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Fight club, l’integrazione del sé come processo sociale

Sono passati ormai 20 anni dal romanzo di Chuck Palahniuk, una sorta di thriller ad altissimo tasso di violenza, ma anche una sfida sociologica, a denunciare le aberrazioni dell’epoca in cui viviamo, e i suoi falsi valori, con una carica suggestiva esemplare, e da cui tre anni dopo fu tratto lo stupendo film di David Fincher con Brad Pitt, Edward Norton e Helena Bonham Carter, dove visionarietà e realismo marciano appaiati, anzi facendo a pugni: la provocazione è mirata a far risaltare meglio le falle del sistema in cui viviamo…
Fight Club è stato ed è tuttora la rappresentazione di un disagio esistenziale profondo che caratterizza la società moderna, e insieme la traccia di un processo di realizzazione del sé che è stato chiamato da Jung “individuazione” – e che può essere visto come una metafora dell’operare del Servizio Sociale per la migliore integrazione dei soggetti nel contesto di riferimento grazie alla presa di coscienza dei loro aspetti problematici.

Il protagonista-narratore (nel film interpretato da Edward Norton) si presenta al principio come un tipico giovane professionista in carriera, ma frustrato dalla vita moderna: insonne, ansioso, stordito dal jet lag, e che si distrae frequentando gruppi di autoaiuto di ogni sorta… Poi, nella sua vita, inciampano Marla Singer (la bravissima Helena Bonham Carter) e Tyler Durden (Brad Pitt), una donna e un uomo alla deriva, lei che finge come il protagonista di avere gravi malattie pur di trovare un posto dove essere ascoltata ed accolta, lui un originale ed eccentrico venditore di saponette, che produce in proprio dagli scarti della società.

Incapace inizialmente di una vera relazione, anche il protagonista fa ricorso disperato ad uno dei tanti anestetici che il sistema ci offre, quello dell’abuso dei beni materiali: “Come tanti altri anch’io ero diventato schiavo della tendenza al nido IKEA… Se vedevo qualcosa di ingegno come un tavolinetto a forma di ying yang dovevo averlo. Il componibile personale per ufficio della Klipsk, la cyclette della Hovetrekke, il divano Ohamshab a strisce verdi della Strimme, perfino le lampade Ryslampa fatte di carta non candeggiata per un ambiente rilassante. Sfogliavo i cataloghi in maniera compulsiva… Compravo tutto, anche i piatti di vetro con piccole bolle e imperfezioni, prova che erano stati realizzati da onesti semplici operosi indigeni artigiani di… Dunque… Una volta leggevamo pornografia, ora siamo passati ad arredomania

Il vero e proprio intreccio narrativo inizia quando il nostro si ritrova a perdere tutti quegli oggetti accuratamente selezionati per via di un “incidente” che gli fa esplodere l’appartamento.

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Questa è la risposta di Tyler, deciso a far breccia nell’animo scontento del protagonista che verrà coinvolto nella creazione del Fight Club, un circolo segreto i cui appartenenti, problematici almeno quanto il protagonista, prendono parte a violenti combattimenti tra loro.
Voglio che mi tiri un cazzotto più forte che puoi”. Una sfida che è anche l’inizio di un’amicizia e di una sorta di furia anarchica che si espande a macchia d’olio, fomentata da ingiustizie sociali, consumismo, odio di classe, assenza di figure genitoriali.

I due pian piano radunano nuovi e numerosi adepti e, in breve tempo, quello che era un circolo di combattimenti clandestini si trasforma in un ritrovo per uomini alienati e rabbiosi, con facce gonfie di botte ma appagate, pronti a combattere fino alla morte pur di rovesciare ciò che considerano il loro nemico giurato: l’attuale società, che trova la sua massima espressione nell’American way of life, fino alla creazione di un gruppo sovversivo e nel concepimento di un fantomatico “Progetto Mayhem” di stampo eco-terrorista.

