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Medicina e welfare

La medicina ha fatto passi da gigante nel secolo passato e nel nuovo che è iniziato nuove branche tecnologiche come la genetica permettendo risultati che tanto nella cura quanto nella prevenzione giorno dopo giorno valicano ostacoli considerati insuperabili.
Discipline come le neuroscienze o la biogenetica danno risposte che giorno dopo giorno si accavallano in un crescendo di risultati sempre sorprendenti. Se da un lato la nostra medicina ogni giorno acquisisce nuove risposte, la società nella quale viviamo, è spaventosamente priva delle risposte da dare sull’aspetto umano del problema.
Troppo spesso ho toccato con mano la difficoltà che ha la famiglia ad accettare in casa una persona che ha perso parte della propria autosufficienza. Il nostro sistema sanitario a riguardo offre risposte spesso insufficienti mortificanti per l’utente. In troppi casi l’unica soluzione per la famiglia resta il passaggio in una struttura di lungodegenza, dove il paziente spersonalizzato è posto in una sorta di parcheggio a vita.

A riguardo alle statistiche dell’OMS ci parlano di vita ridotta per non dir troncata. Il vero problema dell’assistenza agli anziani è che in questo Paese non esiste uno stato sociale degno di questo nome. Cosa che accade, per esempio in Svezia, dove esiste una rete assistenziale che segue la persona dall’inizio alla fine della vita; penso alle case-albergo, ad esempio, ovvero strutture di tipo alberghiero dove gli anziani hanno a disposizione un appartamento per conto loro e sono accuditi da personale specializzato che provvede alle loro necessità (igiene personale, pulizia dell’alloggio, cure mediche, ecc…). E per il pagamento della retta è sufficiente la pensione, indipendentemente dall’ammontare della stessa.
Tutt’altra cosa rispetto all’Italia, dove la cura degli anziani è scaricata tutta sulle spalle dei figli, che spesso non hanno i mezzi né la competenza e, diciamolo, lo stomaco per occuparsene! Sì, perché per accudire fisicamente un anziano, ci vuole uno stomaco forte, e se uno non ce la fa non è colpa sua, chiaro? Altrimenti le alternative sono o l’assunzione di una badante, sempre a spese della famiglia, o il ricovero presso una costosissima casa di riposo. Spesso i figli dimenticano i loro doveri morali verso i genitori. Si sa, ricordando un vecchio proverbio, che il bene (l’amore) “scende” e non “sale”…
Zygmunt Bauman in una sua opera “Homo consumens” -lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi- ci spiega la scarsa moralità di una società, dove l’apparire sovrasta l’essere, dove la forma e l’omologazione a schemi decisi da altri ci impongono scelte di cui non siamo mai consapevoli. Si sceglie un orologio perché una rivista patinata lo impone e ci convince che saremo persone migliori se avremo quell’oggetto.
In un’epoca così impregnata dal consumismo il malato, il debole è visto come una persona da mettere al margine, da evitare per non esser fuori da certi schemi. La funzione propria delle professioni d’aiuto e dei servizi sociali dovrebbe essere, stando a quanto si dice spesso oggi, quella di sbarazzarsi di disoccupati, disabili, invalidi e altre persone deboli che, per una ragione o per l’altra non sono in grado di mantenersi e dipendono, per la propria sopravvivenza, dai servizi sociali; tale funzione, com’è evidente, non si sta adempiendo. Poiché la professione del sociale, come c’è ricordato, dovrebbe esser giudicate –al pari di qualsiasi altra azione umana-sulla base del bilancio tra costi e benefici prodotti, nella
loro forma attuale esse non hanno, in termini economici, alcun senso.
Gli specialisti dell’aiuto giustificherebbero la propria esistenza soltanto se rendessero indipendente chi è dipendente, se mettessero chi fatica a camminare nelle condizioni di procedere da solo. L’assunto implicito, raramente riconosciuto come tale, è che per le persone che non sono indipendenti, come chi non partecipa al gioco dello scambio di mercato, non c’è spazio nella società dei giocatori. “Dipendenza” è diventata una parolaccia: qualcosa di cui la gente per bene dovrebbe provar vergogna. Sempre Zygmunt Bauman nel suo articolo ”Welfare assediato” scrive: Quando Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele , Caino, adiratosi, replicò con un’altra domanda:“ Sono forse io in custode di mio fratello? ”.
Il maggiore filosofo morale della nostra epoca, Emmanuel Levinas, osservò che da quella rabbiosa domanda ebbe inizio ogni immoralità. E’ certo che io sono responsabile di mio fratello; e sono e rimango un essere morale fintanto che non chiedo un motivo speciale per esserlo.

