Questo sito utilizza diversi tipi di cookie, sia tecnici sia quelli di profilazione di terze parti, per analisi interne e per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze manifestate nell'ambito della navigazione.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se chiudi questo banner o prosegui la navigazione acconsenti all'uso di tutti cookie.

| |


Spazio libero per la tua pubblicità,
contattaci »


L’assistente sociale e la libera professione

Il rapporto tra assistente sociale e libera professione non richiama la semplice forma giuridica dell’esercizio professionale, ma costringe a fare i conti con il proprio “essere professionisti”. Un professionista è tale, infatti, solo se “regge” le sfide del mercato e sa adeguarvisi, mentre il “semiprofessionista” trova vita più facile nella dipendenza (la quale, per funzionare, non ha bisogno di professionisti). Sembra un paradosso, ma oggi -in Italia più che altrove- la tendenza è proprio questa. Oggi è più facile vincere un concorso (dopo del quale si riceve lo stipendio a vita) che non chiedersi, ogni mattina, cosa inventarsi per vivere da professionisti.

Per chiarezza: la libera professione non è il precariato, sebbene a volte le forme giuridiche degli istituti contrattuali si assomiglino: la libera professione è sia “libera” (cioè scelta senza condizionamenti), sia “professione” (cioè competenza reale). Alla libera professione ci arriva quindi l’assistente sociale “maturo”, spesso svezzato nella dipendenza, sicuramente dopo percorsi formativi ed esperienziali particolari, ad ogni caso con la volontà di “reggere” compiti e responsabilità senza l’intermediazione di un’organizzazione.

Interrogarsi sulla libera professione è un’operazione assai difficile per l’assistente sociale. Il giovane collega la vede come un pianeta lontano, e fa bene, visto che ha bisogno di “crescere nella dipendenza”. L’eterno dipendente la vede come una minaccia alla propria stabilità, e quindi la evita. Chi è che si avvicina alla libera professione? Sicuramente chi si sente così maturo e competente da vedere la dipendenza come una “gabbia”. Certamente chi ha superato la fase del “bisogno dello stipendio fisso” per sopravvivere. Ad ogni caso chi ama la creatività e la conquista quotidiana del lavoro.

Ad oggi sono due i fattori sociologici che favoriscono la libera professione:

la precarizzazione del lavoro. Non c’è più il “posto fisso”, ma ci sono tante opportunità “a tempo determinato. Non c’è più l’Ente (dal latino “ens”, “che è”…al di là se fà…….) ma ci sono le imprese, pubbliche e private, in cui serve “chi fa” e non “chi è”. In questo gioco si creano tante possibilità “a tempo” o “su obiettivo”, le quali “costringono” a rivedersi, a reinventarsi, a “saper fare”.

La privatizzazione dei servizi alla persona. Il welfare è ormai (o meno male?) sempre più privato, a sussidiarietà, di mercato, in cui il cittadino sempre più spesso viene spinto a scegliersi servizi a pagamento. La stessa Legge 328/2000, con l’immissione dei voucher e degli assegni di cura, con la legittimazione del “sistema”, legittima il rapporto diretto tra l’utente pagante ed il professionista.

Parlare di libera professione diventa a questo punto naturale ed essenziale per ogni assistente sociale che voglia definirsi appieno come un professionista. Se ne parla da anni tra assistenti sociali, lo stesso tariffario è uno strumento conseguente, eppure si assiste ancora oggi ad una irrilevante presenza della libera professione nel servizio sociale.

Ma c’è già un mondo libero professionale, ci sono già tanti colleghi operativi, seppur in maggioranza “spuri” (cioè dipendenti, ma con incarichi aggiuntivi). C’è sempre e comunque una voglia latente di buttarsi nella libera professione, la quale però si ferma di fronte al non sapere “come fare”. Non basta, insomma, “volere” la libera professione, occorre anche “imparare” a farla e questa operazione richiede non solo un addestramento puramente tecnico, ma una rivoluzione identitaria per nulla facile per l’assistente sociale italiano, da sempre dipendente. La stessa sociologia delle professioni ci aiuta in questo passaggio, fornendo diverse analisi per poter focalizzare oggi gli elementi essenziali per definire un professionista; di conseguenza va effettuata un’attenta operazione di cambio culturale, di passaggio dalla dipendenza all’autoimprenditoria, sapendo leggere il trend del mercato del lavoro, con la crisi del lavoro dipendente e l’esplosione di forme diverse dell’attività professionale.
Occorre “imparare con umiltà” la libera professione, replicare le “buone pratiche”, acquisire ulteriori competenze metodologiche ed imprenditoriali, ma anche “disimparare” progressivamente la professione dipendente e la cultura che da essa deriva. Questo bisogno della professione è quindi non solo operativo, ma anche formativo: in ciò l’Università non può continuare ad insistere su contenuti professionali talvolta sorpassati dai tempi, in cui l’assistente sociale era soprattutto la traduzione operativa di una burocrazia pubblica, ma deve facilitare buoni percorsi individuali per fornire agli studenti i giusti modelli di lavoro sociale in modo da risultare vincenti nel mercato del lavoro.

