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Una lettura sociologica dei fenomeni devianti nella società postmoderna: fra frammentazione del sentimento sociale e anomia

Quotidianamente i mass media ci informano di fenomeni devianti che riguardano la piccola criminalità, il rapporto fra immigrazione e devianza, la devianza minorile, le nuove forme di rapporto con le sostanze stupefacenti, gli omicidi, i suicidi, i femminicidi, tutti agiti che richiamano interpretazioni di sentimenti di insicurezza, d’isolamento, di fragilità narcisistica, di scarsità in termini di resilienza, di disfacimento e “liquidità” di legami sociali.
E’ proprio su quest’ultimo punto che vorrei focalizzare la mia attenzione. In effetti, l’approfondimento di tale tematica, a mio avviso, deve considerare la constatazione che le molteplici situazioni problematiche devianti, connesse ai processi di marginalizzazione e precarizzazione prodotti dall’attuale (e non solo attuale) crisi (non esclusivamente economica ma soprattutto valoriale), non trovano adeguata risposta da parte delle istituzioni e dalla società stessa.
Viviamo, per dirla con l’espressione di McLuhan (1964; 1967; 1984) in un villaggio globale, nel quale si individua il predominio della dimensione culturale dell’individuale e del soggettivo che si manifesta e concretizza, conseguentemente, negli agiti di ciascun attore sociale. In tale sistema entrano in crisi valori e strutture tradizionali, quali quelle di riferimento (famiglia, sistema scolastico e sistemi educativi-formativi più ampi) che permettono più facilmente la messa in atto di comportamenti definiti, appunto, devianti.
Ma qual è il nesso fra devianza, o meglio comportamento deviante, e costruzione sociale della stessa/o? E, in che termini si manifesta nel post-moderno?
Il deviant behavior ossia il comportamento deviante, che trova elementi riscontrabili sia nella propria struttura di personalità che nei ruoli sociali giocati, (anch’essi personali ed attuati nel contesto ambientale generale) viene descritto come colui il quale devia da una norma socialmente, mediamente e giuridicamente, accettata dal complesso degli individui . (Thio, 1988, p. 22)
Nello specifico, il concetto può avere almeno due interpretazioni: una di tipo negativo poiché da intendere come violazione di norme (sociali e giuridiche); l’altra neutrale poiché deviante è colui il quale si discosta dal criterio/concetto di normalità (Cipolla, 1997).
Resta il fatto che, il termine devianza è utilizzato più per indicare una categoria sociologica che una categoria sociale.
La sociologia, in generale infatti, parla di comportamento deviante quando intende descrivere un comportamento che si discosta dalle aspettative di normalità collaudate da una data società: può deviare da una norma o un attore individuale o un gruppo; oppure può essere considerato un comportamento deviante quello che si qualifica per la sua relativa eccezionalità nei confronti del quadro normativo generalmente accettato da una società – Stato e, comunque, ben radicato nella cultura dominante del tempo (Santoro E., Zolo D., 1997, pp. 20-25).
Secondo la labelling theory, (“teoria dell’etichettamento”), nel “processo” del divenire devianti, incidono fondamentalmente i processi di attribuzione, di etichettamento e di stigmatizzazione che colpiscono la condotta deviante la quale è, a sua volta, una proprietà conferita ai soggetti dalla percezione sociale e/o dalle definizioni normative (Becker, 1963). La devianza, diventa conseguenza dell’applicazione di etichette e sanzioni da parte di alcuni nei confronti del trasgressore vero o presunto che si manifesta nella reazione sociale collettiva legata ai processi di socializzazione. (Becker, 1963).
In altri termini, la devianza diviene il prodotto di una relazione di potere in cui vi è, da una parte, un individuo o un gruppo di individui che vive una situazione di debolezza rispetto un altro individuo o un altro gruppo che ha il potere (e l’interesse relativo) di etichettare come deviante il primo (Melossi, 2002).
Ancora una volta, alla base dei comportamenti devianti, sembrerebbe esserci uno sfaldamento dei legami sociali più intrinseci.
Tale processo di disfacimento dei rapporti sociali in particolare, con l’aggiunta di marginalizzazione, precariato, disoccupazione, corruzione, “sembrerebbero” rappresentare elementi di produzione della devianza stessa e ostacolo all’accesso stesso ai diritti sociali di cittadinanza (soprattutto), d’impedimento all’accesso ai diritti e alle possibilità.
L’assenza di regole sociali forti e condivise, dunque, è intesa come sproporzione tra mete culturali e mezzi legittimi per il conseguimento di queste ultime.
