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Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale

Qual è il peccato originale dell’assistente sociale? Che ha fatto di male questa professione oltraggiata, malpagata, vituperata, sottovalutata, disprezzata? Comunista se vista da destra, fascista se vista da sinistra. Una professione sulla quale tutti si accaniscono perché tanto nessuno si preoccupa di tutelarla, tanto meno gli interessati.
Aver raggiunto la dignità accademica con il titolo di dottore non ha concluso il patire di questa professione, da sempre compressa fra il mancato senso compiuto della propria nascita e l’attribuzione stratificata di responsabilità, mai rapportate al livello contrattuale e di retribuzione. Ciò che cerca da sempre l’assistente sociale è l’autorevolezza e soprattutto il suo riconoscimento esterno, la sua legittimazione. Una specie di credito culturale e sociale, in termini di status, che permetta all’uomo o alla donna assistente sociale di non dover fare grandi giri di parole per spiegare al proprio figlio che mestiere faccia la mamma o il babbo. Si potrebbe dire: “Faccio il dottore”, ma presupporrebbe pregiudizialmente l’esercizio di una disciplina medica (un po’ come dire che essere americani significa essere statunitensi), mentre dire: “Faccio l’assistente sociale” presuppone invece l’imbarazzo di non avere un riferimento concettuale e un contesto empirici di attività.
L’assistente sociale si scontra troppo spesso con i seri pregiudizi che i media hanno contribuito a diffondere riguardo la sua professione, che nel più frequente dei casi ruba i bambini. In un contesto socio-culturale affamato di capri espiatori non è pensabile che l’immagine dell’assistente sociale possa essere facilmente redenta, anche perché non interessa ad alcuno redimerla ed è funzionale al sistema. L’assistente sociale è una figura fragile e questo lo sanno bene i media, i politici, anche gli utenti. È una figura utile sulla quale scaricare le tensioni sociali e un comodo ammortizzatore delle inadempienze altrui. È un professionista che non è mai riuscito a collocarsi con sicurezza nella classificazione sociale italiana. L’assistente sociale è riuscito però, a differenza di altre professioni, ad essere un eccellente parafulmine della campagna di demonizzazione della pubblica amministrazione. I cosiddetti fannulloni, animali astuti che nella fantasia comune si annidano come tumori in ogni settore dell’amministrazione pubblica, sono ben identificabili con l’assenza della figura che dovrebbe esserci quando non c’è. Chi meglio dell’assistente sociale rappresenta questa presenza-assenza? Gli organici spolpati dei servizi sociali hanno tali carenze che gli effetti del turn-over, del burn-out e dello smisurato carico di lavoro poco visualizzabile degli operatori vengono tacitamente intesi come la prova della metafisicità dell’assistente sociale. Non riuscire ad esibire virilmente le proprie prestazioni rende amministrativamente invisibili e socialmente colpevoli.
L’assistente sociale deve perciò pagare dazio alla propria natura che, nell’esigenza di dicotimizzare la realtà attualmente molto di moda, non si contraddistingue per essere carne o pesce né altro. Non è una figura sanitaria, ma può a diritto parlare di benessere e salute, di autonomia e di non autosufficienza e non è una figura amministrativa, ma deve produrre atti ed agire secondo principi e iter formali ben precisi. È un tecnico che non è un giurista, ma deve districarsi in leggi, regolamenti, decreti e delibere; e non può dirsi nemmeno uno psicologo, ma deve comprendere i meccanismi emotivi, mentali ed educativi di sé, dell’utente o del gruppo. L’assistente sociale non è un sociologo, ma deve conoscere fenomeni complessi come la devianza, l’appartenenza, la lettura del disagio in termini aggregati per poterne programmare politiche di intervento. Non è un informatico, ma deve sviluppare costantemente strumenti gestionali complessi per ottimizzare e dare senso al volume di lavoro che gestisce. L’assistente sociale, nella sua straordinaria ed assoluta peculiarità, costruisce la propria identità professionale con un po’ di tutto questo. In realtà viene considerato solo un intero ri-costruito con dei frammenti, ma tutti salgono sulle sue spalle per vedere più lontano. Siamo sintesi della complessità: nei migliori dei casi stelle danzanti nate dal caos. Nel peggiore: una manciata di ingredienti che tentiamo di trasformare in una polpetta commestibile.
