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Perché tu non farai mai l’assistente sociale!

Sono stupendi i trent’anni, anche i trentuno, i trentadue, i trentatre, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!
Liberi di essere disoccupati, precari e indefiniti a tempo indeterminato.
Noi che siamo andati a scuola negli anni Ottanta, Novanta, fino all’arrivo dell’euro quando la scuola ancora poteva insegnare, preparare, orientare e soprattutto formare.
Noi che se mancava un gesso o un rotolo di carta igienica ridevamo perché non sapevamo che era solo l’inizio del declino e del disinvestimento nella scuola. Perché anche se nei muri, nell’intonaco e negli infissi c’era un po’ di amianto non abbiamo rischiato che ci cadesse qualcosa in testa.
Noi che, finita la scuola, siamo entrati nel mondo del lavoro con la Legge Biagi pieni di entusiasmo per i nuovi valori di competitività, valorizzante la persona, e di flessibilità, superamento della rigidità del mercato di lavoro, poi stranamente trasformatisi in sottomissione e privazione dei diritti fondamentali del lavoratore.
Noi che ci siamo sentiti dire “Peccato la laurea, avesse avuto il diploma avremmo potuto collocarla”, oppure “È la normativa regionale che non prevede la figura degli assistenti sociali nel privato sociale”. Da farti accapponare la pelle. Se non c’è l’obbligo di assunzione per legge degli assistenti sociali nel terzo settore è plausibile non percepirne l’utilità? Le specifiche competenze? Occorre essere necessariamente obbligati altrimenti va più che bene il guazzabuglio professionale, almeno si risparmia (ancora) assumendo persone sì qualificate ma appositamente prive di quello specifico titolo? In fondo nel sociale tutti possono fare tutto: allo psicologo viene offerto il lavoro dell’educatore, all’educatore quello dell’assistente sociale e all’assistente sociale viene proposto di svolgere le mansioni dell’operatore socio-sanitario, dell’insegnante di sostegno, dell’educatore. Alcuni pensano non sia nemmeno necessaria una formazione specifica per praticare le professioni sociali. Basta essere caritatevoli, solidali, o semplicemente devoti.
Dobbiamo scendere a compromessi, essere realistici e smetterla di voler fare ciò che appassiona, per il quale ci si è formati, acquisito competenze e conoscenze, maturato consapevolezze personali e professionalità. Basta! Meglio svolgere un lavoro che non stimola ma che permette di sopravvivere, così siamo con le mani legate, più propensi a riciclarci e passivi rispetto alle assunzione bloccate fino al 2017 per il patto di Stabilità e alla ricollocazione dei dipendenti dell’ex Provincia.
E poi… Poi ci siete voi. Voi che non credete in noi. Voi che ci vedete come un peso, o un prodotto commerciale a vostro uso e consumo. Noi siamo i vostri semi, siamo fioriti diventando frutti che non attendono altro di essere colti. E invece voi preferite farci marcire, al fine di raccoglierci da terra ormai stracchi.
Voi che ci avete svilito, demotivato, umiliato, depresso, fatto dubitare di noi stessi e obbligato ad accettare qualsiasi condizione lavorativa perché “dobbiamo dire già grazie se abbiamo un lavoro” quando stranamente voi alla nostra età avevate un regolare contratto, una casa, una famiglia: semplicemente un progetto di vita! Ma noi no. Noi non possiamo perché abbiamo avuto tutto o, peggio ancora, possiamo (o dobbiamo?) contare sulla famiglia. La famiglia!
Obbligati a vivere in famiglia o essere mantenuti a distanza perché privi di un’autonomia economica. Costretti a vivere con uno stipendio mensile di € 700-900 al mese perché desiderosi di un’indipendenza abitativa. Forzati a rientrare in famiglia o a coabitare con coetanei a causa del precariato e dell’instabilità economica.
Ma la colpa è nostra perché non apparteniamo ancora alla vostra nuova generazione, creata con tanti sforzi politici, costituita da persone prive di pensiero, criticità intellettuale e valori civici.
Non siamo ancora le macchine da lavoro che volete!
Noi siamo andati a scuola prima della drastica riduzione dei programmi didattici; siamo quelli che ancora andavano all’oratorio a giocare, quelli che l’arrivo del cellulare e di internet non ci ha diviso e isolato ma ci ha divertito e stupito.
Siamo quelli che credono ancora nei diritti sociali e civili, nella dignità e integrità dell’essere umano, nel merito, nel valore di aggregazione e senso di comunità, nella giustizia, nel rispetto e serietà, nel lavoro come senso di identità.
Siamo quelli che hanno ancora idee e ideali e non effimeri desideri.
Siamo improvvisamente diventati anacronistici rispetto al vostro mercato del lavoro perché siamo avulsi dal contesto politico ed economico. Non siamo più studenti da un pezzo ma non siamo ancora diventati lavoratori. Non siamo neanche poi più così giovani ma non riusciamo nemmeno ad autodeterminarci come adulti.
Viviamo dentro una strana dicotomia: noi che vogliamo e crediamo ancora di essere “attori” attivi e partecipi e voi che avete già creato un “teatro delle marionette”, interessati a muoverci a distanza o con accorgimenti non visibili. I vostri fili ci stanno stretti e sono sicura che sia possibile sciogliere in qualsiasi momento i legami di bassa e scarsa formazione che avete annodato alle nuove generazioni perché fortunatamente è possibile apprendere, sviluppare abilità e interessi, acquisire nuove nozioni e consapevolezze anche al di fuori della vostra “buona” scuola e soprattutto al di là di qualsiasi titolo di studio conseguito. Non si smette mai di imparare neanche quando vengono negati i mezzi e le opportunità. E allora smettetela di giocare al Mangiafuoco di Collodi e costruiamo insieme il palcoscenico della vita. Noi ci siamo! Mettiamo fine allo straguadagno come primo pensiero di vita: vogliamo solo stare bene, far stare bene nel rispetto di ciò che ci circonda. Noi con voi! Dateci una possibilità!

