Questo sito utilizza diversi tipi di cookie, sia tecnici sia quelli di profilazione di terze parti, per analisi interne e per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze manifestate nell'ambito della navigazione.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se chiudi questo banner o prosegui la navigazione acconsenti all'uso di tutti cookie.

| |


Spazio libero per la tua pubblicità,
contattaci »


La resilienza e il servizio sociale

La resilienza è la facoltà di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante le situazioni difficili e negative del passato.
È quindi la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai momenti critici, di perseverare nel cammino della vita, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura…
La resilienza è un processo dinamico che implica una negoziazione personale lungo il corso della vita, e proprio tra i compiti del Servizio Sociale vi è questo aiuto alla negoziazione, permettendo alle persone, gruppi umani, comunità di organizzare positivamente la loro vita di fronte alle difficoltà…

Il termine “resilienza” proviene dalla scienza dei materiali e indica la capacità di assorbire energia senza deformarsi, etimologicamente viene fatto derivare dal latino “resalio”, risalgo, che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, con un suggestivo collegamento tra questo significato e l’attuale utilizzo in campo psicologico e sociale, indicando l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà.
Tra i fattori che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti troviamo i fattori personali (abuso di droghe ed alcool, bassa autostima, scarso controllo emozionale, abbandono scolastico), interpersonali (isolamento, chiusura, emarginazione, incompetenza sociale e professionale), familiari (scarso legame con i parenti, disturbi nella comunicazione), fisici (forme di disabilità fisica e mentale) e sociali (la crisi economica e di valori, le nuove povertà). Tutti fenomeni che riscontriamo frequentemente nelle “storie di vita” degli utenti del Servizio Sociale, dove il concetto di resilienza è particolarmente utile perché propone una lettura dell’essere umano in chiave relazionale, culturale, educativa, valorizzandone le competenze con l’avvio di programmi e progetti integrati che facilitino nell’utente, nella famiglia, nella comunità la costruzione di reti solidali e di un ambiente favorevole e positivo. La riorganizzazione del proprio percorso di vita, la possibilità di trasformare la condizione di svantaggio o l’evento doloroso e traumatico in un processo di apprendimento e di crescita incontra il tema della resilienza, non solo in chiave sanitaria e psicologica, ma anche nelle organizzazioni dei servizi alla persona, nei sistemi familiari, nelle comunità…

È questo il compito cui il Servizio Sociale è chiamato ad adempiere, in vista di un positivo reinserimento degli utenti in una società e in contesti dove le difficoltà, i problemi, le delusioni non mancheranno – ma che dovranno essere superate grazie a quella “resilienza” appresa ed acquisita, vedendo i momenti critici come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; e pur di fronte a sconfitte e frustrazioni dovranno essere capaci di resistere e non perdere comunque l’iniziativa…
La necessità di resistere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità dei problemi e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto?
Domande da cui non è possibile sfuggire: solo cercando una risposta chiarificatrice, un senso, seppur a volte mai definitivamente compiuto, è possibile infatti ridefinire la propria sofferenza e i propri limiti. Se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di maturazione e crescita, al pari della condizione del cigno che si sviluppa a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen.
Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

D’altronde proprio il Codice Deontologico dell’Ordine degli Assistenti Sociali, al Titolo II, articolo 6 indica che “La professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nell’uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione”, e al Titolo III, articolo 11 prescrive che “L’assistente sociale deve impegnare la sua competenza professionale per promuovere la piena autodeterminazione degli utenti e dei clienti, la loro potenzialità ed autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto”. Una relazione d’aiuto – questa del Servizio Sociale – che ha come fine ultimo sostenere l’utente nel suo percorso di sviluppo della resilienza quando, accompagnato e sostenuto dall’assistente sociale, arriva ad individuare nuovi significati alla situazione di disagio e agli eventi negativi, così da dissolvere le difficoltà e aprire nuove possibilità grazie ad una sempre maggiore consapevolezza ed attenzione verso di sé, verso gli altri e verso il contesto sociale.
Una relazione di aiuto basata non solo nell’offerta di opportunità di istruzione, di dignità sociale, di lavoro, etc., ma dove proprio la presenza di persone disponibili all’ascolto – assistenti sociali, psicologi, operatori – ha una particolare efficacia poiché mobilita il racconto dei propri eventi traumatici e dei propri disagi e difficoltà. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza da parte degli altri senza rifiuti o condanne segna il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di progettualità deliranti e inadeguate) alla condivisione partecipata dell’accaduto. Portando a quella robustezza psicologica e personale che consente da un lato di controllare le situazioni, mobilitando quelle risorse utili per arrivare alla chiara definizione di obiettivi significativi, che facilita una visione positiva di ciò che si affronta, e dall’altro di vedere e vivere l’impegno e la sfida verso le difficoltà e i cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie false sicurezze.
La nozione di resilienza implica così l’istaurarsi di una relazione d’aiuto in cui si ricerca la reciprocità, un riposizionamento e ripensamento dei ruoli, anche con la costituzione di équipe multisettoriali, multiprofessionali e multidisciplinari, e modificando le strutture esistenti a seconda dei bisogni che variano in base al momento, fasi evolutive, e contesti…