Cosa significa gestire (to manage, in inglese)? Credo che potremmo essere d’accordo nell’affermare genericamente che gestire sia sovrintendere intenzionalmente ad un’attività. Detto questo possiamo affermare che le capacità gestionali dell’assistente sociale sono fra le più complesse ed evolute che ci siano nel panorama delle professioni, e la motivazione è proprio la frammentazione delle attività e del proprio IO professionale, che costringe la logica e la sensibilità dell’assistente sociale ad adeguarsi costantemente alle pressioni e alle richieste che arrivano dall’esterno e ad adattare le proprie risorse e competenze a tali necessità. Proprio il contrario della specializzazione, che viene invece in genere sublimata per eccellenza. L’assistente sociale, però, vorrebbe veder riconosciuta la sua eccellenza e la rincorre goffamente, tentando a volte la scalata alla specializzazione come strada per giungervi. In realtà l’assistente sociale rincorre il bisogno che gli è stato infuso in quanto “altro generalizzato”. Non basa il proprio concetto di sé su di un’eccellenza che gli è già propria, ma lo rincorre in un riconoscimento esterno che non avverrà mai. Cade paradossalmente vittima del tentacolo di uno dei rischi professionali di invischiamento che deve gestire (non cerca di generare una soluzione, ma ne attende gli esiti dall’esterno).
L’assistente sociale è una delle tante vittime della cultura di matrice cattolica nella quale è cresciuto, per la quale il concetto di colpa è insito nell’ordine delle cose, è originario. A ben vedere il sospetto che la condizione di disagio sia un effetto di qualcosa di morale ha radici profonde e antiche, in termini storici, culturali e psicologici. L’assistente sociale è estremamente esposto al senso di colpa: in una qualche misura alimenta il proprio lavoro con il senso di colpa, che a volte ne viene contaminato. Ma perché mai sentirsi in colpa se esiste il disagio? Se un progetto non è efficace? Se un bisogno non viene risolto completamente? Perché sentirsi in colpa se non-faccio-abbastanza-per? Attraverso il fare, il tentare di fare, c’è l’abluzione, l’assoluzione, la retta via. Stare fermi è male, fare qualcosa è bene. Fare qualsiasi cosa è meglio di non-fare qualsiasi cosa: i progetti assistenziali possono paradossalmente essere esercizi di attività fini a se stesse. Ma l’assistente sociale deve andare al di là del bene e del male.
E l’assillo del “fare” va a discapito del “trasferire” in termini di esperienza, storia, conoscenza, cultura. La pressione che riceve l’assistente sociale dall’esterno lo fa implodere nella sua sfera professionale. Si fa troppo, si riflette troppo poco sul fare. Questa pressione fa perdere di vista l’orientamento progettuale, cercando di definire anzitempo LA soluzione e solo poi il relativo bisogno (o la dimostrazione di tentare di FARE qualcosa, piuttosto di sentirsi colpevoli di NON FARE qualsiasi cosa), quando invece l’assistente sociale è preposto a definire innanzi tutto SE C’E’ un bisogno sociale e solo in questo caso quali siano i passi conseguenti da fare.
L’autonomia professionale, che spesso diventa solitudine professionale, unitamente alle difficoltà dell’assistente sociale di trovare un fertile confronto e supervisione professionale, corre un rischio: quello di diventare autoreferenzialità. La preparazione di base dell’assistente sociale, nella sua peculiare veste di interprete del disagio e coniugatore di risorse, è sufficiente allo scopo, ma necessita di una costante alimentazione e “taratura” attraverso l’interazione professionale e la formazione permanente. La richiesta, delicata e difficile da gestire, che ancora una volta l’assistente sociale deve sostenere, è quella di mantenere l’equilibrio fra autonomia di giudizio ed apertura al confronto. Per dirla in termini assoluti: fra oggettività e soggettività. L’approccio mentale dell’assistente sociale al lavoro è di tipo progettuale, pertanto circolare e sostanzialmente mai certo. Uno dei rischi intellettuali più grandi è dunque la mancanza di punti di riferimento precisi e soprattutto stabili, che concedono enormi vantaggi nella guerra di posizione che l’assistente sociale perde costantemente