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13 commenti Lascia un commento »

  1. Cara collega,

    prima di tutto complimenti per lo stile di scrittura, giornalisticamente perfetto. Complimenti anche per l’analisi del mercato del lavoro (piemontese, suppongo, visto che Lei è di lì), che evidenzia appunto i “nodi irrisolti” su cui anche la nostra categoria pare poco consapevole.

    Non capisco però a chi si rivolge. Sembra più un’istanza imprecisata alla “nostra generazione” (io ho cinquant’anni) o ai “colleghi maturi”.

    Mi sembra inoltre un messaggio assai disperato, fin nel titolo. Ma è così tragica la situazione in Piemonte?

    Io sono un gran sostenitore della flessibilità, mi dispiace veder frustrata ogni buona aspirazione e vedere come il nostro Stato non riesca a tradurre in lavoro tutti gli strumenti messi in campo. Il prof. Biagi, ispiratore della Legge, venne ucciso…..

    Invito sempre a “vedere oltre”. Non sono tempi facili, ma occorre non perdersi d’animo e cercare ogni opportunità che il mondo, comunque, offre.

    Invito a “vedere oltre”: la nostra professione è nata e pensata per un’economia industriale in espansione, essendo questa in regressione, dobbiamo pensare in modo diverso. Per esempio creado impresa. Per esempio andando su territori poco complessi. Per esempio intercettando i trend del mercato (di questi tempi gli anziani). Per esempio contaminandosi con le realtà in cui valori e/o appartenenze sono più importanti delle competenze.

    La vostra generazione, come bene Lei spiega, è la prima a possedere gli strumenti culturali per capire e fare: fatene tesoro. Non fate però dipendere il vostro futuro dagli altri.

    Auguri.

    Ugo Albano

    Commento by Ugo Albano — 2 novembre 2015 [Permalink]

  2. Complimenti per aver centrato il punto con un linguaggio diretto che spiega con semplicità quello che la maggior parte di noi vive quotidianamente. Io aggiungerei anche che siamo costretti a pagare annualmente l’ordine professionale pur non svolgendo il nostro lavoro e pur non avendo privilegi sulla formazione continua tramite corsi e seminari gratuiti.

    Commento by Valeria — 2 novembre 2015 [Permalink]

  3. Si rivolge a chi ancora non considera i giovani come soggetti socialmente, economicamente e politicamente attivi.
    Il messaggio non vuole essere disperato. Forse ho usato toni troppo diretti, o duri. Nonostante i limiti economici e i nodi irrisolti, nonostante mi sia sentita dire più volte “Svegliati! Guarda che non farai mai l’assistente sociale! Non interessa a nessuno il mondo dell’assistenza” non si sono mai spenti l’interesse, la voglia e la motivazione. La mia è più una provocazione, una sollecitazione alla riflessione. Noi siamo pronti a vedere oltre ma occorre la partecipazione degli altri, di tutti, per definire un reale e positivo cambiamento. Grazie mille a tutti per il tempo dedicato.