Essere resilienti non significa infatti solo saper opporsi alle pressioni dell’ambiente personale e sociale, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la costruzione, anzi la ricostruzione, di un percorso di vita valido e soddisfacente. Prendendo su di sé anche la responsabilità dei propri limiti, le colpe, gli errori, le cadute, inevitabilmente legati alla nostra natura umana: una presa di coscienza che deve essere unita alla capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà e di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace gli ostacoli che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda, arrivando a leggere gli inevitabili eventi negativi come momentanei e circoscritti e motivando fortemente a raggiungere gli obiettivi validi indirizzando le energie verso cambiamenti positivi e praticabili.
Gli individui resilienti hanno, insomma, trovato in se stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità. Grazie anche a quell’ autonomia, competenza sociale e comunicativa, il riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi, così come è insegnato e fatto vivere dal Servizio Sociale nell’operare con gli utenti. 
Un Servizio Sociale disposto quindi a mettersi in gioco coi suoi operatori, ovvero a pensarsi come una “comunità resiliente” che sviluppa azioni intenzionali volte a rafforzare la capacità personale e collettiva dei suoi membri e delle sue istituzioni per offrire ai soggetti più deboli, ma non solo, una tutela, un servizio, una risorsa – e soprattutto opportunità di influenzare positivamente il corso di un cambiamento etico, sociale ed economico di cui si sente sempre più l’urgenza.

Articoli Correlati

  • Non ci sono post correlati

4 commenti Lascia un commento »

  1. Molto bello…

    Commento by Alice — 6 novembre 2015 [Permalink]

  2. grazie

    Commento by sara — 9 novembre 2015 [Permalink]

  3. Sono anni ormai che combatto i miei demoni. Ne ho sconfitti molti: non fumo + da oltre 7 anni, non gioco compulsivamente da 3 anni, non bevo caffè da 4 mesi, pratico regolarmente attività fisica. Purtroppo essendo disoccupato da 4 anni e avendo difficoltà a rimediare un entrata economica regolare subisco ancora dei danni causatimi dal problema con il gioco. Sono inoltre “costretto” a condividere la mia quotidianità con alcuni membri della mia famiglia di origine senza avere con loro rapporti sereni. Se esistesse un sistema di assistenza sociale come quello sopra descritto sarei ben lieto di ricevere aiuto, ma quando in passato mi sono rivolto ad alcuni enti me ne sono allontanato perché lo strumento più utilizzato nell’assistere i “pazienti” e nella maggioranza dei casi di tipo farmaceutico. I frequenti casi di cronaca poi mi fanno ancor più dubitare della validità e e della “presenza” dell’assistenza sociale nel nostro paese. Non si risolvono i problemi con le belle parole!

    Commento by adamo — 6 febbraio 2016 [Permalink]

  4. Grandi, grandissime parole come al solito.
    Nella realtà praticamente nulla. Dei fattori di disagio elencati sopra ne posseggo praticamente il 99%… a me i servizi sociali hanno detto semplicemente ciò: Arrangiati… e già, eppure aiutano personaggi con alle spalle la famigliola benestante a fare corsi gratuitamente, borse lavoro, ed inserimenti sociali di vario genere, il tutto a spese dello stato. Per le persone veramente indigenti le spese non risultano “giustificabili” ai fini dei bilanci e si è sempre dirottati verso il cps, ove lo psichiatra trovandosi comunque dinnanzi una persona abbastanza lucida e razionale ti domanda: Ma i servizi sociali in questo cosa stanno facendo? Bella domanda… La risposta?
    Un cazzo, ti dicono di arrangiarti e ti lodano per la tua resilienza… ed intanto agevolano persone meschine ed ipocrite, dei veri parassiti, giusto, giusto perché sappiatelo…in Italia gli assistenti socuali si intascano sonore mazzette per aiutare ed inserire chi fa comodo a loro.

    Commento by Andrea — 7 febbraio 2016 [Permalink]

Lascia un commento

(obbligatorio)