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Lettera all’ordine per la tutela della professione

La lettera che segue ci è stata inoltrata dal collega Paolo Pajer per sensibilizzare la comunità professionale su un tema che ci è caro.
La stessa, destinata al suo Ordine, è stata inviata in copia conoscenza agli altri CROAS.

N.d.R.

Spett.le Ordine Professionale Ass. Soc. Regione Toscana,

Vi scrivo, dopo averlo già fatto a gennaio 2010, e dopo aver lasciato sedimentare le sensazioni avute nel corso dell’incontro di Siena del 4 luglio scorso con la 4° Commissione Regionale “Sanità e Politiche Sociali” per esprimervi una seria preoccupazione professionale e civica.

Professionale perché sono assistente sociale, la professione che da un punto di vista accademico e giuridico è cardine e fulcro della gestione dei servizi sociali. Ma solo in letteratura, perché ci sono preoccupanti indizi che fanno presagire che il (nuovo) sistema dei servizi sociosanitari si stia configurando come il (vecchio) sistema sanitario al quale si aggiunge l’ambito socioassistenziale, che in termini di rappresentatività parrebbe fermarsi agli amministratori, appagati di essere (apparentemente) rientrati in gioco con la Società della Salute.

Con l’approvazione del nuovo Piano Sanitario e Sociale 2011-2015 dovremmo vedere ciò che la R.T. dichiara in ogni sede: un Piano che non è la sommatoria del piano sanitario con quello sociale ma l’integrazione dei due. L’unico nodo da sciogliere è la definizione di integrazione: che intende la R.T.? Integrare fra loro gli ambiti sociale e sanitario riconoscendo pari dignità a due sistemi, fatti di professionisti e non solo di risorse economiche ed equilibri politici da spartire? Sicuramente no, perché nell’ottica regionale il profilo professionale dell’assistente sociale semplicemente NON ESISTE al di fuori dell’art. 7 della LRT 41/05. Gestiremo i casi (non le risorse) sui quali, beninteso, tutti diranno preventivamente la loro. È questa l’integrazione?

Come possiamo far sopravvivere il servizio sociale professionale inteso come servizio di prossimità al cittadino, come patrimonio di capacità di programmazione, di valutazione, di sviluppo e gestione dei servizi? Quello che stiamo vedendo, giorno dopo giorno, sta spingendo il sistema dei servizi verso un modello clientelare, dove il cittadino potrà ottenere ascolto/aiuto/visibilità/dignità/garanzie/diritti-di-cittadinanza solo se elaborerà strategie efficaci di avvicinamento ai nuovi dirigenti (medici o politici) che, ben felici di consolidare una ritrovata centralità, ingeriranno nel lavoro dell’assistente sociale… Perché l’assistente sociale sarà solo e soltanto un ammortizzatore, debole valvola di sfogo delle crescenti tensioni sociali che stiamo vivendo ed esposto a rischi, anche personali, sempre più seri. È questo che vogliamo?

La mia preoccupazione civica è legata al fatto che se si avverasse, anche solo in parte, questa angusta previsione ci staremmo veramente dirigendo verso un sistema dei servizi sociosanitari incapace di accogliere le istanze del cittadino ma abile nel vendersi come perfetto. E a questo sistema, per sviluppare una flebile ma astuta strategia di sopravvivenza, basterebbe trovare un capro espiatorio per le proprie inevitabili incompetenze. Indovinate a chi toccherà? Ripeto: è questo che vogliamo? Io no.

Vi prego ed esorto a tutelare efficacemente la professione, a partire dalla corretta definizione dei ruoli (operativi, gestionali, direzionali, di programmazione) che l’assistente sociale deve ricoprire sin dal prossimo Piano Sanitario e Sociale 2011-2015, lavorando per ri-affermare la dignità e il senso di una professione seriamente in bilico. In questo senso vorrei conoscere, in chiave costruttiva, le difficoltà maggiori da voi  (o dalla Commissione Politiche Sociali dell’OAS) incontrate con la R.T. e soprattutto le relative strategie che state predisponendo.

Ricordiamoci che stare fermi in questo momento equivale a lasciar spazio agli altri e che chiunque si arroga la competenza di dirigere e gestire i servizi sociali.

Cordiali saluti.

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3 commenti Lascia un commento »

  1. E si può sapere cosa ha risposto l’Ordine della Toscane e gli altri Ordini professionali? La questione è delicata e servono prese di posizione.

    Commento by Anonimo — 13 ottobre 2011 [Permalink]

  2. L’Ordine della Toscana mi ha contattato telefonicamente tramite la Presidente preannunciandomi delle iniziative.
    Ho trovato poi sul sito (www.oastoscana.it) una lettera alla R.T., e ritengo sia ciò di cui parlava Barbara Bonini. Ognuno può farsene un’idea.
    Dagli altri Ordini finora nulla, ma non significa che non abbia generato dibattito.
    L’ho inviata anche a loro nella speranza di ampliare la riflessione su una criticità molto attuale in Toscana ma che forse ha una matrice comune anche nelle altre realtà territoriali.

    Commento by Paolo Pajer — 17 ottobre 2011 [Permalink]

  3. Condivido la tua preoccupazione. Quella che descrivi è una situazione comune a tutto il territorio nazionale. Chi scrive e dipendnede di un’azienda saniatria piemontese, dove il servizio sociale aziendale è coordinato dal dal direttore della struttura complessa infermieristica e delle professioni sanitarie non mediche.
    Ma ancor più mi indigna la situazione degli enti gestori dei servizi sociali nelle cui dirigenze non viene ricosciuto e tutelato il bagaglio formativo culturale specifico della professione e dove l’accesso è più facile per altre figure professionali. Allego lo stralcio di un recente bando per incarico a direttore di un consoprzio socio assistenziale. Requisito per l’ammissione alla selezione:” Titolo di studio: DIPLOMA DI LAUREA O L’ISCRIZIONE ALLA SEZIONE A DELL’ALBO PROFESSIONALE degli assistenti sociali, nonchè svolgimento di almeno 5 anni di attività di direzioni in enti o strutture pubbliche ovvero in strutture private di medie o grandi dimensioni….”
    Con questo desidero dare un contributo al dibattito: trovo importante che cominci a partire da noi.

    Commento by francesca — 5 dicembre 2011 [Permalink]

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