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Fattorie sociali

Le fattorie sociali sono una realtà in emersione, soprattutto in Lazio. Anche nel pordenonese esiste il progetto NeproWalte che però in questo momento si occupa molto di più di fattorie didattiche ritenendo ancora lunga la strada per arrivare alle fattorie sociali vere e proprie.

Si tratta di spazi dedicati alla riabilitazione di varie tipologie di utenza, strutturati in contesti caratterizzati dal contatto con la natura attraverso l’attività di allevamento, orticoltura, viticoltura ed agricoltura più in generale. La prospettiva è duplice ed in base a come la si guarda, dal mio punto di vista si definisce anche, per certi versi, una certa innovazione rispetto all’offerta dei servizi che fino ad ora si sono rivolti alla riabilitazione.

Una fattoria sociale infatti può essere strutturata partendo da due presupposti di fondo, il primo partendo dalla creazione di una comunità o di uno spazio dedicato alla riabilitazione che solo in un secondo momento utilizza l’agricoltura (e le attività connesse) come strumento per la riabilitazione anche attraverso l’avvio di una impresa produttiva; la seconda, e dal mio punto di vista la più interessante ed innovativa, è che partendo da una azienda agricola già esistente e caratterizzata dall’essere già “impresa” si giunga all’impiego di persone svantaggiate che si inseriscono nel circolo produttivo attraverso la propria attività dalla quale trarranno anche il vantaggio della riabilitazione. Va da sé che con questo secondo punto di partenza l’attività produttiva acquista il “plus-valore” dell’essere anche “sociale” e che per la persona svantaggiata che viene inserita in un contesto di normalità viene meno tutta quella parte (per altro pericolosa per un buon esito del progetto riabilitativo) afferente allo stigma di essere “svantaggiato” di fronte alla comunità di riferimento.

Le fattorie sociali sono spazi che posso accogliere sia persone a livello residenziale che persone per una attività diurna, in base al progetto di vita strutturato per ognuna delle persone. L’attività quotidiana, i cui ritmi sono dettati dal ritmo della natura stessa in rapporto all’attività produttiva (ad esempio l’irrigazione dell’orto o del campo piuttosto che la mungitura delle mucche che hanno delle scadenze ben definite all’interno di una giornata-tipo) hanno il vantaggio di infondere e strutturare il sistema delle regole senza che esse vengano imposte/insegnate dall’operatore, ma indotte dalla natura stessa che qui funge da co-operatore/terapeuta con il vantaggio di essere super-partes e non triangolabile: se la pianta appassisce è chiaro che deve essere irrigata, non ci sono interpretazioni diverse o manipolabili. Qui credo emergano come evidenti anche tutti gli aspetti legati al “prendersi cura” di creature che hanno bisogno “di me per sopravvivere” come una sorta di ribaltamento della prospettiva tra chi esprime il bisogno e chi può fornire lo strumento per affrontarlo. Credo che sarebbe interessante qui considerare una sorta di identificazione tra la persona che soffre ed la creatura che gli è stata affidata.

Molti sono gli aspetti circa questo argomento che mi piacerebbe prendere in considerazione, magari nei prossimi interventi che vorrò fare o che spero qualcuno voglia fare perché questo delle fattorie sociali è un tema che (confesso…) mi affascina assai.

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