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L’assistente sociale apicale (5° parte)

Il collega che vuole essere un apicale non può oggi prescindere da una solida formazione di base: non solo una laurea magistrale, ma specialmente un percorso che strutturi le competenze di management. A ciò si aggiunge la necessità di strutturare tutta una serie di abilità che richiedono sovente percorsi dedicati, tipo master e specializzazioni. A ciò si aggiungono poi necessari percorsi personali, di supervisione e di psicoterapia, il tutto per pulire se stessi da disturbi caratteriali, inopportui davvero all’esercizio della leadership. Essere capi o leader lo si impara non solo sui libri, ma fin dall’infanzia in famiglia: se si nasce capi e ci si sviluppa come tiranni, ecco che la soluzione è curarsi e non andare a fare danni nelle organizzazioni!
Essere un buon leader richiede la disponibilità a lavorare su sé stessi. Se si vuole cambiare il mondo è necessario partire prima da sé, conoscersi sui funzionamenti e sulle anomalie. Se nelle organizzazioni si effettuano cambiamenti e si risolvono problemi, ciò deriva solo da una personalità, quella del leader, abituata al miglioramento, prima di tutto con se stesso. In assenza di ciò l’assistente sociale apicale vivrà di sicuro esperienze di inefficienza e di inadeguatezza, esperienze sue che egli invece proietterà sugli altri come colpe: un vero disastro!
Il leader è invece un innovatore. Sia nel mondo che nell’organizzazione nulla è eterno. Vedere le crisi (come l’attuale calo di risorse, per fare un esempio che riguarda i servizi alla persona) come un’occasione di cambiamento è necessario per governare un sistema. Un buon leader rivede i metodi di lavoro, li semplifica, ed in tutto ciò coinvolge attivamente i sottoposti. In ciò noi assistenti sociali, abituati alla relazione come strumento di lavoro, dovremmo essere i migliori!
Il leader non è un capo, dicevo, proprio perchè il suo ruolo spinge l’organizzazione a rinnovarsi e a non dormire su se stessa. L’innovazione, o anche semplicemente la gestione innovativa, richiede il metodo del lavoro per obiettivi. Quindi occorre prima di tutto conoscerli questi obiettivi e quindi fare ricerca sui database a disposizione. La programmazione che ne consegue non fa altro che tradurre gli obiettivi in azione. Gli obiettivi sono entità astratte, ma ben presenti nella testa del leader. Dovendo essi trovar attuazione nei sottoposti, è necessario “visualizzarli” chiaramente a costoro: incontri di team, filmati e power-point servono a questo!

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