    Commento by Francesca Belmonte — 2 novembre 2015 [Permalink]

  4. La lucidità con cui realizzi un’analisi della reale situazione di chi, iniziando una carriera universitaria, aveva desiderio di riuscire a svolgere nella vita una professione che si spingesse oltre il guadagno economico personale, ma auspicasse ad una crescita personale professionale e umana.
    Io nonostante tutto continuo a credere in questa meravigliosa esperienza lavorativa per quanto il contesto esterno sia sempre di difficile sostegno o, in alcuni casi, non lo sia per niente o per non dire di opposizione.
    Manteniamo viva la voglia di fare conoscere la ns. potenzialità per farci riconoscere professionalmente.
    Un saluto.
    Daniela V.

    Commento by Daniela V. — 10 dicembre 2015 [Permalink]

  5. Complimenti. Da tempo vorrei scrivere un articolo come questo. La mia esperienza parte dall’università e vorrei brevemente condividerla con voi. A 18 anni ho lasciato la mia casa natale a Bergamo per studiare a Venezia, triennale in Servizio Sociale, dove ho vissuto e lavorato (come cameriera per mantenermi gli studi) per tre anni conseguendo laurea con un punteggio di 109/110. Soddisfatta per il risultato e per l’esperienza (nonostante il corso subisse continui e profondi tagli, i professori erano all’altezza del loro ruolo), ho deciso di cambiare città per frequentare un corso magistrale e poter ampliare le mie conoscenze. Purtroppo, mi è stata indicata una facoltà italiana che per nome rappresenta quasi una scelta obbligatoria, ma che nella realtà si è rivelata una delusione. I professori incontrati erano più attenti alla propria fama e carriera che ai propri studenti e tendevano a penalizzare coloro che non frequentavano. Inoltre, privilegiavano lezioni frontali molto accademiche riportando poco o nulla della propria esperienza sul campo. Il periodo di stage svolto presso un ente è stato uno dei periodi più disarmanti della mia carriera da studente e le competenze acquisite rappresentano 1/10 di quelle sviluppate durante il tirocinio della triennale.
    Dopo quattro lunghi anni di studio e lavoro, sempre come cameriera full time in un ristorante, sono riuscita a concludere il mio percorso di studi molto amareggiata. Qualche mese prima di conseguire la laurea ho deciso di licenziarmi per poter impiegare tutte le mie energie in un prodotto finale che fosse decente e per poter intraprendere una ricerca di un lavoro che mi permettesse di entrare finalmente nel “sociale”.
    Ora sono una neolaureata – disoccupata da circa sei mesi che ogni giorno è alla ricerca di un impiego decente. Forse avrei dovuto ascoltare quel professore che un giorno mi disse: “Far la cameriera in fondo non è male”. Ritengo che il lavoro di cameriera sia poco apprezzato anche se molte persone lo svolgono con entusiasmo, ma detto ciò da parte mia dopo sette anni di studio, innumerevoli risorse economiche impiegate tra tasse, affitti e altro, avrei la pretesa di ambire ad una occupazione diversa che non mi veda impegnata ogni sera e ogni festività e che mi permetta di mettere in campo le conoscenze sviluppate. Mi chiedo quindi se alcuni professori hanno provato sulla propria pelle il fatto di essere “diverso” dagli altri, il fatto di non farsi mantenere dai propri genitori, il fatto di provare a migliorare la propria vita!
    Ora dovrei iscrivermi all’esame di stato, ma la frustrazione che provo è talmente immensa che mi sta passando la voglia di fare l’assistente sociale. Sicuramente frequentare l’università può aprire spazi di conoscenza difficili da sviluppare nella quotidianità della vita, ma da quando sono laureata mi chiedo se la mia sia stata una scelta azzeccata. Avrei forse dovuto accettare un impiego subito dopo il diploma come ragioniera?
    Le domande che mi pongo forse mi accomunano alla stragrande maggioranza di ventiseienni che come me stanno lottando come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Cosa stiamo sbagliando? Quale strada intraprendere? Come fare a superare questo stato di impasse?
    Martina

    Commento by Martina — 4 gennaio 2016 [Permalink]

  6. Salve io sono una studentessa del liceo che sta cercando di orientarsi soprattutto per quanto riguarda gli sbocchi di una possibile università.
    Sto prendendo in considerazione proprio il lavoro dell’assistente sociale e sono alquanto interessata alla vostra professione.
    Mi piacerebbe riuscire a capire bene il vostro “mondo” per capire se ci siano degli sbocchi professionali sicuri o se nonostante questo periodo di severa immigrazione anche questo lavoro subisca forti crisi.
    Grazie mille
    P.S: Se qualcuno avesse la voglia o il tempo di contattarmi vi lascio la mia email martosella.98@gmail.com grazie mille.