Da tutte queste riflessioni è scaturito, grazie anche alle esperienze maturate come segretario nazionale del SUNAS ( www.sunas.it) con delega alla libera professione, il bisogno di creare un “vademecum” sul tema. E’ uno sforzo compiuto assieme ad altri due colleghi e tradotto in un libro dal titolo “servizio sociale e libera professione”, edito da Carocci.

Il testo rappresenta un percorso sistematico utile allo scopo di formare liberi professionisti di servizio sociale. Il primo capitolo approccia il tema dal punto di vista sociologico del lavoro postmoderno di cura e giustifica la necessità della libera professione a seguito della lettura dei trend del welfare. Il secondo addestra il lettore circa il proprio orientamento verso la professione di mercato, cercando di elaborare modelli professionali verso quadri squisitamente competenziali. Il terzo rappresenta tutto il percorso metodologico per trasformare un’idea di libera professione in progetto vero e proprio, con tutti gli elementi essenziali per un’impresa. Il quarto riporta nel dettaglio tutte le esperienze di libera professione presenti (ed in qualche misura possibili) nel nostro Paese con una precisa fotografia delle norme di riferimento. Il quinto ed ultimo fornisce nel dettaglio tutte le informazioni giuridico-contabili per l’avvio d’impresa, sia individuale che collettiva, fornendo gli strumenti pratici per realizzare l’impresa stessa. Alla fine di ogni capitolo sono state riportate delle sintesi con relative domande di verifica, più che utili per un’autovalutazione durante il percorso di apprendimento.

In giro per l’Italia sto offrendo dei “laboratori sulla libera professione”, quindi sono disponibile a contattare colleghi interessati al tema.
Per chi volesse, lascio gli estremi della mia posta elettronica: SCRIVIMI
Chi volesse sapere meglio chi sono è invitato a venire alla mia pagina web: http://digilander.libero.it/ugo.albano
Anche su questo portale sono più che disponibile a parlare di libera professione.

Articoli Correlati

  • Non ci sono post correlati

3 commenti Lascia un commento »

  1. Caro collega ottima l’idea di scrivere un testo che spieghi a noi”giovani” come avviarci alla libera professione. Hai pensato di poter fare anche delle lezioni divulgative nelle facoltà di Serv. Soc.?Ti assicuro che in materia se ne sa molto poco.
    Avevo anch’io pensato di organizzarmi in questo modo,ma quando poi ho visto che colleghi della tua stessa città fanno letteralmente la fame,nonostante abbiano anche molte qualifiche mi son data una sana calmata ed ho continuato a seguir la specialistica!!!

    Commento by Biancamaria Brancaccio — 26 settembre 2008 [Permalink]

  2. Credo anch’io nella libera professione, avendo già fatto questa esperienza. Io sono una dipendente del Comune a tempo pieno ed indeterminato con incarico dirigenziale Settore politiche sociali, ma sono stanca di stare accanto all’apparato burocratico-politico. Avrei una mezza idea di ricominciare la libera professione chiedendo il part- time. Il mio dubbio è il sistema previdenziale che ad oggi non ci garantisce nulla o quasi, oppure se ci sono maggiori informazioni fammi sapere. Comunque approfondirò questo argomento confrontandomi con chi ha già esperienza. Purtroppo adesso ho fretta e devo chiudere, ci sentiamo dopo. Congratulazioni per il tuo articolo , sei una persona in gamba .Ciao.

    Commento by silvana — 8 novembre 2008 [Permalink]

  3. Ciao, grazie del tuo articolo e della tua esperienza avanguardista nel settore :)
    Io sono una di quelle giovani assistenti sociali ancora da svezzare come dipendenti, ma ti dirò che da qualche tempo sento una forte spinta verso una dimensione di autonomia dall’apparato pubblico-burocratico. Dopo una breve esperienza (solo 15 mesi per ora, purtroppo), ho capito che il lavoro alle dispendenza non fa proprio per me, mi va stretto, in qualche modo sento castrare la mia professionalità.
    So di essere molto giovane, e poco qualificata.. e oltretutto molto disorientata sul mondo della libera professione.. ma sono molto motivata a capirne e sperimentarne di più..
    non so se leggendo questo puoi rispondermi:
    - sai indirizzarmi a qualcuno, a Firenze o in Toscana, che eserciti in qualità di libero professionista, al quale possa rivolgermi per capire qualcosa in più?
    - secondo te potrebbe essere utili, nell’ottica di un futuro libero-professionale, formarmi in ambito criminologico?

    Ti ringrazio molto,
    buona strada
    Corinna

    Commento by Corinna Donnini — 17 marzo 2011 [Permalink]

Lascia un commento

(obbligatorio)