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Oltre 20 anni…

Sono passati ventitre anni dal momento in cui sono stato inghiottito dal male oscuro: era l’ottobre del 1985. Da allora il calvario con tutte le sue tappe di parziale benessere e di quasi continuo cadere nel nulla più assoluto, si è prolungato anno dopo anno. La mia salvezza è derivata dall’aver appreso i meccanismi che mi tenevano legato alla tenebra psicologica e di avere praticato, mentalmente e fisicamente, tutti i modi positivi che a lungo andare hanno portato i loro benefici.
Non mi ricordo più in quale circostanza e da chi abbia imparato a non chiedermi più nulla sulla mia malattia e disperazione e a dire, invece: va bene così. Una formula che si è mostrata vincente nelle mie peripezie mentali. In sostanza, dicendo: va bene così, ho accettato tutto, dico tutto quello che la mia nevrosi aveva combinato e continuava a combinare dovunque andavo a parare: sia in convento che nei parecchi luoghi dove trovavo rifugio momentaneo.
Ma agli inizi, cioè intorno ai primi anni del 1990, la mia testa e il mio condizionamento mentale erano talmente una prigione, che la mia povera frase: va bene così, non operava alcun miracolo. Però ero testardo. Sapevo che non esisteva altra strada da percorrere se non quella di sostituire il tanto marciume depositato in me da tanti anni di negatività, con parole positive, con frasi che mi aprivano alla speranza, se ripetute migliaia di volte anche in una sola giornata. E i risultati si videro.
Per mia fortuna ero frate e quindi un tetto e un boccon di pane lo trovavo sempre, anche se mi costava tanto il riceverli. Perché avevo scoperto che proprio il mio essere diventato frate era stato la fonte del mio malessere. Tutta la mia vita trascorsa in convento era diventata una vita in cui andavo controcorrente, remavo in una direzione opposta a quella che la mia natura tendeva a portarmi, cioè ad una vita fuori dal convento e dai suoi legami.
Il problema era come uscirne fuori. Quando caddi nel male oscuro, cioè nell’85, non se ne parlò neppure. Ero talmente espropriato di me che unico rifugio in cui stare, era proprio la mia prigione. In essa mi trovavo al riparo: incredibile a dirsi ma purtroppo era vero. Mi sono sempre sentito un estraneo tra le mura del convento, non mi sono mai seriamente impegnato all’interno di esso, ma ci restavo. Ogni mia fuga mi riportava sempre lì, nella mia prigione.
E così gli anni passavano. Mi irrobustivo col: va bene così e accettando tutto ciò che la vita mi procurava. Dolori tanti e piaceri pochi. Un po’ alla volta ho quasi fatto scomparire del tutto gli psicofarmaci che mi aveva ordinato uno psichiatra mio amico. Pensavo ormai a non abbandonare più il convento, a non formarmi più una famiglia come era nei miei desideri. Ero diventato vecchio e i sogni di un tempo li conservavo solo nel cuore, anche se la mancata realizzazione era una ferita aperta, dolorante.
Quando ormai mi ero rassegnato allo status quo, una persona che era riuscita a liberarsi da una situazione familiare insostenibile mi offrì l’occasione di uscire per sempre dal convento. Ora provo la gioia di chi è riuscito ad uscire dalla prigione. Vivo con la fantasia di un vecchio, la libertà acquistata. Continuo a dire: va bene così; continuo a riempirmi di positività e ad accettare quello che il buon Dio semina lungo il mio nuovo percorso di vita.
Tutto ciò mi è sufficiente, anche perché l’esperienza acquistata in questi 20 anni mi porta con naturalezza ad aiutare gli altri. Posso dire che tutte le persone che ho aiutato negli ultimi 10 anni, hanno trovato un loro equilibrio psichico: ne sono orgoglioso. Ho operato con loro come ho operato con me, cioè puntando sempre al positivo, cercando di immettere tanta positività per sostituire il negativo che negli anni si era insediato in loro. Se il negativo tornava con pensieri, giudizi, valutazioni ecc. era da combatterlo dicendo: va bene così. Ha sempre funzionato.

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