    Commento by Marta — 6 gennaio 2016 [Permalink]

  7. Ci sono moltissime cose da dire riguardo a ciò che hai scritto.
    In primis, però, bisognerebbe – oltre che a percepirsi e descrivere lo stato che bene l’articolo descrive – capire il perché, perché si è arrivati in occidente, cuore dello stato sociale, a ciò. Ci sono vari libri che indicano le cause di tutto ciò. Uno fra i migliori che ho approfondito è “Il colpo di stato di banche e governi”, di Luciano Gallino (come tutta la sua ultima produzione, compreso l’ultimissimo libro. Cito solo Gallino, ma si potrebbero trovare moltissimi autori sulla stessa linea, soltanto che in prevalenza sono in inglese). Ciò che si sta combattendo è una lotta di classe globale dove l’1% sta schiacciando il restante 99. Sembra incredibile, ma tutte le analisi convergono verso un interpretazione di questo tipo. Un processo che dura da più di trent’anni ma che ha esplicato totalmente i suoi effetti solo nell’ultima decade. Benvenuti nel nuovo capitalismo! (Vedasi anche Streeck: tempo guadagnato).

    Una volta capiti i perché, forse si può iniziare a ragionare sul ‘che fare’.

    Buona serata a tutti!

    Commento by Emily — 31 gennaio 2016 [Permalink]

  8. Grazie mille Emily!

    Commento by Francesca Belmonte — 2 febbraio 2016 [Permalink]

  9. …) Oggi nella società nazionale esiste una zona di umanità ricca di desideri e di speranze che non trova udienza nelle forme e negli istituti esistenti. Questi esclusi non sono più, ormai soltanto coloro che lo furono per definizione, dal sorgere dell’età moderna, i sociologicamente esclusi, gli operai e, in forma diversa, i contadini. Ma sono anche molti altri, e sempre di più, man mano che la situazione di crisi si aggrava – giovani, intellettuali e imprenditori – ridotti al margine della situazione, disgregati, muti. Fra questi ci troviamo anche noi, che non potremmo per ora altrimenti classificarci che come giovani. Ma non possiamo da soli nè rappresentare la giovane generazione, nè descriverne le esigenze, nè dare voce alle sue speranze. Giunti a coscienza della nostra situazione ci proponiamo perciò di creare un punto di richiamo, dove questo sia possibile, dove chi abbia qualcosa da dire la sottoponga al paragone, ritessendo i fili di una solidarietà che si è perduta, facendo riafforare una realtà, che nessuno sempre prendere in giusta considerazione. Ciò che ci muove non è perciò un programma, articolato in punti e comma, ma soprattutto una sorta di atteggiamento umano, volto a riscoprire i valori comuni a tutti gli uomini, proprio in un’epoca in cui sempre più fitte e spesse si levano le muraglie fra gruppo e gruppo, fra individuo e individuo. Questo atteggiamento non è solo nostro, ma opera già in molti: per esso si cercano iniziative, contatti, si incominciano imprese. Forse si sta creando una vera zona di movimento, estraneo alla staticità delle parti esistenti. Di questa zona vogliamo essere lo specchio, legati quindi alle sue forme, alle sue possibilità, alle sue difficoltà: non possiamo perciò predire il futuro. Partiamo da quota zero, da una discussione sostenuta con amici in varie città e di diversa provenienza, e cresceremo solo se crescerà avanti a noi l’opera di raccolta e di orientamento delle energie disponibili del nostro paese, se cresceranno le iniziative, se crescerà nella nuova generazione la coscienza della necessità della situazione (…)

    Da “La Politica era tutto” di B. Ciccardini in “Terza Generazione”, n. di presentazione, agosto 1953

    Commento by Francesca Belmonte — 18 febbraio 2016 [Permalink]

