L’assistente sociale come osservatore partecipante nei contesti di accoglienza SAI
Il presente contributo si propone di sviluppare una riflessione di carattere empirico e metodologico a partire dall’esperienza professionale dell’autore in qualità di assistente sociale operante all’interno di un Centro SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), dedicato all’accoglienza di nuclei familiari richiedenti e titolari di protezione internazionale, situato nel contesto territoriale della Regione Calabria.
Nel quadro dei servizi di accoglienza, l’assistente sociale non si configura esclusivamente come erogatore di prestazioni, ma assume una funzione di osservatore partecipante, collocandosi all’interno dell’équipe multidisciplinare come soggetto in grado di contribuire all’analisi dei processi di integrazione, nonché all’emersione delle criticità e delle risorse presenti nei contesti locali. Tali dimensioni risultano, infatti, difficilmente intercettabili attraverso dispositivi di ricerca esterni o approcci esclusivamente quantitativi.
La specificità della posizione professionale risiede nell’inserimento continuativo nella quotidianità dell’intervento, che rappresenta un osservatorio privilegiato per la raccolta e l’interpretazione di dati sia quantitativi sia qualitativi. In questa prospettiva, l’esperienza professionale si configura come pratica conoscitiva situata.
Nel triennio 2023-2025, l’attenzione osservativa si è concentrata sui percorsi di acquisizione e consolidamento dell’autonomia individuale dei richiedenti e titolari di protezione internazionale, intesa come progressiva emancipazione dalla condizione di bisogno assistenziale. In tale ambito, è stato possibile rilevare e analizzare:
– le dinamiche della ricerca lavorativa nei contesti locali;
– le modalità di risposta del tessuto produttivo, in termini di tipologie contrattuali offerte e diffusione di pratiche di lavoro irregolare;
– il funzionamento e il grado di efficacia dei servizi di intermediazione (patronati e servizi per l’impiego);
– il ruolo dei contesti di prossimità e della cittadinanza nella costruzione di forme di welfare informale (reti di solidarietà, pratiche di auto-mutuo-aiuto e sussidiarietà, sia verticale sia orizzontale);
– i percorsi di inserimento scolastico dei minori, considerati non solo come adempimento normativo, ma come dispositivi di integrazione sociale e culturale;
– le rappresentazioni sociali e le pratiche di accoglienza/rifiuto messe in atto dalla comunità locale nei confronti delle famiglie migranti;
– il ruolo dei minori inseriti nei contesti scolastici quali mediatori informali nei processi di integrazione familiare;
– le caratteristiche del contesto ospitante, con particolare riferimento alle dinamiche relazionali, alle forme di welfare informale e alle eventuali manifestazioni di chiusura, diffidenza o conflitto.
Il riferimento al contesto calabrese assume rilievo analitico in quanto consente di evidenziare come i processi di integrazione siano profondamente situati e influenzati dalle specificità socio-economiche, istituzionali e culturali dei territori. In tal senso, l’esperienza qui richiamata non intende proporsi come modello generalizzabile, bensì come caso situato utile a interrogare criticamente le pratiche di accoglienza.
La posizione “laterale” dell’operatore, così come richiamata nella Call for papers (intesa quale invito alla presentazione di contributi scientifici), si configura come una postura epistemologica prima ancora che operativa. L’esperienza sul campo rappresenta, infatti, uno spazio privilegiato di osservazione e interpretazione di fenomeni sociali complessi.
In tale prospettiva, l’assistente sociale, in quanto presenza quotidiana e istituzionalmente riconosciuta, è in grado di leggere le dinamiche osservate come indicatori della qualità dei sistemi locali di accoglienza. Ne deriva la necessità di promuovere forme di integrazione tra sapere professionale e sapere accademico, attraverso la costruzione di alleanze tra operatori e ricercatori, finalizzate alla valorizzazione dell’esperienza come fonte di conoscenza.
La cosiddetta “trincea” dell’intervento sociale può essere dunque reinterpretata non come limite alla produzione scientifica, ma come condizione generativa di saperi situati, capaci di arricchire il dibattito sul funzionamento dei sistemi di welfare locale e sulle pratiche di intervento rivolte a persone in condizione di vulnerabilità.
Il contributo intende pertanto sostenere che gli assistenti sociali impegnati nei contesti di accoglienza non siano soltanto attori operativi, ma anche soggetti epistemicamente rilevanti nella produzione di conoscenza empirica sui processi di integrazione e sulle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale.


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