Che io lo ammetta o no, sono responsabile di mio fratello perché il mio benessere dipende da ciò che io faccio o mi astengo dal fare. Sono un essere morale perché riconosco questa dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue.
In un’Europa a due velocità mi chiedo quali siano le molle etiche che facciano di questo paese un luogo migliore per chi non può più mettersi al passo con gli altri.Leggi come la 104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” ha trasformato il disabile in una forma di reddito ghettizzandolo ancor di più. Se oggi la domanda che fu di Caino è ripetuta (in forma aggiornata) in tutto il continente europeo, e lo stato sociale è un po’ ovunque sotto assedio, questo avviene perché quella peculiare combinazione di fattori che ne favorì l’istituzione, fino a farlo sembrare la condizione naturale delle società moderne, è venuta meno. Con il senno di poi possiamo riconoscere che il welfare state, all’inizio era finanche “eccessivo”. Attualmente , sono il risentimento verso le istituzioni del welfare ed il suo graduale smantellamento a risultare, parimenti, “eccessivi”. Eccola, la dittatura soft, la sottile forza di persuasione: quel desiderio blandito dalla pubblicità grazie al quale può nonostante tutto prosperare un sistema economico che manda montagne di rifiuti al macero, che giorno dopo giorno avvelena il pianeta – e la vita degli esseri umani – con scorie, materiali inorganici, anidride carbonica e sostanze radioattive. Nessuno è costretto con la forza a consumare, a comprare, a rincorrere le ultime mode, ad accaparrarsi i marchi che fanno “tendenza”, a stare un passo davanti agli altri, buttando tutto ciò che è d’impaccio in questa corsa verso la felicità. «Il segreto di qualsiasi socializzazione efficace – scrive Bauman – è far sì che gli individui desiderino fare ciò che occorre affinché il sistema sia in grado di riprodurre se stesso». Il consumismo è la forma di «vita liquida» (dopo quella «solida» della società dei produttori) che ha trasformato tutte le relazioni, anche quelle tra le persone, a modello e somiglianza delle relazioni tra i consumatori e gli oggetti di consumo. Comperiamo per rincorrere il nostro desiderio di diventare altro, di apparire alla moda, di stare avanti alla massa grigia e impersonale. Questo è quel che le merci ci promettono, a condizione però di essere disposti di volta in volta a disfarci dei “vecchi” modelli. «L’economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e valutati, e i loro oggetti
ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l’idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata». Gli oggetti non servono più soltanto a soddisfare un bisogno – questa per la filosofia consumistica è una concezione primitiva – gli oggetti sono uno status symbol, promettono una felicità riservata ai pochi che si piazzeranno primi nella corsa verso l’ultimo i-phone. Ma la corsa non finirà mai. L’oggetto che prima faceva tendenza presto diventerà un marchio di disonore, di inferiorità, un oggetto fuori moda destinato al bidone dell’immondizia. Il consumatore non smetterà mai di desiderare di
essere qualcun altro. I mercati «alimentano l’insoddisfazione dei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita (…). Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio».

