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La Comicoterapia: perché ridere fa bene? (I parte)

La comicoterapia é l’uso della risata e delle emozioni positive per migliorare lo stato psicologico e neuroendocrino del malato. Lo strumento della comicoterapia è fondamentalmente l’umorismo, ritenuto importante quanto l’amore; la terapia del sorriso si adegua alle persone e alle situazioni. La scarica di endorfine (sostanze naturali a struttura peptidica scoperte nel cervello e dotate di azione simile a quella della morfina), scatenata da una risata o da un momento di svago, ha un’influenza diretta e positiva sulle difese immunitarie. Migliora la risposta individuale contro la malattia e aiuta a tollerare meglio le inevitabili sofferenze che alcune cure comportano. Non bisogna, però, commettere l’errore di pensare che una risata basti a guarire da una malattia oncologica. Un pagliaccio da solo non può far nulla, se non portare un momentaneo sollievo, dietro a questo, infatti, sussiste un progetto complesso e ben preciso. Queste esperienze funzionano solo quando si punta al benessere totale del paziente e si stabilisce un’alleanza terapeutica tra medici, genitori, personale paramedico, animatori e clown. In ogni caso il fine ultimo è sempre lo stesso: ridare fiducia all’ambiente della persona ricoverata (genitori, parenti) e allo stesso tempo umanizzare l’ambiente ospedaliero per renderlo più vivibile.

Uno dei principali fautori della gelotologia, diventato famoso anche dopo un celebre film dedicato alla sua vita, è Patch Adams, il rivoluzionario medico-clown americano. È il precursore di un’assistenza sanitaria vista come servizio e incentrata sui reali bisogni dei pazienti, dove la comicità è utilizzata per creare familiarità con i malati e ridurre il disagio e l’alienazione dei degenti. Patch Adams ha cercato di concretizzarla fondando una casa-ospedale nel West Virginia, l’istituto Gesundheit. Da sempre, infatti, si sa che “ridere fa buon sangue” e che una bella risata può curare il “mal di vivere”. Il chiodo fisso di Patch è l’amicizia, perché “le persone hanno bisogno delle persone” e hanno la necessità profonda di essere sostenute da legami molto forti, dalle famiglie e dalla comunità. Il comportamento altruistico sarebbe un farmaco che allunga la vita: la tesi è avvalorata da uno studio condotto da ricercatori dell’Università del Michigan. Si è scoperto che chi partecipa con entusiasmo a progetti di volontariato, ha una frequenza di mortalità due volte e mezza inferiore a chi invece si rinchiude in se stesso e non fa niente ruminando il suo dolore.

Le potenzialità della comicoterapia sono state sperimentate dentro e fuori l’ambiente ospedaliero su: adolescenti, anziani, insegnanti, operatori socio-sanitari, persone depresse e ammalati con qualsiasi tipo di patologia. È una terapia senza effetti collaterali, anallergica, la posologia é “a piacere” e il sovradosaggio non esiste, non ha scadenza ed é disinquinante per qualsiasi tipo d’ambiente. Nelle scuole, se ne ricorre per prevenire il disagio giovanile, migliorare le dinamiche relazionali, stimolare l’espressione creativa del disagio e dell’aggressività. Con i docenti, in funzione di aggiornamento, per la prevenzione della sindrome di burn out e come supporto all’insegnamento. Con gli anziani nella prevenzione del morbo di Alzheimehr e nella gestione delle paure tipiche dell’età.
Le origini e i fondatori

Già nel XVII secolo un autorevole medico, Thomas Sydenham, affermava che “l’arrivo di un buon clown esercita, sulla salute di una città, un’influenza benefica superiore a quella di venti asini carichi di medicinali”. Qualche secolo più tardi, lo stesso Freud, riteneva così rilevanti i motti di spirito da dedicarvi un intero libro. Solo a partire, però, dagli anni ’60 che sono cominciati i primi studi sistematici sulle virtù terapeutiche della risata.

Negli anni ’80, il caso di Norman Cousins fece scalpore in tutti gli Stati Uniti.
Cousins era un noto giornalista scientifico che improvvisamente venne colpito da spondilite anchilosante: una grave alterazione delle articolazioni che porta progressivamente alla paralisi e alla morte. Refrattario alla medicina convenzionale, Cousins decise di curarsi seguendo un’insolita terapia: il ridere (tre-quattro ore al giorno di film comici) e la vitamina C (25 grammi al giorno, assunti per flebo). A dispetto di ogni previsione, in capo a un anno, guarì completamente. La prima reazione della comunità scientifica americana fu di incredulità e stupore, alcuni misero addirittura in dubbio la malattia, ma i fatti erano incontrovertibili. Dopo alcuni anni non solo fu riconosciuta la validità scientifica della sperimentazione effettuata da Cousins su se stesso, ma gli venne offerta prima una laurea honoris causa e poi addirittura una cattedra presso l’Università di California di Los Angeles. La spettacolare guarigione di Norman Cousins ebbe come risultato indiretto la rivalutazione degli studi di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (P.N.E.I.), una nuova branca della medicina che studia gli effetti delle emozioni sul sistema immunitario. Di lì a poco nacque una nuova area di ricerca: la gelotologia (ghelos in greco significa risata) dedicata allo studio sistematico del ridere come rimedio psicofisico. Tramite le ricerche si è dimostrato che le emozioni positive, tra cui il ridere è una delle più potenti, influenzano positivamente il sistema immunitario, che è il vero garante della nostra salute.

Questa semplice verità non ha avuto vita facile e ancora stenta ad essere compresa nella sua importanza e profondità. Tutto ciò che è connesso al ridere, nella nostra cultura, è considerato secondario, poco importante se non dannoso. In ultima analisi siamo molto meglio educati a soffrire che non a godere e a star bene. Negli ultimi anni in diversi paesi, a partire dagli Stati Uniti, la silenziosa rivoluzione della risata si è andata diffondendo e oggi percorre due strade differenti anche se strettamente parallele. Da una parte vi sono le esperienze alla Hunter Patch Adams, il quale è stato l’artefice della presenza negli ospedali psichiatrici della figura del Clown Dottore. Lo strumento terapeutico a cui questa compagine di dottori fa ricorso consiste in un intreccio di barzellette, musica, gag comiche e un’attenzione particolare ai desideri espressi dai malati. Dall’altra parte vi sono le esperienze dei cosiddetti clown-medici alla Michael Christensen. Clown professionista, impiegato all’epoca al Big Apple Circus, insieme a Paul Binder, fondò nel 1986 “The Clown Care Unit” (Unità sanitaria di clown), presente in numerosi ospedali di New York, Boston, Los Angeles e San Francisco. In questo caso non si tratta di veri dottori ma di attori, clown o artisti di strada che, in collaborazione e sotto il controllo dell’autorità sanitaria, effettuano con regolarità interventi negli ospedali e in altre strutture sanitarie. Sulla base di questo modello “Le Rire Médecin” in Francia e la Fondazione Theodora in Svizzera hanno dato il via a programmi analoghi rispettivamente nel 1991 e nel 1993. In Italia Jacopo Fo è promotore di un appello semiserio al ministero della Sanità per il riconoscimento della comicoterapia come vera e propria cura da introdurre nelle strutture sanitarie. Nel nostro Paese, infatti, si sono anche sviluppate molte associazioni che hanno fatto della gelotologia il loro principale fine, operando negli ospedali e non solo.

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