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Dalla gratitudine alla reciprocità indiretta: il dono verso gli sconosciuti

“L’uomo è in primo luogo essere di relazione e non essere di produzione”
(Godbout, 1998, p. 30).

Parlare di gratitudine e reciprocità nella società postmoderna può suonare come qualcosa di anacronistico. Nella società capitalistica attuale, infatti, l’uomo è abituato a comprare quasi tutto: i suoi sogni e i suoi desideri sono condizionati, il suo immaginario è colonizzato (Latouche, 1992) e la reciprocità sembra rivestire un ruolo marginale nella sua vita. In realtà, il valore della reciprocità va al di là di quello che comunemente l’uomo moderno pensa. La sua è, piuttosto, una funzione sociale importantissima poiché è in grado di creare e mantenere legami sociali. Essa mette a fuoco il gesto e il comportamento di reciprocità nel suo effettivo realizzarsi: nelle sue implicazioni ed intenzionalità, nelle sue conseguenze volute/non volute, e ancora di più nelle sue espressioni autentiche e gratuite.
Per reciprocità s’intende, nello specifico, “la condizione di essere reciproco; ossia di un rapporto, di una relazione a valore reciproco”: non solo si stabilisce una relazione diadica fra donatore e ricevente e viceversa (“tu-io-tu”) ma si realizza, anche e soprattutto, un altro tipo di legame reciproco che va oltre tale rapporto duale e che si apre all’altro, un “terzo” che non ha partecipato inizialmente alla relazione (“tu-io-l’altro”). E’ il caso dell’associazionismo, del privato sociale, del terzo settore. E’ il caso del dono agli sconosciuti.
L’analisi intorno alla reciprocità indiretta, nello specifico, può risalire ad Aristotele il quale parla, per primo, di amicizia come capacità di donare e restituire senza chiedere nulla in cambio (Aristotele, Etica Nicomachea, IV secolo a.C.).
Successivamente sono gli etno-antropologi Boas e Malinowski che contribuiscono all’approfondimento del tema della reciprocità, fornendo due esempi: il potlàch ossia l’insieme delle pratiche rituali di ostentazione attraverso cui si battono individui dello stesso status sociale che si sfidano in una gara di distruzione di grandi quantità di beni considerati di prestigio (isola di Vancouver e costa della Columbia Britannica) e il kula ossia una forma di scambio di carattere intertribale ad ampio raggio che viene effettuato da comunità situate in un ampio cerchio di isole che formano un circuito sociale e relazionale reciproco (Nuova Guinea).
Tali esempi dimostrano il fatto che migliaia di individui, sebbene geograficamente molto distanti fra loro e sconosciuti, si uniscono in relazioni dirette e indirette, reciproche e volontarie che consentono loro di creare e mantenere equilibri relazionali nell’ottica di scambio sociale che promuove, a sua volta, la solidarietà e l’organicità della società e della cultura stessa.
La reciprocità, dunque, implica una “connotazione di obbligatorietà morale” che la accompagna e da vita, poi, agli scambi successivi.
Per Mauss, padre della teoria del dono, “dare” equivale ad offrire un legame sociale, “ricevere” corrisponde ad accettarlo e restituire significa consolidarlo. Ciò che viene dato in dono (intendendo con questa espressione non l’oggetto o la prestazione materiale quanto il proprio tempo o parte di sé – sangue, organi), infatti, non è mai completamente separato dalle persone che le scambiano: c’è un legame non strumentale tra donatore e dono, e l’atto della donazione crea un legame sociale con l’obbligo di reciprocare ad un terzo. La reciprocità, oltre che atto istitutivo della relazione sociale, è elemento che definisce la natura del rapporto che impegna mutuamente gli uomini gli uni verso gli altri, generando un’infinita circolarità di elargizioni da ricambiare e da assolvere. In questo senso, la reciprocità indiretta appare espressione emblematica della stessa struttura del legame generalizzato in quanto “fatto sociale totale”.
Nella reciprocità agli sconosciuti, non a caso, non esiste il sospetto e il timore dell’interesse personale e del ricambiare: il ricevente che contraccambia in un dono agli sconosciuti, lo fa altrettanto gratuitamente in virtù di un “obbligo” che riguarda il dono stesso il quale non deriva dalla relazione stabilita e da ragioni utilitaristiche, quanto piuttosto dal sostenere soggetti che possono aver e/o aver avuto stesse esigenze o necessità.
Qui la reciprocità agisce come mediatrice fra l’assistenza ricevuta e l’assistenza donata. Ed il privato sociale è proprio espressione di questo dono tra estranei dove il dono si configura come offerta di un bene o un servizio senza garanzia di restituzione, il che significa, a sua volta, identificarsi sia con il donatario sia con il donatore stesso poiché si condivide la stessa causa.
Dunque, il dono agli sconosciuti si pone come rifiuto dell’utilitarismo, come rifiuto del rapporto strumentale con gli altri, come rifiuto del disincanto della gente moderna: il gesto gratuito e reciproco è un gesto di reincanto della gente come direbbe Godbout (Godbout, 1998).
La reciprocità indiretta, insomma, ritorna ad essere uno dei temi più importanti verso il quale tende l’uomo moderno: esso resta una categoria interpretativa di primaria importanza per tutto il mondo contemporaneo.

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