in relazione ad altre professioni più “scientifiche”. Quali basi scientifiche possiamo allora rivendicare in una professione che, per molti versi, è interpretativa, pertanto vulnerabile e piena di variabili incontrollate? Le discipline umanistiche hanno sempre avuto un po’ di invidia per le cugine “ricche” scientifiche con i loro eleganti modelli sperimentali. Non si riflette sufficientemente però che anche il medico, sommo manager per induzione e figura semi-divina in termini di bontà (chi cura deve per definizione volere-bene), per affrontare l’influenza spesso prescrive farmaci di cui ignora la reale efficacia o i rischi collaterali. La scientificità spesso è una credenziale erroneamente pre-attribuita. Tutto quello che accade nella malattia mediamente non lo si attribuisce ad un limite dello scienziato-santo: sarebbe peccato. Quello che invece si chiede all’assistente sociale è concettualmente rovesciato ed affonda le basi nella chiaroveggenza: bisogna affrontare il disagio attivando progetti ed interventi che potranno avere solo esito favorevole, altrimenti si confermerà la sua incompetenza. Chi è buono per definizione può anche sbagliare, ma chi è assistente sociale parte con un peccato originale più pesante e deve sempre rincorrere la redenzione.
L’assistente sociale è supportato in questo quadro tragico da una mancanza di senso di appartenenza della propria comunità professionale. La cosa non accade quasi mai nelle altre professioni “nobili”, dove i panni sporchi si lavano tendenzialmente in casa, ma esternamente vige quanto meno il principio del “cane che non morde il cane”. Provate invece a criticare l’operato di un assistente sociale con un altro assistente sociale e vedrete se troverete appoggio o difesa del collega. Cercate sostegno monoprofessionale, anche in ambito istituzionale, e le difficoltà non mancheranno. Ma la vera caratteristica che fa dell’assistente sociale un animale a serio rischio di estinzione è il suo adattamento al cannibalismo. Mettere un assistente sociale a capo di qualcosa significa proporgli due prospettive, essere eliminato prima o poi dall’organizzazione in quanto in contrapposizione con il pensiero dominante oppure convertirsi al feudalesimo. Il desiderio-necessità di accondiscendere al signorotto-superiore, che in genere è incompetente in materia, lo rende impermeabile a tutto e un efficiente braccio operativo, anche e soprattutto in termini professionalmente autolesionistici. Il superiore riconosciuto è un medico, un sociologo o qualsiasi altra cosa, ma non un altro assistente sociale. Non serve infatti conoscere il servizio sociale e le sue regole per poterlo dirigere: vige sempre il sacro dogma che il bene lo sappiamo fare tutti (eredità della socializzazione secondaria?).
Siamo una professione orfana, nel senso che siamo sempre alla ricerca del padre. Il padre sarebbe colui che approva, colui che dà luce a noi poveri satelliti spenti costretti a gravitare attorno all’astro di turno. Forse cerchiamo la metà che manca al nostro senso di identità, quel lato oscuro che è la somma di tante parzialità. Perché mai non è il contrario? Perché gli altri non si sentono attratti dal bisogno della nostra approvazione? Cosa manca all’assistente sociale per generare credibilità? È forse legato a questa dinamica il curioso fenomeno che ogni esigenza degli altri (specialmente gli utenti) sia più importante di quelli dell’assistente sociale (vincoli organizzativi, amministrativi, professionali, ecc.)? La nostra è una professione orientata all’aiuto, ma è agita al-servizio-di chiunque. Perché si deve arrivare a rischiare professionalmente (e personalmente) per diminuire preventivamente il disagio altrui? Perché non viene rescisso il cordone ombelicale che l’assistente sociale genera nei confronti dell’altro? Cerchiamo di evocare il padre assente con questo surrogato di iperprotettività?
Forse, solo quando riusciremo ad avere maggiore consapevolezza del nostro valore a prescindere da tutto e da tutti potremo emanciparci anche come professione ed ottenere il riconoscimento dovuto. Ma l’assistente sociale non ha potere economico e rappresentativo: non è il volano dell’industria farmaceutica e sanitaria, non è numericamente rilevante. La realtà dell’assistente sociale è un’espiazione ben più triste di questi arcobaleni che può solo sognare.

