Comunicare il Servizio Sociale (quinta parte)
Pubblicare per la libera professione
L’assistente sociale non è abituato, né formato, a comunicare, se non nell’ambito della relazione d’aiuto. La comunicazione di sé e del suo operato è purtroppo delegata all’Ente di appartenenza: è sui suoi canali che altri (e non noi) dicono chi siamo e dove riceviamo la gente, più difficilmente quel che facciamo, con l’aggravante di renderci tutti uguali (quando non lo siamo per nulla). La questione è però ben diversa per chi approccia il mondo al di fuori dei paradigmi organizzativi, quindi in termini di mercato: chi lo fa non può esimersi dal comunicare se stesso, i propri prodotti prestazionali e pure quelli comunicativi.
Lo si faceva fino a qualche decennio fa con i volantini; oggi chi entra nel mercato non può esimersi dall’avere e gestire un proprio sito internet. In questo c’è sempre una parte personale (in cui dire chi si è), un’area prestazionale (i prodotti che si erogano) e la solita area dei contatti (telefono, mail, sede, modalità di aggancio). Il senso di questa tripartizione è quello di facilitare l’accesso del cliente (pagante) al professionista: si tratta di dare garanzie ed informazioni sull’essere “la persona giusta al posto giusto col giusto prezzo e con le giuste competenze”. Infatti se il potenziale cliente arriva a noi col passaparola o con i metatag del sito stesso tramite i motori di ricerca, prima di contattarci vuole capire bene la nostra persona, le competenze possedute e la reputazione sociale.
Come in un mercato, non basta avere un banco per vendere la frutta: bisogna convincere il cliente che la nostra è migliore del concorrente e al giusto prezzo. Se in un mercato alcuni banchi hanno la folla ed altri sono senza clienti, un motivo ci sarà: la fidelizzazione avviene solo col riconoscimento della nostra professionalità. Consiglio quindi vivamente di aggiungere sul sito un’area “dicono di noi”, logicamente filtrando solo i pareri positivi: clienti soddisfatti, colleghi contenti delle sinergie, riconoscimenti pubblici da parte di organizzazioni e pure i premi conseguiti. Siccome però noi non vendiamo frutta ma relazioni umane, la legittimazione deve provenire in primis dai “clienti soddisfatti”: magari una mini-intervista o lettere di encomio è il caso di metterle in evidenza!
Dicevamo prima che, se la dipendenza può offuscare la competenza individuale, nel gioco di mercato questa va comunicata, eccome! Una delle tante modalità è offrire al visitatore del nostro sito professionale la nostra produzione teorica: articoli scientifici, interviste fatte a noi, abstract dei nostri libri, link a nostri contributi su riviste generaliste. Tra l’altro alcuni siti prevedono già nella struttura un blog: si possono quindi redarre testi a libero accesso in modo da rappresentare il nostro pensiero. Il visitatore avrà quindi possibilità di vedere la nostra produzione di contenuti teorici. In caso di assenza di questo blog, si può organizzare la stesura di testi o di prodotti multimediali (video informativi o tutorial) su supporti esterni, richiamandoli però con un semplice link. Se quindi, per esempio, si pubblicheranno articoli su LinkedIn o su www.assistentisociali.org o tutorial su Youtube, l’importante è predisporre l’accesso a questi tramite il nostro sito. Per l’organizzazione di questi sta a noi pensarci bene: può andare bene una cartella con l’elenco di tutti i contributi, ma meglio ancora è riportarli ad una logica circoscritta: per esempio produrre in homepage una “speciale a tema” (gli anziani, i minori o l’handicap) con unico articolo e link di approfondimento a diversi altri nostri contributi in rete.
Premesso che la libera professione non consiste solo nel possesso della partita IVA, ma nel modo di giocarsi nel mercato anche tramite meccanismi fiscali/giuridici diversi, la produzione teorica di ognuno di noi va raccolta, sistematizzata, organizzata e diffusa secondo una logica autopromozionale, oltre che di marketing: non si tratta solo di convincere il cliente, ma anche tutta la rete per possibili sinergie che, prima o poi, arriveranno. Ecco che l’immagine stereotipata dell’assistente sociale ricade solo su chi non comunica se stesso e si fa comunicare da altri; la comunicazione professionale è invece immessa nell’arena comunicativa da parte solo dei professionisti capaci di farlo. Si comunica quindi se stessi, quel che si sa fare e tutta la teorizzazione prodotta.
Quest’ultima c’è chi la possiede e chi no, c’è chi lascia tracce professionali e chi no: non siamo tutti uguali, grazie a Dio!


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