Ma davvero la felicità è nell’imperativo compra-e-getta? Possiamo immaginare un’alternativa a questo modo dissennato di consumare e inquinare? Non si tratta di predicare il ritorno all’età della pietra. Il consumismo ha vinto, almeno finora, perché ci ha liberato dall’assillo che avevano le società del passato di non riuscire a soddisfare i bisogni fondamentali dell’uomo. Ma può essere contestato nel punto più alto della sua scommessa. Là, dove ha promesso il paradiso in terra sapendo di non poter mantenere la parola. Il consumismo è la filosofia dell’adesso e dell’ora, la polverizzazione della nostra vita in una serie di istanti eterni senza continuità (“tempo puntinista”, dice Bauman). Una filosofia che promette la felicità qui e ora, senza rinvii e differimenti. Il paradiso in terra. Ma qui casca l’asino perché se un consumatore raggiungesse per davvero la felicità non sarebbe più un buon consumatore. Potrebbe anche diventare contento della sua vita. Il grande equivoco è che la promessa di felicità fatta dal consumismo degli oggetti e dei sentimenti può continuare a sedurre proprio perché allude a un godimento impossibile, a un paradiso evocato di acquisto in acquisto, ma mai realizzabile. Il cliente non sarà mai completamente soddisfatto. Gli uomini dovranno continuare a lavorare e a vivere per rincorrere desideri di altre vite, altre identità, altri mondi che non si avvereranno mai.

Non c’è strada maestra verso la felicità. Ricordiamocelo durante le feste.

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5 commenti Lascia un commento »

  1. Bell’articolo…l’attacco alla L.104/92 mi sembra però ingiusto, La ritengo, sebbene la terminologia sia ormai sorpassata, una legge di democrazia a garanzia non solo delle persone disabili ma anche delle loro famiglie.

    Commento by Veronica Donda — 16 marzo 2011 [Permalink]

  2. Credo che in ognuno di noi abbia la consapevolezza, del fatto che molto di cio’ che è stato fatto per il benessere e la cura sia oggi a rischio. Ma so, che in alcune Regioni D’Italia, si sta lavorando molto per gli anziani ( vedi case-alberghi) ed anche per cio’ che riguarda l’attenzione ai care- giver (familiari).
    La legge 104/92,in altri Stati non esiste neppure!
    forse dovremmo preoccuparci di farla funzionare ,inoltre non teniamo presente che per le fasce di età da a 3-18 non esiste una legge quadro come questa, anche per chi non è disabile!

    Commento by Loretta — 17 marzo 2011 [Permalink]

  3. Gentile Dottoressa A. Brancaccio; finalmente, in questo deserto di idee, in questo mare di conformismo, desolante, si leva la sua penna mossa evidentemente da un pensiero di ampio respiro, consapevole e critico in modo costruttivo, e se amaro in alcuni punti, è solo perchè espresso da qualcuno che, evidentemente, ama la sua professione, e chi ama, ha il diritto/dovere di svelare i difetti “dell’amato”, per far si che vi si possa porre rimedio, prima che sia tarndi. Non vedo in questo articolo “attacchi”, non vedo aggressività o diti puntati, ma solo verità, sapienza e forse, mi permetto, malinconia, non tristezza. SV

    Commento by Sabrina Vispi — 17 marzo 2011 [Permalink]

  4. Ringrazio la collega Vispi,ma si c’è una punta di malinconia nel mio articolo. E’ triste per un malato capire che i parenti hanno poca voglia di riprendersi in casa una parente che sarà di peso in famiglia e che obbligatoriamente li costringerà a cambiare tante cose nella loro vita. Tutte le agevolazioni del mondo, tutte le leggi buone e belle che siano non cambieranno una cruda realtà come questa.

    Commento by bianca maria brancaccio — 18 marzo 2011 [Permalink]

  5. Mi rendo conto, e concordo, in particolare un la Sua ultima frase: “tutte le leggi buone e belle che siano non cambieranno una cruda realtà come questa”… , non credo si possa dirlo meglio, nemmeno aggiungere altro. :)

    Commento by Sabrina Vispi — 23 marzo 2011 [Permalink]

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