[N.d.R.] Dato l’alto interesse per l’argomento trattato, e in accordo con l’autore, abbiamo deciso di aprire un dibattito sul forum: http://forum.assistentisociali.org/ladri-di-mele-alla-ricerca-del-peccato-originale-degli-as-vt3964.html

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27 commenti Lascia un commento »

  1. Complimenti, un articolo interessantissimo. Senza i fronzoli della letteratura sociale e con concretezza analizza come si deve, finalmente, il nostro quotidiano!!!

    Commento by Chiara — 25 maggio 2011 [Permalink]

  2. E’ un bellissimo riassunto di quello che è la nostra professione e quindi di quello che noi siamo. Difficilissimo fare alcun commento dopo una sola lettura, penso che dovrò leggere più volte per poter commentare qualcosa. Anche se riconosco in questo scritto tantissimo del mio pensiero, per cui non credo che commenterò nulla, in quanto rischierei solamente di ripetere quanto tu hai bene espresso. Giusto una piccola cosa, così…Sono assente dal lavoro da un anno, a causa di un infortunio sul lavoro. Il Servizio Sociale è “vuoto”, e il vuoto non è mai stato riempito con alcuna sostituzione. Che rabbia e che sconforto. Quindi dici bene tu: “Non serve infatti conoscere il servizio sociale e le sue regole per poterlo dirigere: vige sempre il sacro dogma che il bene lo sappiamo fare tutti”. Quindi l’unica cosa che posso esprimere al momento è un sentito ringraziamento per il conforto in questa solitudine.

    Commento by Maria Immacolata Concu — 25 maggio 2011 [Permalink]

  3. Grande capacità di delineare un sentire ed un agire assolutamente condiviso silenziosamente, dai tanti colleghi. Grazie a Paolo. La strada è molto in salita, ma io continuo a crederci: insieme, rafforzandoci, raggiungeremo il traguardo

    Commento by Maria Concetta Storaci — 25 maggio 2011 [Permalink]

  4. Bello questo articolo sull’assistente sociale che noi tutti vorremo consocere: purtroppo quelli con cui abbiamo a che fare noi, sono come gli ometti del subbuteo: di plastica e sempre in piedi! non rispondono al telefono, non rispondono al loro codice deontologico, se gli chiedi le relazioni dicono che non “sono tentuti a dartele”, se denunci il fatto all’ordine degli assistenti sociali, ti rispondono che “loro le relazioni te le avrebbero date, se solo tu gliele avessi chieste…”: gli assistenti sociali con cui abbiamo a che fare noi rifiutano il confronto, e fanno tutto nel superiore interesse del minore, sia quando eseguono il decreto del tribunale dei minori, sia quando li ignornano, dato che loro “hanno ampia autonomia operativa” ed agiscono interpretando liberamente il decreto; non conoscono le leggi, ma fingono di conoscerle; parlano di riespetto della persona ma ti minacciano; dicono di voler tutelare le famiglie, ma le distruggono e non riparano mai nè rispondono dei propri errori: abbiamo bisogno davvero Sig. Pajer, dell’assistente sociale di cui parla lei e saremo lieti di vederne, come saremo lieti di sentire che questi servizi sociali che desiderano tanto riabilitarsi, si assummessero le responsabilità dei propri errori, come dei seri professionisti responsabili, cosa che come sa bene lei, purtroppo non avviene: e come sappiamo bene entrambi purtroppo, non è possibile dialogare con un potere autoreferenziale si fonda sulla minaccia e sulla prevaricazione.

    Saluti

    Gabriele Bartolucci

    Commento by Gabriele Bartolucci — 26 maggio 2011 [Permalink]

  5. l’articolo, molto interessante, esprime benissimo il senso di solitudine in cui si trova l’assistente sociale nell’agire quotidiano, e sono d’accordo quando l’autore afferma che ci manca il senso d’identità e la consapevolezza del nostro valore,la capacità di fare gruppo, di imporci e di renderci visibili

    Commento by domenica appugliese — 26 maggio 2011 [Permalink]

  6. Finalmente un articolo che interpreta in modo encomiabile e condivide la sensazione di vuoto, di solitudine e sgomento, quando, nei rapporti con gli altri professionisti, avverto una forte necessità di giusto riconoscimento.
    Cosa fa l’ORDINE NAZIONALE?
    Perchè nella Sanità non veniamo inquadrati come dirigenti, dato che oggi, ormai in tutte le Università,esiste la possibilità di concludere il proprio percorso di studi con il titolo Accademico Magistrale.Noto spesso grande umiliazione da parte degli studenti di tali corsi universitari, quando scoprono di essere inquadrati differentemente dal sociologo.

