentare la contaminazione tra diverse professioni, nel rispetto reciproco dei confini, ma anche nelle trasversalità dei saperi. Così come solo un medico decide la pubblicabilità di un lavoro di un suo collega, allo stesso modo dovrebb’essere per gli scritti di un assistente sociale; è però anche vero che, se medico ed assistente sociale hanno pari potere nella decisione editoriale, entrambi imparano i confini e le contaminazioni multiprofessionali.

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