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Comunicare il Servizio Sociale (prima parte)

L’importanza della teorizzazione

Se il Servizio Sociale è sia Scienza, sia buona pratica della cura, l’assistente sociale non può non affiancare al lavoro un’attività pubblicistica. Ciò non è obbligatorio, perché lo scrivere è un chiaro bisogno personale solo di chi si orienta verso chiari paradigmi professionali, i quali cercano condivisione, sinergie ed agganci col mondo della ricerca.
Vorrei ricordare che il titolo di “dottore” scritto in pergamena ed usato su timbri e targhe deriva dal latino “docere”, che significa “insegnare”, ovvero trasmettere la teoria sia dalla pratica, sia nella stessa riflessione teorica. Essere dottori significa quindi, in buona sostanza, non solo “fare”, ma “teorizzare”; anzi, teoria e pratica nel lavoro sociale sono in continua interrelazione: quanto ci aiuta la teoria (sulla società e sull’approccio metodologico) a lavorare bene nel quotidiano? Quanto la pratica di ogni giorno ci induce a riflessioni teoriche che, se sistematizzate, possono rafforzare la metodologia di lavoro? Se si pensa al “modello di servizio sociale”, quanto è importante riferirsi a questo per evitare di lavorare senza senso? Quanto la pratica di un modello ci induce a riflessioni e reimpostazioni del modello stesso? L’altalena teoria-pratica-teoria, come un pendolo, fa di un anonimo operatore un professionista a tutto tondo, bisogna che ce lo diciamo. Anche tra noi: ci sono operatori e professionisti, i primi eseguono (ripetendoli ad libidum) gli ordini dei superiori e le pratiche attese (del tipo “si è sempre fatto così”), i secondi pensano di continuo cosa fanno, cercano condivisione nella comunità e creano continua sinergia con le sedi formative.
Il Servizio Sociale non è solo pratica, è (anche e specialmente) pensiero, il quale va però comunicato. Il modo con cui questo sapere “sistematizzato” è la scrittura di libri professionali e di articoli scientifici. Dicevo prima del rapporto con le sedi formative, in primis l’università: è quella una delle sedi del sapere, l’assistente può continuare ad averci a che fare anche dopo la laurea a diversi livelli, uno dei quali può essere la docenza o la gestione di laboratori. Ordunque, quando l’Università apre bandi per dottorati o docenze/laboratori, è sempre richiesta la giustificazione dei lavori teorici effettuati: libri e/o articoli. Quindi scrivere di servizio sociale conviene, serve a se stessi per sentirsi in crescita (ed evitare il probabile burnout), serve per proporsi per collaborazioni alle Sedi formative.
Ordunque, perché mai nel nostro Paese la scrittura di Servizio Sociale lascia a desiderare? Sulle riviste, per esempio, troviamo sociologi, psicologi, pedagogisti ed infermieri, molto più raramente assistenti sociali. Dal mio punto di vista, se considero i tanti colleghi che conosco, si desume comunque un potenziale da parte di alcuni che però non trova un’adeguata canalizzazione; ancor più nell’ultimo decennio, con la crisi di alcune riviste storiche ed il boom dell’online, in cui appare necessario dare delle chiare indicazioni ai colleghi intenzionati a comunicare risultati professionali o teorizzazioni. Anche questo portale www.assistentisociali.org da anni offre la possibilità di pubblicare lavori di servizio sociale: è una risorsa importante per tutta la comunità professionale!

Scrivere articoli e libri è uno degli strumenti per lavorare all’immagine professionale qualificando all’esterno il sapere; l’assistente sociale non fa solamente, ma riflette pure e spiega bene il proprio pensiero. Lo fa scrivendo libri, ma pure articoli scientifici su riviste specializzate, in questo caso come “ospite in casa d’altri”. Per chi ha un proprio sito internet, spesso l’offerta di articoli rappresenta non solo una promozione di se stessi, ma pure la prova di quanto competenti si può essere in un certo settore: il cliente che cerca competenza considera quindi non solo l’offerta di servizio, ma pure la capacità teorica dell’assistente sociale.

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