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Perchè mi piace il mio lavoro

Nonostante le difficoltà io credo ancora nel mio lavoro e… continuo ad impegnarmi.
Amo il mio lavoro ed i suoi destinatari, in verità molto speciali.
I destinatari del mio lavoro sono ragazzi che nessuno vuole, allontanati dalla scuola, non compresi dalle famiglie, sono ragazzi in carcere.
Io posso fare ciò in cui credo, ciò in cui ho creduto fin dall’adolescenza.
Conosco da tanti anni la realtà carceraria sia degli adulti sia dei minori.
Ho sempre condiviso una frase di Vaclav Havel “La speranza non è ottimismo, la speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato che abbia successo o meno”.
Come operatore sociale ho dovuto mantenermi costantemente aggiornata in materia legislativa. Come operatore di un organo esecutivo dello Stato ho spesso preso atto di ciò che il legislatore produceva pur senza condividerlo.
Fortunatamente sono riuscita a realizzare molti progetti a volte molto impegnativi, altre volte più semplici. L’obiettivo del lavoro era ed è sempre il minore inteso nella completezza della sua giovane vita e nella grandezza della vita che gli auguro che lui possa vivere.
Il rispetto che provo per i ragazzi con cui lavoro è sempre grande. Per lavoro devo entrare nelle loro vite attraverso i colloqui, devo cercare di intuire sofferenze, carpire da uno sguardo una serenità o una tensione. Tutti i ragazzi che ho seguito sono andati a scuola, hanno svolto attività sportiva, hanno conosciuto il teatro, la pittura e la musica.
Spesso per la prima volta si sono sentiti trattare con rispetto, hanno imparato a fare cose che i loro coetanei compiono quotidianamente.
Nonostante tante difficoltà spesso i ragazzi escono dall’istituto penale con molto in più in termini di esperienze, di valorizzazione in termini di occasioni di riflessione.
A volte i ragazzi sono stranieri, sono extracomunitari, ma che significa? Sono svizzeri? No, vengono da tante parti del mondo. A colazione al mattino vediamo seduti intorno ai tavoli ragazzi provenienti da tutti i continenti… che bella lezione di intercultura!!!
A volte i ragazzi sono costretti a tornare nei loro Paesi di origine ma io cerco di prepararli a ciò. Quando partono da casa temono di dover tornare da sconfitti, sperano di fare fortuna di trovare lavoro, una dignità.
Se dovranno tornare perché espulsi o rimpatriati io cerco di fare in modo che tornino con un lavoro, con una loro dignità, con una loro esperienza positiva che li possa inserire nel loro contesto senza ributtarli nel vortice di disperazione che li ha indotti a partire.
Non è facile, ci sono mille ostacoli amministrativi, poche risorse economiche, tanti pregiudizi ma continuo a infondere fiducia nelle loro capacità perché ho la certezza che ciò che faccio e farò ha comunque un grande significato sia per loro sia per me.

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2 commenti Lascia un commento »

  1. Salve, da quest’anno dovrei intraprendere anche io lo studio come assistente sociale, presso la facolta di Bari (Puglia) e voglio dirle che ciò che lei ha scritto lo condivido al 100%: mi ha colpito tantissimo questa frase “La speranza non è ottimismo, la speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato che abbia successo o meno”. Penso che sarà anche la mia frase in questa grande e lungo cammino… Giovanni Letizia.

    Commento by giovanni — 11 agosto 2010 [Permalink]

  2. Buonasera, sono una studentessa di Torino al primo anno della facoltà di Scienze Politiche-Servizio Sociale. La passione che mette nel suo lavoro e i suoi ideali sono gli stessi che mi hanno spinta ad intraprendere questo percorso.
    Le sue esperienze mi danno ulteriore conferma di aver intrapreso la strada giusta e aumentano la mia speranza che, anche se ognuno apparentemente nel piccolo, si possano cambiare le cose. Grazie.
    Martina Castagno

    Commento by Martina Castagno — 27 settembre 2011 [Permalink]

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