Secondo Merton non tutti dispongono, infatti, delle medesime opportunità per raggiungere legittimamente gli obiettivi prefissati individualmente. La classe sociale di appartenenza, l’età, il sesso, possono rappresentare un fattore facilitante oppure, piuttosto, un ostacolo al successo personale e sociale (Merton, 1938)
Durkheim, sul piano dei rapporti umani, parla proprio di Anomia ossia di disgregazione del tessuto delle relazioni sociali che indica, sul piano prima individuale poi collettivo, la mancanza di adesione ai valori in una concezione organica del legame sociale. La causa principale della devianza è nell’anomia, ossia nella “frattura di regole sociali” provocata dalla società medesima. (Durkheim, 1895).
Egli sostiene, in particolare, che il problema si verifica quando la solidarietà e la “coscienza collettiva”, ossia il sistema di tradizioni e valori, non riescono più a dare ragione all’individuo del tipo di società in cui vive, e quindi l’uomo è destinato a perdere il senso della sua esistenza e del suo ruolo svolto all’interno del contesto macro.
Tale prospettiva, si colloca in continuità con l’idea per cui i fenomeni devianti sarebbero da imputare al fragile legame sociale che caratterizza i rapporti fra gli uomini. La teoria del legame sociale proposta da Hirschi nel 1969, non a caso, presuppone che il comportamento deviante sia causato dalla fragilità dei legami sociali e dall’indebolimento della coesione sociale (Barresi, 2007, p. 66). Se le caratteristiche potenzialmente criminali sono parte costitutiva della natura umana, la possibilità di intraprendere una carriera deviante viene a dipendere dal successo o dal fallimento del processo di socializzazione. (Hirschi, 1969).
Per Hirschi i legami sociali sono costituiti da quattro elementi fondamentali: attaccamento ossia la forza dei legami verso altri significativi (genitori, modelli di ruolo, rete amicale, scuola); il coinvolgimento espresso dal tempo e dalla partecipazione ad attività convenzionali (studio, lavoro, svago, ecc…); l’impegno inteso come investimento nell’istruzione, nella reputazione e nella posizione economica, ed infine nella convinzione ossia nel riconoscimento della validità delle norme vigenti. La devianza, secondo tale approccio, risentirebbe della presenza e dell’intensità di tali elementi, costitutivi del legame sociale stesso. (Barresi F., 1997, pp. 67 – 68).
Il contesto sociale attuale, dunque, non presenta solo elementi di rischio per il processo di formazione della propria personalità ma palesa, anche e soprattutto, la sua progressiva rinuncia alla realizzazione di un contesto più equo, giusto e solidale.
I forti condizionamenti sociali, le carenze di proposte educative e formative da un lato, e la frammentazione dei legami sociali dall’altro, pertanto, portano al rischio reale di produrre personalità facilmente condizionabili, ripiegate su sé stesse, insicure ed evitanti, disposte ad assumere qualunque comportamento, anche negativo se questo permette loro di raggiungere obiettivi altrimenti non accessibili.
A tal proposito, ritengo importante fare una riflessione intorno al concetto di resilienza (intesa come resistenza alle avversità della vita) in quanto credo possa essere componente importante da tener presente all’interno della discussione più ampia, fatta fin qui, intorno alla devianza connessa alla fragilità legami sociali.
Molte ricerche concordano nel sostenere che alcuni fattori, definiti “protettivi” appunto, sono in grado di rendere il soggetto sociale attivo positivamente nella risoluzione delle avversità. Tali fattori comprendono: 1) strutturazione interna (capacità di problem solving; sviluppo di un attaccamento sicuro;struttura di personalità, ecc…) 2) famiglia e risorse familiari; 3) sistema di supporto esterno – rete sociale e contesto (Werner E. E., Smith R. S., 1992).
Anche la resilience si costituisce, allora, attraverso un processo nel corso dello sviluppo, processo che si attua su due assi: l’asse intrapsichico e quello soprattutto relazionale – interattivo.
Concludendo, in un contesto “a-nomico” come quello delineato, c’è bisogno di recuperare l’insieme di quelle regole morali e sociali (famiglia, scuola, agenzie educative altre, gruppo dei pari, ecc..) che servono a ciascun soggetto per poter vivere in un luogo di vera aggregazione, e non in un contesto di esclusione/emarginazione.
Diventa necessario, a mio avviso, riappropriarsi di un luogo sociale fatto di reali possibilità garantite per tutti.
In ogni caso, il dibattito resta aperto…

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1 commento Lascia un commento »

  1. bello bello bravi assistenti sociali!!!

    Commento by ANONIMO — 10 giugno 2013 [Permalink]

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