    Commento by ASSUNTA FERRARI — 26 maggio 2011 [Permalink]

  7. complimenti,un articolo che rende l’idea del disagio!! Ma quale disagio, quello di una figura professionale che pur facendo tanto non viene riconosciuta, apprezzata e stimata!!!Riflettiamo e diamoci da fare per affermare la nobiltà di una professione come quella dell’assistente sociale che investe sempre tante energie mentali per dare il meglio di sé!!!

    Commento by antonella — 26 maggio 2011 [Permalink]

  8. Analisi veramente azzeccata e la condivido pienamente.
    Comunque il problema è come il cane che si mangia la coda. Solamente chi soffre di una “certa depressione”, senso di colpa, limitata autostima ecc. accetta di farsi carico dei mali del mondo e di farsi comandare dagli altri (medici, psicologi ecc.). Se guarisse non potrebbe più farlo e scomparirebbe la professione dell’assistente sociale.Suggerimento datomi or ora da un collega medico argh!

    Commento by Adri — 26 maggio 2011 [Permalink]

  9. Vorrei chiedere al Sig. Gabriele Bartolucci a nome di quale “categoria” parla, perchè vorrei capire da che parte arriva il commento.Ringrazio anticipatemente.

    Commento by Maria Immacolata Concu — 26 maggio 2011 [Permalink]

  10. Questo articolo sintetizza il mio pensiero. Purtroppo, grazie anche a persone come il sig. Gabriele Bartolucci, mi sono stancata di dover sempre giustificarmi, perché sbagliavo sempre: se aiutavo, sbagliavo; se non aiutavo, sbagliavo. Se segnalavo al tribunale, sbagliavo; se non segnalavo, sbagliavo. Spesso pensavo: certo che se avessi la bacchetta magica, non sarei a spaccarmi la testa e il fegato per 1400 euro al mese (e rischi connessi). Grazie a varie congiunture, non vivo piú in Italia e non faccio piú l’assistente sociale, e credetemi, sto assai meglio. Resta il rammarico per gli anni impegnati a studiare con diligenza e, dopo, ad approfondire; resta il dispiacere per tutte quelle persone che ho sinceramente cercato di aiutare a vedere uno spiraglio diverso dalla classica visione “voglio casa e soldi o vi denuncio”, cercando di far intravedere loro una dignitá che potevano almeno in parte provare a costruire; ma nella maggior parte dei casi ho visto solo volontá di non cambiare. Ci sono tanti pessimi medici, che rovinano, uccidono, e poi quanti medici sono aperti al confronto? Si contano sulla punta delle dita. Eppure non si attacca la categoria dei medici come quella degli a.s., che certamente non sono tutti uguali. Forse torneró a lavorare come a.s. dove vivo ora, ma solo con un mandato chiaro e, soprattutto, accettando di dare il tutto e per tutto solo per persone che vogliono farsi accompagnare verso un cambiamento, non dall’assessore a chiedere l’obolo. Che vergogna….

    Commento by Chiara — 26 maggio 2011 [Permalink]

  11. grazie paolo per questa riflessione “ad alta voce” la tua capacità di rappresentarci merita un plauso, ma ti chiedo di osare di più.
    Possiamo condividere nell’ordine regionale della toscana questa tua riflessione?
    un saluto caro Laura Brizzi

    Commento by laura brizzi — 27 maggio 2011 [Permalink]

  12. Si,sono convinta della richiesta avanzata da Maria Immacolata Concu. Vorrei sapere anch’io a nome di quale categoria parla il sig. Gabriele Bartolucci, perchè credo abbia avuto a che fare con professionisti che non rispecchiano assolutamente l’etica di chi si prepara in modo scientifico e svolge la professione con il rigore dettato dalle conoscenze acquisite, attraverso uno studio accurato delle numerose scienze di riferimento. Riconosco, purtroppo, che molti professionisti operano abusando della loro posizione, denigrando le altre categorie e gettando nel fango la propria.
    Ma questa piaga esiste in tutte le professioni, come rivelato dalla stampa di tutti i giorni. Chiedo umilmente scusa ma non permetto tali considerazioni, lontane da quella che oggi rappresenta la vera conoscenza sulla professione dell’Assistente Sociale.

