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Caregiver – diagnosi e terapia

I caregiver mentono?
E’ possibile comunque affermare che vi sono aspetti non sufficientemente presi in considerazione e che possono portare, se non evidenziati adeguatamente, a diagnosi sintomatologiche di “disturbi comportamentali” affrettate o non corrette, inficiando conseguentemente anche la scelta terapeutica?
Quali possono essere le ragioni di questa presunta mancanza di affidabilità dei caregivers informali (e quasi sicuramente anche formali)?
E’ stato abbondantemente indagato l’impatto della depressione, dello stress e della fatica percepita dai caregiver che prestano assistenza ai famigliari affetti da patologie croniche caratterizzate da disabilità cognitiva e funzionale quale la disabilità intellettiva e la demenza (ad es., Plant e Sanders, 2007; Gitlin et al., 2005). L’influenza di questi fattori sulla malattia e la sua evoluzione è innegabile in diversi contesti situazionali, culturali e sociali e presenta caratteristiche cross-culturali (Aguglia et al., 2004), ora sta assumendo un rilievo sempre maggiore l’indagine di questo fattore e del benessere del caregiver anche nell’aspetto attribuzionale e quindi nella valutazione dei sintomi stessi della malattia (Berger et al., 2005)
Quello che sosteniamo è che, sempre escludendo la malafede o fenomeni patologici delle interazioni che pure possono essere presenti, questo fenomeno possa anche essere visto come un possibile errore attribuzionale e presenta dei tratti caratteristici che sono assimilabili ad alcuni fenomeni che sono stati studiati in modo dettagliato nella psicologica sociale.
Presumiamo che facciano già parte del bagaglio di competenze e quindi escludiamo preliminarmente anche i fenomeni induttivi che possono essere generati solo da interazioni non condotte in modo professionale:
Quando colui che “valuta” fornisce alla persona i riferimenti categoriali che si aspetta, generando i noti fenomeni inferenziali delle profezie che si autoadempiono (Rosenthal, 1985);
Fenomeni di correlazione illusoria che è il caso in cui, aspettandoci che due cose siano collegate, inganniamo noi stessi fino a credere che di fatto lo siano, nonostante l’evidenza contraria;
Facciamo riferimento in modo specifico ad altri costrutti che sono stati indagati nelle dinamiche d’interazione psico-sociale e che potrebbero fornire delle guide nella lettura dei risultati degli studi sopraccitati.
Interazione e indici linguistici
In ogni colloquio è evidente la presenza di misura di sicurezza, vale a dire mezzi difensivi più o meno consapevoli (ma che possono essere attivati consapevolmente), che sono utilizzate per far fronte a possibili minacce ambientali esterne o presunte tali.
Sicuramente la cura, assistenza e sorveglianza di una persona che manifesta comportamenti problematici o vissute come tali, produce dei meccanismi di difesa, che sono una sorta di prevenzione primaria attuata per evitare di esporsi a movimenti affettivi dolorosi o a conflitti con sé o con l’ambiente.
Tanto più è rilevante la valenza affettiva del rapporto che abbiamo con la persona malata tanto è più facile che agiscano le misure di sicurezza e i meccanismi di difesa e questa non è una caratteristica esclusiva dei familiari dato che è variamente presente anche nei caregiver formali a seconda del grado di condivisione emotiva (empatia).
Vi possono essere gradazioni estremamente variegate e sovrapposizioni dei meccanismi e la differenza più evidente sta nel fatto che, mentre le misure di sicurezza sono più o meno consapevoli e possono essere portate in superficie durante intervista con il professionista (medico, psicologo, infermiere, assistente sociale, ecc. ), le seconde sono inconsapevoli (o se si preferisce un termine di deriva cognitivistica, automatiche) e si mostrano con più evidenza all’intervistatore, ma vi è riluttanza ad ammetterle o la negazione di esse nel momento in cui si cerca di farle emergere, inoltre agiscono sempre su entrambi i poli del rapporto.
La scelta del meccanismo di difesa messo in atto dipende da molti fattori, ma in realtà trattandosi di un meccanismo inconscio si può parlare di “scelta” solo in senso lato. Nella ricerca si sono evidenziate delle correlazioni tra delle strutturazioni di personalità forti e (forza dell’ego) cultura, esperienze di vita ecc. con il tipo di meccanismo utilizzato, ma quelli più facili da individuare in questo tipo di colloqui (ma l’elenco è solo indicativo e non esaustivo) sono la proiezione, la rimozione, la negazione, la razionalizzazione o il ritiro emotivo in alternativa ad un inconfessabile risentimento (per una rassegna più completa, si veda Trentini 1995). Si tratta di dinamiche che se sono riconosciute, consentono al professionista di ponderare le asserzioni dei caregiver e di prevedere delle contromisure per ridurre la distorsione informativa.
Il Bias edonico (Heider, 1958) rimane un tratto caratteristico della valutazione delle persone e quindi è sempre presente una tendenza a sottostimare l’insuccesso o il comportamento “strano” quando è attribuito a sé o ad attribuirlo a cause esterne, mentre si tende a sovrastimare la responsabilità personale di coloro che ci stanno attorno; in particolare questo meccanismo, abituale in tutte le relazioni interpersonali, viene enfatizzato dalle dinamiche ingroup-outgroup (Arcuri e Cadinu, 1998).
L’attivazione degli stereotipi e le credenze culturali fanno parte in molti casi di una elaborazione automatica dell’informazione ed influenzano l’elaborazione delle informazioni anche se non le si condivide (Greenberg e Pyszczynski, 1985).
Qqquesto porta ad un fallimento della normale costruzione logica, perché il pregiudizio è sostanzialmente una scorciatoia cognitiva attivata su base emotiva e distorce l’elaborazione delle informazioni successive. In particolare ci sono due meccanismi tipici di stigma sociale che possono essere posti in atto in modo automatico nelle relazioni con persone che necessitano di aiuto:
I.Vi è una sorta di priming semantico nel momento in cui ci si riferisce ad anziani, persone disabili o con tratti psichiatrici, in maniera inconsapevole attiviamo degli automatismi che associano queste categorizzazioni a connotazioni negative (è un fenomeno ben noto che viene definito anche ageismo, illustrato tra gli altri da Purdue e Gurtman [1990], ma è un termine che andrebbe allargato a ricomprendere altre categorie) e queste ultime influenzano pregiudizialmente la valutazione e la percezione interpersonale.
II.Non ci si identifica mai con coloro che vengono considerati “diversi” da sé e questo avviene senza inficiare il livello di empatia, ma attraverso di esso a livello inconsapevole si crea tra l’operatore (medico, psicologo, infermiere, assistente sociale ecc.) e familiare o assistente familiare privato, una sorta di alleanza ingroup implicita e a partire da questa alleanza tra “normali” si giudica il malato attraverso una barriera cognitiva.
Queste dinamiche sono normali, automatiche e non necessitano neppure di un accordo preventivo o di una condivisione, poiché sono in qualche modo implicite nel giudizio attribuzionale e non è necessario far parte di un gruppo consolidato o stratificato per adottare tali euristiche, come ha ben evidenziato Tajfel con il suo paradigma del gruppo minimo (1995).

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