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Strumenti e tecniche di relazione per assistenti sociali e operatori che lavorano con l’utenza migrante (3° parte)

Il lavoro con l’utenza migrante mette in luce alcuni limiti dell’assistente sociale sottolineando l’esigenza di arricchirsi e dotarsi di una relazione d’aiuto interculturale possibile solo riconoscendo l’importanza dell’assunzione di un approccio interculturale in quanto in grado di fornire gli strumenti e le tecniche per costruire una relazione d’aiuto volta al riconoscimento delle capacità e delle risorse proprie dei migranti. Secondo quanto proposto da Margalit Cohen-Emerique l’approccio si sviluppa su tre prospettive:
1) prospettiva soggettivista: l’incontro non avviene tra culture, ma tra individui portatori di culture. Nel relazionarsi è importante mantenere la propria identità al fine di unire senza confondere, distinguendo senza separare. Ciò significa in concreto conoscere se stessi e la propria identità sociale e culturale permettendo di far emergere la relatività dei propri punti di vista. L’altro assume il ruolo di rivelatore di noi stessi, una sorta di specchio che riflette le norme e i valori.
2) prospettiva interazionista: ogni relazione deve condurre a porsi delle domande su se stessi e non soltanto a interrogare l’altro sul rapporto costruito e che dovrebbe quindi portare l’assistente ad appropriarsi della cultura dell’altro in un approccio empatico, rivolto al profondo, attraverso gli occhi dell’altro, esigendo un’attitudine all’apertura, uno sforzo personale di curiosità.
3) prospettiva situazionale: le culture non crescono in ambienti asettici, ma in contesti “contaminati” e sono caratterizzate da un proprio tempo e un proprio spazio. Nella relazione tra culture ci sono sempre dei rapporti di forza che si rifanno alle coordinate e relazioni storiche, economiche, politiche, ecc. Ecco perché è importante lavorare sui contesti di riferimento, sulle cornici in cui avviene la comunicazione al fine di superare il razzismo tout court (postulati ideologici dell’inferiorità biologica attribuiti a certi gruppi) e le nozioni di “distanze etniche o culturali” che fondano la possibilità dell’integrazione su una rassomiglianza o “prossimità culturale” ipotetica tra gruppi.
Bisogna essere consapevoli che l’atteggiamento curioso, aperto e non inquinato da preconcetti dell’assistente sociale non è sufficiente a lavorare con i migranti in quanto la professione non è priva di rappresentazioni sociali. Quando si va incontro a un’altra cultura, si ha la naturale tendenza ad approcciarsi sulla base dei criteri della propria visione del mondo e i modelli professionali inducono delle aspettative basate su saperi tecnici ed esperienze professionali che rischiano di affermarsi come elementi assoluti, non adattabili ad altri contesti socio-culturali. E in presenza di un lavoro ad alto investimento emozionale come quello dell’assistente sociale possono aumentare le difese identitarie – e l’identità, il “siamo fatto così”, tende inevitabilmente a guardare verso il passato – e in assenza di adeguate rielaborazioni cognitive, l’intervento sociale può diventare poco funzionale se non addirittura inutile.
È nel quotidiano lavoro con i migranti che molti colloqui nei servizi sociali e sociosanitari iniziano con domande relative al permesso di soggiorno – se il migrante ne è in possesso, di quale permesso si tratta, quando scade – piuttosto che dall’ascolto della domanda di aiuto di cui la persona è portatrice. I diritti sociali sono meno evidenti e i migranti rischiano di diventare “immeritevoli” per la sola “colpa” di non essere in regola con il permesso di soggiorno, o di non avere quello “giusto” per la prestazione prevista in risposta al bisogno portato. Vi è il rischio che l’intervento professionale si trasformi in “discriminazione istituzionale” – effetto discriminatorio prodotto da procedure amministrative la cui applicazione comporta l’accentuarsi di condizioni di evidente disuguaglianza sociale per alcune categorie di cittadini – generando quindi una forma di esclusione dai diritti di cui gli operatori non si sentono responsabili in quanto “non dipende da loro” ma dalle norme o dalla burocrazia; a maggior ragione sembra indispensabile riflettere sull’azione della comunità professionale affinché non contribuisca, più o meno consapevolmente, alla negazione dell’esigibilità dei diritti sociali in un’ottica di esclusività legata alla nazionalità.
In presenza di ricevuta di rinnovo del permesso di soggiorno si potrebbe adottare la regola del “rinnovo salvo buon fine”, già applicata dal Servizio Sanitario, evitando la preclusione e/o la sospensione dell’erogazione delle prestazioni nel rispetto dell’equità all’accesso e alla fruibilità dei servizi sociali in un’ottica di advocacy e di rispetto della continuità assistenziale e della validità dell’intervento professionale sociale.

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