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L’assistente sociale apicale (7° parte)

Un leader dà l’idea di essere competente, prima di tutto ai collaboratori, poi all’esterno. Non c’è nulla di peggio (ma ahimè lo vedo spesso in Italia) che vedere persone uscire dalla stanza del capo scuotendo la testa. Trovarsi di fronte ad un imbecille di turno (magari messo a quel posto per motivi politici) o ad una persona preparata, dalla cultura trasversale, fa la differenza. Non basta essere un genio nel proprio campo, magari con laurea magistrale e master, ma è necessario avere una cultura quanto più vasta possibile. In ciò l’assistente sociale dovrebbe essere avvantaggiato, in quanto già la propria formazione facilita un approccio mentale olistico: dietro la gestione di un servizio alla persona non c’è solo il budget, il personale, la programmazione, c’è pure la conoscenza dei fenomeni sociali e l’antropologia del luogo in cui si vive.
Si sarà compreso che il leader non è un amministratore passivo, ma attivo. Così come nel concetto dell’amministratio latina, che scindeva gli “amministratori del presente” dagli “amministratori dinamici”, il leader, proprio per essere un innovatore, ha bisogno di possedere caratteristiche personali di un certo tipo. Non accontentarsi di quel che si ha e cercare novità è tipico della persona curiosa: ecco, essere aperti alle novità, affascinati dal nuovo o entusiasti delle sperimentazioni, sono tuitte caratteristiche personali che o si hanno o non si hanno. Un master in creatività o curiosità non l’hanno ancora inventato!
Proprio perchè un leader deve saper far funzionare gli altri, clienti interni o esterni che siano, egli deve saper gestire le relazioni, deve quindi essere mentalmente sano per creare motivazione e non sconforto negli interlocutori. Io non vedrei per nulla male un bel test psicologico alla selezione di personale apicale: bloccare il disfunzionale e favorire il capace ha un forte valore economico. Dare fiducia, motivare le persone, essere emotivamente caldi, sono tutte importanti leve del leader, esse però sono anche caratteristiche personali: queste o ci sono, o non ci sono!
Se è vero che ognuno di noi è quel che è per quello che fa e non per come si mostra, è anche vero che il nostro aspetto – parliamo di comunicazione non verbale – ha un forte impatto sull’efficacia del nostro ruolo. Presentarsi esteticamente in un certo modo, dall’estetica al vestiario, produce un certo effetto e precodifica in qualche modo le risposte degli astanti. Visto che stiamo parlando di leadership lavorativa, ovvero di azioni legate a ruoli prescritti (il capo ed i sottoposti non sono amici!), è d’obbligo curare in direzione sobria il nostro aspetto. Esso deve cioè favorire anche emotivamente l’interrelazione, ma deve rimarcare la diversità gerarchica. Se nei contesti ministeriali è d’obbligo il blu ed il nero, non commettiamo l’errore di svestirci da ogni formalità se lavoriamo in contesti diversi, specie nel no-profit. Noi comunichiamo sì la nostra simpatia, sì il nostro calore umano, ma specialmente la nostra competenza. Ecco: sappiamo usare il nostro non-verbale per rafforzare questa competenza, per vivacizzare in nostro stile, ma mai per ingenerare malintesi o semplicemente comportamenti fuori posto. Evitiamo quindi eccessi da contenuti amicali, sciatti o sensuali.

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3 commenti Lascia un commento »

  1. Per accedere ad un concorso interno come coordinatore quale master devo frequentare? Grazie

    Commento by Pasquale — 25 giugno 2017 [Permalink]

  2. Io ho fatto il master Governare e dirigere i servizi sociosanitari (uniUD), ma non so ancora se sarà utile.

    Commento by Marianna — 29 giugno 2017 [Permalink]

  3. Veda il bando del concorso interno. Ad ogni caso si applicano le regole dei Contratti Collettivi.

    Commento by Ugo Albano — 29 giugno 2017 [Permalink]

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