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Resilienza: abbandonare l’approccio lineare e considerare la fragilità come ricchezza umana

Il termine “resilienza” deriva dal latino “resalio”, che significa saltare, rimbalzare, per estensione danzare. Tale termine è stato principalmente utilizzato nel campo della fisica per designare la capacità di un metallo di riprendere la propria forma dopo aver ricevuto un colpo non abbastanza forte da provocarne la rottura. È la capacità di un corpo di assorbire energia cinetica attraverso un urto senza eccedere al limite elastico che ne determini la rottura.
Nelle scienze psicologico – sociali per resilienza si intende “la capacità di una persona o di un sistema sociale di vivere e svilupparsi positivamente, in modo socialmente accettabile, nonostante le difficili condizioni di vita”, o “l’esito relativamente buono nonostante l’esperienza di situazioni stressanti o traumatiche ad alto rischio di sviluppo psicopatologico”.
Il concetto di resilienza è fondamentale, dunque, per definire le traiettorie esistenziali di persone che, nonostante le difficoltà incontrate, hanno proseguito nel loro percorso di vita senza quella che metaforicamente può essere considerata una rottura irreparabile. Si possono oltrepassare gli ostacoli che si incontrano, è possibile resistere, trasformare, integrare, ricominciare, costruire, dopo aver subito un trauma.
L’esordio del concetto risale agli anni ottanta grazie ad una ricerca longitudinale condotta da Werner e Smith e dalla équipe dell’Università di Davis in California sull’isola di Kauai (Hawaii). Sono state studiate le vite di 698 bambini per circa trenta anni. 201 di questi presentavano alte possibilità di rischio per il futuro a causa di miseria, situazioni familiari caratterizzate da condizioni di alcolismo, violenza, litigi e malattie mentali. L’équipe di ricercatori ipotizzava perciò un gran numero di situazioni che riproducessero lo schema familiare di appartenenza, quindi prevedevano delle situazioni negative. Dopo lo studio su questo campione emerse, al contrario, che gran parte dei bambini non avevano problemi tipicamente correlati ai rischi vissuti, anzi riuscivano a migliorare la loro condizione di vita. Furono molti gli esiti positivi in termini di relazioni sociali e intime stabili, di assenza di disturbi psicologici, di autonomia lavorativa. Più di un terzo di questi bambini (72 su 201) cresceva senza difficoltà.
I risultati di tale studio hanno permesso di ricercare un nuovo paradigma interpretativo in grado di riconoscere i percorsi resilienti, evitando una visione monodimensionale dello sviluppo umano. Così la resilienza non è un fenomeno che riguarda esclusivamente la fisica dei corpi, ma anche gli esseri umani, la loro crescita e il loro sviluppo.
Tale ricerca longitudinale ha dato avvio a molti altri studi, si tratta di studi complessi riguardanti un concetto polisemantico, attualmente studiato da diverse discipline (psicologia, pedagogia, neuroscienze, sociologia ecc.). Principalmente si riscontrano due diverse correnti di pensiero: chi definisce la resilienza in termini di “outcome” o esito, intesa come i risultati positivi ottenuti a seguito dell’evento traumatico; chi definisce la resilienza come processo dinamico, come insieme di fattori (genetici, individuali, familiari e ambientali) presenti prima, durante e dopo l’evento stressante, il cui funzionamento genera un risultato positivo.
La maggior parte degli studiosi ritiene che sia opportuno definire la resilienza in termini di processo piuttosto che di risultato. Ciò significa che il processo di resilienza prosegue per tutta la vita, accompagna l’intero ciclo di vita, e si possono riscoprire le proprie capacità positive in ogni situazione traumatica che si presenti. Cyrulnik afferma: “La resilienza è più che resistere, è imparare a vivere”.