Toccare il fondo per risalire, attirare l’attenzione di Dio per essere puniti e salvati (“che cos’è peggio, l’inferno o niente?“> chiede ad un certo punto il protagonista) e nel frattempo pestare il prossimo tuo come te stesso, o meglio ancora, farsi pestare secondo regole prestabilite, in un combattimento dove alla fine senti che niente è risolto ma poco importa, le ferite diventano stimmate laiche da sfoggiare con orgoglio, segni attraverso cui gli appartenenti al Fight Club si riconoscono strizzandosi a vicenda l’occhio tumefatto.

La violenza e la lotta allora per arrivare alla distruzione di tutti i miseri condizionamenti che la società induce nell’esistenza di tutti noi, fin dall’infanzia e durante tutta la vita. Falsi miti, bisogni artificiali, assurde paure che sfociano in ossessioni; una diseducazione a tutti gli effetti, e una manipolazione, per renderci docili strumenti del potere di quelle lobby e multinazionali che anche noi abbiamo denunciato più volte nell’intento di promuovere quel cambiamento sociale e quella vera coesione ed emancipazione dei cittadini che è uno degli scopi della nostra professione.

Tra gli innumerevoli discorsi rivoluzionari che Tyler affronta ne ricordo uno memorabile: “Vedo nel Fight Club gli uomini più forti ed intelligenti mai esistiti: vedo tutto questo potenziale, e lo vedo sprecato… Porca puttana… Un’intera generazione che serve ai tavoli di qualche fast food o schiavi coi colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le machine e i vestiti. Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono… Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremo diventati milionari, miti del cinema, rock star… ma non è così e lentamente ce ne rendiamo conto, e così vengono le dipendenze tipiche dei nostri tempi di diffusa schiavitù interiore, l’alcol, la droga, l’ossessione del sesso e del denaro, il bisogno di apparire, fino all’abuso clinico di identità fittizie nei sociale… Non abbiamo né uno scopo né un posto…
La morte di un amico nella sparatoria con la polizia durante un attentato risulta essere il primo dolore “reale” del protagonista, grazie al quale lui inizia a intuire la pericolosità di ciò che sta avvenendo. Quello che però per lui risulta fondamentale è soprattutto la relazione con Marla, la quale pur se con grossi disturbi di personalità riesce in qualche modo a far breccia nel mondo caotico del protagonista, che scopre di avere legami emotivi, vissuti sì con rabbia e frustrazione, ma pur sempre reali, non deliranti. Sarà proprio Marla, con una telefonata ai limiti del paradossale in cui il protagonista le chiede insistentemente di chiamarlo per nome, a gridargli: “Tyler Durden, sei tu, schizzato!!!”, sbloccando qualcosa nella psiche del giovane, che riesce a riconoscere il suo doppio non come altro, ma come una parte in ombra di sé, sebbene questa abbia ancora potere sul suo corpo e le sue decisioni.
Nel primo combattimento con Tyler in realtà il protagonista si è picchiato da solo. Ed automaticamente è stato lui a creare il Fight Club. E sempre Tyler spiega ad Edward di essere “
ciò che tu avresti voluto essere”.

Tutto sembra sull’orlo della definitiva fuga nella psicosi come forma di difesa da quell’alienazione imposta dalla società contemporanea, quando, spaventato dalle conseguenze estreme derivanti dall’attuazione del Progetto Mayhem, il protagonista denuncia alla polizia di essere il capo dei numerosi circoli legati alle lotte clandestine e di avere intenzione di far esplodere i più importanti istituti di credito della città.
Ormai il processo che porterà alla risoluzione del trauma è innescato: il Tyler “autentico” acquista progressivamente potere sull’altro, riesce a capire che ha dovuto creare un doppio per soddisfare tutti i bisogni che reprimeva, per dar sfogo alla rabbia e per trovare conforto nella solitudine della sua vita mediocre, così come anche Marla è in realtà un parto della sua mente frustrata, forse la sua anima, intesa come la sua sfera relazionale, gli aspetti emotivi e sentimentali di protezione, affettività, cura che ha per troppo tempo dovuto reprimere o, peggio, veder soffocati da questa società che rinfaccia e avvelena ogni suo dono.

