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Riflessioni sulla dimensione politica nella professione di assistente sociale

Che fatica essere Assistenti sociali oggi! E non è solo il drastico ridimensionamento delle risorse per le politiche sociali a generare senso di fatica. Sebbene il passaggio dai 929,3 milioni di euro del 2008 ai 44,6 milioni di euro di fondi statali per il sociale del 2013 rischi di lasciare gli operatori a fare la “guerra” al disagio sociale dilagante senza che essi dispongano di “munizioni” o di sbarrare la carriera a giovani preparati e motivati colleghi prima ancora che questa cominci, la dimensione economica non spiega forse l’intero scenario, che certamente è più complesso. La professione – che è cresciuta insieme all’impegno dello Stato nel produrre benessere sociale diffuso – non poteva che risentire del impasse pubblica in ordine al welfare. Che fare? Dove andare? Sono tante le domande, ma poche le certezze, e per lo più legate alla crescente consapevolezza che sarà un altro welfare. I servizi alla persona sono in mutamento e la fisionomia che assumeranno ai più appare indefinita.
Quello che non ci uccide ci fortifica, sosteneva Nietzsche. E forse potrebbe fortificarci una riflessione più profonda in merito al “chi siamo e cosa possiamo essere” in questo contesto storico. Cosa di buono possiamo offrire, quali competenze ci distinguono dalle altre professioni sociali, in che direzione vorremmo che andassero le cose, nella dimensione macro delle politiche nazionali, ma anche in quella micro dei nostri distretti, delle nostre comunità.
I primi modelli teorici di riferimento della professione distinguevano Case-work, Group-work, Community work, peraltro lasciando al primo, per molti anni, un fuoco di attenzione maggiore per l’incidenza che le teorie di matrice psicologica, come ben sappiamo, hanno avuto sul nostro sapere professionale. Tuttavia, mi domando se non sia il caso di rilanciare oggi, più convintamente, sul modello community work. E farlo provando ad uscire dalla logica dei fruitori/erogatori di servizi e prestazioni, per affacciarci in quella di generatori/facilitatori di iniziative di politica sociale.
L’affinamento del nostro bagaglio scientifico, l’ampiezza di prospettive disciplinari che arricchiscono il nostro repertorio di conoscenze, consentono oggi agli assistenti sociali di avere una visione delle politiche sociali complessiva, grandangolare direbbero gli esperti di fotografia. Tale punto di osservazione compete a Noi. E forse sfugge ad altre professioni più vocate al particolare degli interventi sociali. La mia idea – certo non quella di un veterano, ma solo di giovane collega – è che gli Assistenti Sociali, in quanto esperti di politiche sociali, siano i meglio attrezzati per progettarle, valutarle, adeguarle alle comunità. In questo, come nella analisi reti locali e delle risorse sociali, siamo e possiamo essere palesemente riconosciuti per nostre competenze tecniche. Perché ciò avvenga è importante raccontare di Noi, delle nostre chiavi di lettura circa diritti che tuteliamo, i temi che ci riguardano; intervenire, più in generale, sulle rappresentazioni della professione di Assistente Sociale. Per dirla nei termini di E. Neve (2008, p. 11) “E’ importante che ci sforziamo di dire chi siamo, prima che ce lo dicano gli altri”.
Ma, altrettanto, è necessario riconoscerci come agenti politici. Ciò è tanto difficile, quanto lontano dall’identità della professione, a giudicare dalle ricerche condotte in riferimento ai valori, le motivazioni di base della scelta di diventare assistenti sociali, l’interesse per le diverse componenti del lavoro dell’assistente sociale (Facchini 2010) . Una politica intesa come capacità di rilevare dal basso i bisogni sociali, comprenderli, aggregarli – sia in termini di rilevanza statistica dei fenomeni, che di avvio di percorsi di empowerment – e rappresentarli sulla scena pubblica. Questo al fine di influenzare possibilmente la programmazione e l’implementazione delle politiche, anche attraverso la promozione di alleanze con altri soggetti impegnati sul piano sociale. Una funzione che sin dagli albori cerca di svolgere il Terzo Settore, da sempre recettivo alle istanze sociali delle comunità locali (Borzaga C., Fazzi L. 2000). Sebbene corrisponda salari mediamente inferiori e inquadramenti contrattuali meno vantaggiosi, il non-profit costituisce già oggi, nelle regioni del centro nord del Paese, il contesto operativo in cui gli Assistenti Sociali – specie quelli con un’anzianità di carriera più elevata – investono competenze legate alla progettazione, al reperimento di risorse, alla gestione dei processi organizzativi; peraltro sperimentando un maggiore percezione di autonomia professionale (Fazzi L 2010).