Divenire resiliente richiede di modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e di abbandonare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto. Di fronte alla sofferenza, l’approccio lineare risulta essere il modo caratteristico di pensare: chi gode di buona salute, vive in una bella famiglia, ha una solida cultura deve ritenersi fortunato e può crescere e svilupparsi in maniera ottimale. Chi invece è debole, è malato, è orfano, senza cultura, deve considerarsi sfortunato e deve essere consapevole che le prospettive future di sviluppo non siano delle migliori.
Ma a partire dagli anni Ottanta, con gli studi riguardanti la resilienza, si è iniziato a pensare in un modo diverso, abbandonando l’approccio lineare e considerando la resilienza come il processo che permette uno sviluppo positivo dopo un evento traumatico, nonostante la presenza di circostanze avverse.
Naturalmente l’evento traumatico, in molti casi, può causare una situazione di dolore dalla quale conseguono azioni e comportamenti nocivi, ma può divenire, al contrario, motore di cambiamento possibile. È proprio questo il nuovo modello di pensiero ottenuto dagli studi degli anni Ottanta: malgrado le difficoltà, l’uomo ha sempre mostrato potenzialità di intelligenza, di reazione positiva di fronte alle situazioni avverse, alla malattia, alla miseria, alle oppressioni subite.
Si abbandona così la prospettiva causa – effetto, la visione lineare tra ferita e ripresa, si applica una visione più complessa secondo cui la sofferenza può apportare ad un certo sviluppo della persona. Ciò non significa superare semplicemente la difficoltà né tanto meno rimuovere la sofferenza, ma per resilienza si intende la capacità di un soggetto di riprendersi, di utilizzare le avversità come occasione per poter ricominciare, per sviluppare positivamente la propria identità e accrescere la propria umanità.
Per divenire resilienti occorre soffermarsi sulle condizioni di sofferenza e di dolore, significa accogliere il dolore, trasformarlo per non rimanere incastrati in esso. Si può apprendere dall’esperienza traumatica e commutare i fattori di vulnerabilità in forza, integrare la sofferenza con elementi – risorse che sono insiti in ogni persona. L’uomo è fragile, occorre però considerare la fragilità secondo una nuova prospettiva. La fragilità è abitualmente considerata dai dizionari come indice di debolezza, di gracilità, di scarsa consistenza e di scarsa durata ma, attualmente, il campo semantico della parola è stato modificato e, accanto ai significati indicati, si assegnano alla fragilità i significati di vulnerabilità, di sensibilità, di ipersensibilità, di delicatezza, di gentilezza, di dignità, di umanità. Lo psichiatra italiano Eugenio Borgna spiega che la fragilità fa parte della vita, è una delle strutture portanti della vita umana. Tutto ciò che riguarda l’uomo è fragile: le emozioni, le ragioni di vita, le speranze, le inquietudini, le parole, il silenzio, le relazioni ecc. Poi ci sono situazioni di vita che rendono l’uomo ancora più fragile di quanto già sia, come la malattia del corpo e dell’anima. È necessario però modificare lo sguardo con cui si osserva la fragilità, in quanto spesso si tende a guardarla come una forma di vita inutile e antisociale, che ha bisogno di cure, che merita soltanto compassione. Invece la fragilità va intesa come interiorità, come ciò che va oltre i comportamenti e arriva all’abisso più profondo dell’essere umani: bisognerebbe educare a riconoscere la fragilità sia in noi stessi che negli altri. Questo è considerato come un impegno etico attraverso cui la fragilità può essere trasformata in speranza, grazie alla quale possono riemergere le risorse positive delle persone. “La fragilità è intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi” (E. Borgna).

BIBLIOGRAFIA
A. Campanini, Nuovo dizionario del servizio sociale, Roma, Carocci Faber, 2014.
E. Borgna, La fragilità che è in noi, Torino, Giulio Einaudi editore, 2014.
E. Borgna, Parlarsi, Torino, Giulio Einaudi editore, 2014.
E. Malaguti, Educarsi alla resilienza, Trento, Erickson, 2005.
M. T. Zini, S. Miodini, Il colloquio di aiuto, Roma, Carocci Faber, 2009.
P. Toniolo Piva, I servizi alla persona, Roma, Carocci Faber, 2007.
S. Fargion, Il metodo del servizio sociale, Roma, Carocci Faber, 2013.

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