Compreso ciò, come atto simbolico il protagonista si spara, trapassandosi la guancia con un proiettile, ed uccidendo metaforicamente il suo doppio, mentre per lui la ferita non è letale, e così assiste al crollo dei dodici istituti di credito, in cui erano state piazzate le bombe.
Questa catarsi dolorosa che lo ha spinto a tentare il suicidio si rivela curativa, ricucendo la frattura del sé e reintegrandolo con Tyler e Marla in un unico soggetto, con valori e idee che fanno riferimento al suo passato, ma arricchiti dalla nuova consapevolezza delle problematiche personali e sociali. Un procedere facendo ricorso alle debolezze ed agli aspetti irrisolti del soggetto, rovesciandoli di segno ed integrandoli per un’adeguata rispondenza al contesto, che è uno di più innovativi ed originali campi di studio e di azione del Servizio Sociale.

La scissione del protagonista è, in modi ovviamente diversi per ognuno,la “scissione” di ciascuno di noi, condizionati a reprimere sentimenti e bisogni autentici dalle convenzioni di una società che fa della competizione esasperata, del consumismo, dell’edonismo i suoi valori fondanti. Per difenderci dall’angoscia, dal vuoto o dal senso di inadeguatezza di questi falsi valori, ognuno di noi deve far tacere la propria anima e arriva a crearsi un falso sé, un’ombra che più o meno ci condiziona.

Fight Club è metafora di questo processo di “individuazione” in senso junghiano che mediante il confronto scontro del protagonista con l’Ombra (Tyler) e l’Anima (Marla) gli consente di liberarsi dalle imposizioni della collettività e di riconoscere infine quelli che sono gli elementi che ci impediscono di essere noi stessi, ingabbiandoci in una realtà distorta dalle mode, dagli oggetti materiali, da tutto ciò di artefatto che ci circonda e che ci ostacola nel coltivare il nostro vero io.
Per l’operatore sociale vedere Fight Club è un po’ iniziare a riflettere sul Tyler e la Marla, che sono in ognuno di noi, e che dal profondo lanciano i loro struggenti richiami di dimensioni represse ma non soffocate, imprigionate ma non estirpate, su cui deve operare l’assistenza sociale al fine della integrazione dei soggetti, portati a riconoscere le loro debolezze, le “maschere”, e le trappole che la società e gli altri disseminano e dissimulano nel loro percorso di vita. Perché l’utente dei servizi sociali è spesso un Io diviso, come il protagonista di Fight Club, come tutti noi, e il campanello di allarme di una società che si fonda su ben altri inganni e manipolazioni, la nemesi che colpisce le contraddizioni di un mondo opulento, classista, ghettizzante, ipocrita.

Così nell’operare del Servizio Sociale gli utenti sono invitati e guidati a riconoscere nelle loro passate o attuali situazioni di emarginazione e trasgressione non una scelta da uomini liberi o un destino scontato, ma il ruolo di automi manovrati dal sistema, soffrendo in fin dei conti della stessa mancanza di prospettive della società, votata solo al materiale e all’effimero.
Grazie a una scuola di responsabilità, apprendimento, cura di sé e degli altri, si attua nei soggetti, come nel protagonista di Fight Club, quel processo di integrazione e cognizione di sé partendo proprio dai loro aspetti problematici, e che è la base di una nuova consapevolezza ed onestà che li metteranno al sicuro dai condizionamenti e dalle pressioni di un mondo votato al materiale e all’effimero, e che un tempo, sfruttando proprio la loro plasmabilità e la fragilità emotiva, li aveva portati alle condizioni di disagio ed emarginazione.

Una speranza allora di cambiamento, per il protagonista, per i nostri utenti, per noi stessi – operatori sociali – e una speranza di cambiamento anche per la società.

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