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La Riflessività come filtro per incanalare il sapere pratico

I professionisti si trovano sempre più spesso a fare i conti con l’unicità e la complessità delle situazioni e di fronte al dilemma dell’agire secondo criteri che garantiscono il rigore delle scelte o dell’agire secondo criteri di pertinenza in base ai quali i casi sono resi intellegibili non da procedure standard ma, dall’esperienza professionale. Quest’ultima diviene sempre più sinonimo di capacità di intervenire in situazioni che vengono percepite come inedite, singolari e difficili.

La conoscenza professionale non può essere del tutto pre-esistente all’azione ma, questa si costruisce anche nel dialogo con la situazione e, le esperienze professionali, dunque, possono divenire, attraverso la riflessività importanti fonti di rinnovamento del modo di pensare e di lavorare.
Questo elaborato esamina il ruolo della riflessività nel lavoro sociale, nel quale non basta applicare meccanicamente conoscenze e metodologie, in quanto queste diventano la materia riplasmabile all’interno delle attività e subiscono un continuo accomodamento e ridefinizione in rapporto ai contesti di pratica, difficilmente quindi si può far riferimento ai canoni della Razionalità Tecnica, così come definita da Schön.
Le professioni di aiuto, come afferma Dal Pra Ponticelli, sono caratterizzate da dinamicità dovendo continuamente fare i conti con i cambiamenti dei loro oggetti di analisi e di intervento, nonché le persone, sono, quindi, in continua evoluzione sia sul piano teorico che operativo. I professionisti non sono risolutori di problemi strumentali, ma riflessivi, creativi e artefici del proprio sapere, delle proprie scelte e mosse in contesti di pratica, visti come campi di esperienza problematica da indagare.
L’assistente sociale non può essere, quindi, considerato come un distibutore di prestazioni standard, ma piuttosto come un’architetto della conoscenza che tesse percorsi con dispotivi differenziati a livello relazionale e organizzativo.
Il servizio sociale necessita di saperi puramente teorici ma, con questa sola dotazione non si relazizzerebbe nessun servizio sociale che prende forma nella misura in cui ogni conoscenza viene resa funzionale ad un’attività, il cui compito primario è la progettazione di interventi in situazioni socialmente rilevanti.
Nel servizio sociale, dunque, la teoria non può che essere teoria applicativa per la pratica professionale.
Il professionista riflessivo, dunque, riflette sul proprio operato e sulla propria conoscenza ridiscutendone la veridicità, e mette in discussione valori e principi di fondo delle organizzazioni.
I membri e l’organizzazione devono guardare dentro la scatola nera della pratica professionale dalla quale promuovere innovazione e cambiamento organizzativo. Importanti pratiche riflessive sono il confronto, iniziative di formazione permanente e la valutazione professionale.
Queste evitano servizi burocratici e standardizzati e una deresponsabilizazione e demotivazione dell’operatore. La riflessività è essenziale per l’assistente sociale, che ad esempio ha da poco concluso un colloquio e deve tessere i vari punti che ha nella testa, da elementi di analisi del caso, impressioni e risonanze emotive, che interagiscono nella lettura del bisogno, permettendo di agire e prendere decisioni in modo più consapevole, aumentando il senso di responsabilità nei confronti dell’utente ed evitando agiti suggeriti dalla ripetitività.

La riflessività, dunque, permette di riacquisire il senso e la direzione di marcia del proprio lavoro e restituisce motivazione e spirito di iniziativa.

La parte teorica dell’elaborato è stata seguita dalla ricerca. Obiettivo di quest’ultima è stato rispondere ad un’interrogativo principe:  “In che modo l’atteggiamento riflessivo qualifica la professionalità dell’assistente sociale e che impatto ha nel suo lavoro e nel contesto organizzativo di cui è parte.”
La tecnica di indagine adottata è l’intervista semi-strutturata elaborata alla luce di tre macro-aree: la riflessività e il sapere pratico, l’apprendimento organizzativo e le pratiche riflessive.
Se la mente evita l’esercizio del pensare si finisce per restare in una situazione di anonimia e, ci si sottrae alla possibilità ma, soprattutto alla responsabilità di cercare senso nell’esperienza. La riflessività, dunque, permette al professionista di acquisire consapevolezza dei nessi teoria e pratica, smascherando gli automatismi del suo agire professionale per comprenderne il senso.

Buona lettura…

La tesi è scaricabile nell’Area Download

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1 commento Lascia un commento »

  1. Sono pienamente daccordo che l’assistente sociale non è un distributore di prestazioni con criteri di riferimento standard, e che la professionalità dipende dall’essere imbevuta di sola teoria, ma è l’esperienza fatta sul campo come una parabola vissuta dal dì dentro, è l’intuizione, la capacità relazionale, la prespicacia a mettere in moto tutte quelle azioni di aiuto alla persona, al gruppo, alla comunità. Anche Roger, sosteneva che vi deve essere uno spostamento dalle abilità puramente tecniche alle abilità umane. Il successo dell’Assistente Sociale stà proprio lì.

    Commento by rossella — 7 gennaio 2011 [Permalink]

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