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Imparare Facendo

Perché un bambino, quando gli raccontiamo una favola, non vuole che si cambi la storia? Perché pretende che la si ripeta come l’ha sentita la prima volta, e non tollera cambiamenti? I riti non si variano, pena la loro nullità. Questo vale per la liturgia (teologia “agita”, recitata) ma è sempre valso per molte altre cose, dai giochi antichi come la campana o “il mondo”, alle favole trasmesse da millenni.
Ma come farlo capire, oggi? Cambiare qualcosa in Cappuccetto Rosso è arbitrario come cambiare una regola degli scacchi. Solo se lo si gioca “ne varietur” il gioco degli scacchi rivela il suo carattere d’iniziazione.

C’è da stupirsi che oggi i più possano guardare una scacchiera senza timore: quei quadrati bianchi e neri sono i tuoi giorni e le tue nere notti; essi sono contati.
Attento a come muovi, perché alla fine, la sconfitta o la vittoria le vedrai dipendere totalmente dagli errori che hai fatto, anche da uno solo, quando hai mosso alla leggera un pedone, magari all’inizio, quando avevi davanti a te l’illusione di poter fare quel che volevi, la vertiginosa “libertà” del possibile.
E non potrai lamentare la tua mala sorte né affidarti alla fortuna, o invocare la grazia, perché il gioco degli scacchi esclude la sorte fortuita e, come nella vita dai giorni contati, non c’è “grazia” che soccorra chi ha giocato male.
Il gioco degli scacchi come la vita, e da millenni insegna, come insegna la Comunità quando parla di “amore responsabile”, che ogni tua azione porta una conseguenza, le conseguenze si accumulano, e saranno alla fine il tuo giudice.

Come si imparava ancora ai tempi della mia giovinezza, quando col solo fatto di andare in Chiesa, ascoltare la celebrazione della Messa, generazioni di contadini analfabeti si appropriavano non solo del senso del bene e del male, ma di una porzione alta, per nulla popolare, della cultura.
A forza di vedere la rigorosa perfezione delle pitture sugli altari o affrescate sulle pareti, di recitare il Credo fra la perfezione armoniosa delle navate e dei pilastri, quel senso del bello come rigore entrava nella carne dei contadini.
È per questo che quando si costruivano poi la loro casa, la loro architettura spontanea faceva case che oggi gli architetti sono incapaci di riprodurre – ammesso che ne avessero la voglia.
Il guaio è che ai più, le villette brutte e abusive piacciono, come piacciono e si fanno i brutti film, la brutta musica, e più gravemente, fra i giovanissimi, le brutte azioni, come bruciare un immigrato sulla panchina.
E per questa cecità i nostri giovani sono divorati dalla noia: del resto, se cerchiamo solo “emozione” e “distrazione”, andiamo direttamente al punto, spariamoci una dose di coca o un videoporno.
I ragazzini imparavano dagli adulti. I ragazzi e le ragazze accompagnavano i genitori nel lavoro, sui campi o con le bestie o a bottega.
Imparavano così, facendo, una quantità di cose inimmaginabili ai giovani d’oggi.
Bisogna vedere e provare come si munge la vacca, vedere un suo parto per imparare ad aiutarla; apprendere facendo come si fa un innesto, come riconoscere una malattia della vite; bisogna sentir raccontare dei tempi propizi per la semina, e l’azione della luna, e i segni del tempo, e i termini tradizionali, rigorosamente precisi (ne varietur) di queste attività “umili”.
Così gli apprendisti imparavano affiancando i mastri artigiani, e non solo i mastri d’ascia o i fabbri; anche Leonardo imparò a bottega del Verrocchio a pestare e mescolare i colori.
Anche l’alta cultura si fonda su un “fare” e un “affiancare”, quella cultura, intesa nel senso più ampio, che comprende la prima di tutte: l’agricoltura..

Manca ai ragazzini d’oggi anche l’insieme di conoscenze che venivano dalla mistura delle età; bambini, giovani mamme, zie zitelle, nonni vivevano insieme; le ragazzine apprendevano a trattare un neonato e a cambiarlo vedendolo fare; gli anziani sapevano insegnare cos’era giusto e cos’era sbagliato, il rispetto degli altri e della parola data, la responsabilità del lavoro e della vita.
Noi bambini, in mezzo agli adulti, imparavano – o meglio assorbivamo – il linguaggio, le sue finezze ed espressività, drammatiche o umoristiche, sentendo qualche “grande” declamare interi canti dell’Inferno, o brani della Gerusalemme Liberata e dell’Orlando Furioso, o ridendo, raccontare di certe burle e furbizie di gente del vicinato – che scoprii solo molto più tardi essere quelle stesse che Boccaccio attribuisce a Bruno e Buffalmacco.

Una ricchezza di cultura, di senso, di responsabilità, di amore che oggi può essere ritrovata nella vita di Comunità, dove si cerca di colmare il vuoto della droga, della devianza, del non senso cui sono abbandonati tanti giovani proprio imparando dagli altri – fai e poi capirai.
Un percorso ed esperienze altamente formative – gli psicologi parlano di ergoterapia, di dinamiche relazionali, di risocializzazione – per acquistare una nuova fiducia e responsabilità verso se stessi, gli altri, la società…
Imparando ad aprirsi e raccontarsi coi propri compagni, con gli anziani di Comunità, con Sandro; imparando il confronto e la consapevolezza, il rispetto delle regole e degli altri…
Imparando il peso della vanga e del mattone, il gelo alla raccolta delle olive, la sete della fienagione; imparando il buon sapore del cibo guadagnato col proprio lavoro, imparando a godere del meritato riposo dopo la fatica…
Imparando a vivere le storie della Comunità e a costruire giorno per giorno il proprio percorso con la disciplina e la responsabilità del lavoro – un lavoro fatto per se stessi e su se stessi, un lavoro per costruirsi una vita nuova, in un Mondo Nuovo!

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