  10. TU NON LO FARAI MAI ! sono davvero rimasta colpita da queste parole, in cui con l’essenzialità di un haiku, è riassunta la nostra condizione umana di oggi, nella declinazione del rapporto individuo/società , tutt’affatto diversa da quella creduta, perfino studiata, e vissuta da quelli che avevano 30 anni magari nel 1970 o nel 1980 …..
    Siamo spiazzati, tutti, dal cambiamento che passa sopra le nostre teste e ci spara addosso poco importa se a noi, ai nostri genitori o ai nostri figli, parole di marmo come : MAI=senzasperanza, come NON FARAI=nondipendepiùdate, come TU=comeunaruota della(S)fortuna ma anche come un’isoladovenonc’èpiùunnoi.
    Mi stringo allora alla corda che non mi fa precipitare , fatta di tanti fili intrecciati , anche sottili, qualcuno come quelli della tela di un ragno, ma re-silienti, tra i quali ritrovo anche i fili della nostra professione, e del Servizio Sociale : il leggere il contesto, la visione globale sistemica ,la vicinanza al e il valore del disagio, come propulsore del cambiamento, il noi accanto all’io……
    Chiudo con un auspicio : le nostre facoltà devono vedere sempre meno studenti motivati da vaghe idee che sembrano più sogni di bambine poi inevitabilmente deluse piuttosto che progetti, dove l’obbiettivo è misurato , e sempre più giovani consapevoli, coraggiosi che pretendano dalle cariatidi AASS 40/50/60enni, che il posto ce l’hanno , di lavorare anche per la professione di domani , perché il nostro essere professione di confine, esplorativa e sull’onda dei fenomeni sociali, non sia sempre devotamente e ritualmente volto ad evocare il ricorso la necessità di altri professionisti dell’aiuto, come fino ad oggi è stato, vedi di volta in volta lo psicologo,l’ educatore ecc .
    Come si reiterasse il mito (rappresentazione o genetica? )del MINUS che evidentemente ci portiamo dentro.
    Dunque l’Ordine dia premi e RICONOSCA e AVOCHI all’ambito del SS, ogni più piccolo spazio Nuovo ( o vecchio !ahimè ) che come ri-cercatori dovremo tutti cominciare a pensare e praticare.

    Commento by lucia fabbri — 16 marzo 2016 [Permalink]

  11. Grazie mille Lucia!

    Commento by Francesca Belmonte — 23 marzo 2016 [Permalink]

  12. Ogni professione ha le sue caratteristiche e tecniche.L’assistente sociale deve sviluppare quello per cui ha studiato perche quelle sono le sue competezente. Purtroppo molti organizazione hanno la visione limitata e si contentanno soltanto nel assistire gli usuari senza veramente cambiarli la vita.Allora, tocca a voi, ragazze lauraeate fare la differenza.Unitevi per fare un cambio di mentalita nella vostra citta! Una professione cosu bella deve essere valorizzata! ( Scusavi il mio italiano, sono da un’altra parte).

    Commento by Vivian Mello — 31 marzo 2016 [Permalink]

  13. Comprendo lo stato d’animo e la delusione di chi, avendo investito risorse personali e finanziarie nella realizzazione di un progetto di lavoro e di vita, si ritrovi a rimbalzare contro un muro di gomma, di indifferenza e/o sufficienza. Ho completato il corso triennale di servizio Sociale alla fine degli anni ’90, alla veneranda età di 43 anni (ero già allora una delle cariatidi citate da Lucia Fabbri) ma, ero e sono ancora convinta che ogni persona abbia il diritto/dovere di contribuire a costruire un mondo più equo, più solidale, più onesto, mettendo in campo prima di tutto se stessa, poi le proprie competenze e conoscenze. Purtroppo stiamo attraversando una fase decadente, a tutti i livelli, sopratutto per le forti spinte all’individualismo che la classe politica dedita al malaffare e al profitto personale ha alimentato per salvaguardare i propri privilegi. Se l’assistente sociale è il professionista del quotidiano, che sostiene la persona in difficoltà nel proprio percorso di vita, allora è necessario trovare soluzioni creative per motivare chi, di motivi per andare avanti non ne trova più. A volte mi sono sentita dire dagli utenti, in riferimento ad altri/e colleghe palesemente in difficoltà nella gestione dell’attuale complessità lavorativa che, chi svolge la nostra professione non può essere d’aiuto agli altri se prima non ha trovato il modo di superare il proprio disagio. Siamo più vicini alle storie di vita dei nostri utenti/clienti di quanto non lo siamo mai stati prima e questo deve diventare un punto di forza e non di debolezza per chi intraprende la nostra professione. Ha da passà a nuttata, diceva qualcuno, e dobbiamo essere pronti alla rinascita.

    Commento by LoredanaM — 28 luglio 2016 [Permalink]

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