BIBLIOGRAFIA
Neve, E. (2008): Il servizio sociale. Fondamenti e cultura di una professione, Roma.
Facchini, C. (2010) (a cura di): Tra impegno e professione. Gli assistenti sociali come soggetti del welfare, Bologna.
Borzaga C., Fazzi L., Azione volontaria e processi di trasformazione del settore non-profit (2000),
Fazzi,L.(2010): Trasformazione dello Stato sociale, privatizzazione e identità professionale degli assistenti sociali in Italia: alcune rilevanze empiriche. In: La rivista di servizio sociale n. 3/4, 4 – 29.

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2 commenti Lascia un commento »

  1. Comprendo il senso della riflessione, che condivido in via di principio, ma che cozza un po’ con la realtà che viviamo. Mi spiego meglio.

    E’ vero, siamo ancora in un welfare ripartivo, concentrati sul case-work, ma è solo fino a lì che arriva il servizio pubblico. Ma pure il servizio privato, che è ancora la “mano longa” del pubblico.

    Io sono personalmente stanco dopo trent’anni di professione, nel vedere che nulla cambia, anzi mi rattrista vedere un ritorno alla “dazione paternalistica” nonostante l’evoluzione del pensiero. E’ come se il mondo si fosse evoluto, ma senza di noi: trent’anni fa era scontato che il community-work fosse uno strumento del servizio sociale, ora non più. Nonb lo dicono gli altri: lo dicono gli assistenti sociali.

    Cosa è successo? Uno svilimento della formazione, un impoverimento delle nostre competenze ed un “passaggio chiaro” delle prerogative politico-comunitarie verso altre professioni, oltre al fatto che il nostro Stato non ha voluto “regolamentare” la questione dei profili sociali.

    Per non parlare di una “teorizzazione” operata da teorici che poco sanno della realtà. Spesso i docenti universitari non sono mai stati in un servizio sociale, eppure teorizzano operatività e politiche fuori dalla realtà. Roba dell’altro mondo!

    Il vero problema è inoltre il fatto che gli assistenti sociali poco sanno stare nella dimensione politica, quella del “potere”. Basta vedere gli assessori alle politiche sociali: tutti lo fanno, tranne che gli assistenti sociali. Il problema, ripeto, è che la professione non si pone il problema di stare nel potere.

    La questione politica è poi un po’ diversa dai “fondi”. Oggi come oggi se i fondi sono minori, ciò non vuol dire che il welfare è in crisi: forse è l’occasione per spendere meglio. Il tutto con le dovute distinzioni: una cosa è il Trentino, ben altra cosa è la Calabria.

    Il servizio sociale professionale NON E’ il welfare, per cui se non ci sono soldi noi ci carichiamo dell’impossibile. Questi “cortocircuiti” che passano all’università creano dei mostri culturali.

    Cosa voglio dire: occorre andare dall’apparenza alla sostanza,, il “salto politico” dovrebb’essere quello. Per esempio: basta fare enunciazioni su di un (imprecisato) welfare, forse è il caso di portare “buone pratiche”. Io ne vedo assai poche, e quelle poche gli assistenti sociali non le raccontano….

    Ugo Albano

    Commento by Ugo Albano — 22 ottobre 2015 [Permalink]

  2. Ritengo che il suo commento abbia notevolmente arricchito i contenuti dell’articolo, in particolare sotto il profilo della concretezza dei fatti.
    Concordo in merito a quanto afferma sui molti docenti universitari che non sono mai stati in un servizio sociale.
    Uscendo dalle aule universitarie ho constatato a mie spese come le cose non stiano proprio come le si descrivono. In certe realtà – a 15 anni dall’approvazione dell’ambiziosa 328 – di questa legge non si vedono ancora le fondamenta. Di certi diritti sociali, l’utenza ne ignora perfino l’esistenza.
    In effetti credo di dover chiarire meglio quanto, anche dal mio punto di vista, per un assistente sociale curare la dimensione politica, intesa (in termini minimalisti) “come occuparsi di far star bene gli altri”, sia difficile, a qualsiasi livello. Ancor più riuscire a promuovere processi virtuosi nelle comunità o incidere sull’agenda politica locale.
    Conveniamo entrambi sul fatto che spesso non ci siamo sulla “scena”, almeno non tanto quanto potremmo per competenze e conoscenza lucida delle dinamiche del sociale. Ciò a scapito nostro, delle specificità che ci caratterizzano e delle nostre realtà. Eppure penso che abbiamo il potenziale per fare meglio.
    Il mio è forse un auspicio, accompagnato da una ammirazione per la nostra categoria: per i professionisti e colleghi che ho avuto la fortuna di conoscere nei servizi, durante i corsi universitari, quelli che animano questo blog. Questi possono rappresentare il seme del cambiamento e forse, spero, i docenti e gli assessori di domani.

    Commento by Michelangelo Rago — 23 ottobre 2015 [Permalink]

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