    Commento by ASSUNTA FERRARI — 27 maggio 2011 [Permalink]

  13. Ciao Paolo, sono Olivia del gruppo dei formatori ti ricordi? Commento per la prima volta in un blog perchè il tuo scritto ha quell sguardo lucido sulla nostra professione che avrei sempre voluto avere, anzi che credo di avere ma che nell’esprimere le tue stesse considerazioni mi sento lamentosa e ancora una volta debole e vinta. Auguro a tutti noi assistenti sociali che vi siano altre riflessioni “laiche” sulla professione e soprattutto che cresca l’autostima. l’orgoglio e la condivisione di un sentire solidaristico all’interno della professione . Avanti tutta! Olivia

    Commento by olivia — 27 maggio 2011 [Permalink]

  14. Per Laura Brizzi e per tutti volessero riportare questa discussione in altri contesti: è certamente possibile secondo la licenza ( http://www.assistentisociali.org/varie/copyright.htm ) di pubblicazione di AssistentiSociali.org basta riportare il collegamento di questa pagina http://blog.assistentisociali.org/2011/05/25/ladri-di-mele-alla-ricerca-del-peccato-originale/

    Commento by Marianna Lenarduzzi — 27 maggio 2011 [Permalink]

  15. @Assunta Ferrari. Concordo perfettamente con ciò che dici e lo condivido appieno. E’ terribile la diffamazione che viviamo ogni giorno, e secondo me è questa che fa vacillare la nostra scientificità e quindi la nostra sicurezza personal-professionale. Non so se hai (avete) seguito la puntata di Chi l’ha visto in cui si parlava della bambina allontanata dai genitori ritenuti inidonei. Aldilà del fatto che non oso minimamente esprimere giudizi sull’operato di nessuno e tantomeno sui genitori della bimba, semplicemente perchè non si può dare un parere spicciolo senza aver la cognizione esatta di quanto accaduto (noi sappiamo benissimo quanto si complicano alcune vicende)e se ho delle opinioni le tengo per me; ma hai (avete) visto il modo in cui la Sciarelli ha infierito contro la Tutrice, partendo a gamba tesa con “io sono madre…lei è madre?”, quindi già screditando il suo ruolo? E come ha continuato a condurre il tutto con un livore e una mancanza di rispetto degni veramente della persona del tutto ignorante in materia, per dire poco. E la Sciarelli non è la pubblicista del giornale locale, dovrebbe essere una colta professionista. E pensiamo che tutto questo lo hanno seguito milioni di italiani;basta guardare la pagina facebook di Chi l’ha visto e leggere i commenti. Tutti ci mandano tutti al rogo. E questo ci fa bene? Come si fa a spiegare a chi tichiede cosa ne pensi che sicuramente quel caso è complesso, che sicuramente sono intervenuti fatti che hanno determinato quelle decisioni, e che qualcuno, dai genitori ai Servizi Sociali al Tribunale per i Minorenni può aver sbagliato e deve assumersi le proprie responsabilità? Che non è sempre “colpa nostra”? Forse noi siamo l’anello debole di questa catena, anzi in questo preciso momento sono sicura che è così. Siamo i capri espiatori.Grazie anche ai media. Grazie ad un Ordine Professionale debole. Grazie alle Amministrazioni di cui siamo dipendenti, che neppure ci vedono. Meno male che, nonostante tutto, amo il mio lavoro.

    Commento by Maria Immacolata Concu — 28 maggio 2011 [Permalink]

  16. Noi dovremmo prendere in mano la situazione e dire a enti, tribunali e giudici che NON LO FACCIAMO PIÚ. Che mi togliessero il ruolo di tutela del minore, quando lavoravo, per me sarebbe stato un sollievo; solo che me lo affibbiavano e ben stretto, perché la legge lo impone e nessun altro lo vuole. Dobbiamo dire che lo facciamo SOLO dietro particolari tutele, e buone. Altrimenti non lo facciamo, punto e basta. Il nostro problema in Italia é solo che abbiamo un mercato del lavoro rigido e non possiamo permetterci di licenziarci e andare a lavorare altrove; un nostro collega europeo, di fronte alle situazioni in cui noi ci troviamo ogni giorno, direbbe: ma voi siete matti!!! andrebbe a rassegnare le dimissioni e andrebbe, sollevato, a fare sportello di consulenza agli stranieri o alle scuole o alle Caritas (dove forse, tra l’altro, metterebbe in azione il suo vero mandato professionale, che non é quello di poliziotto o galoppino del giudice, ma di professionista dell’ascolto e delle reti sociali). Ma gli ordini professionali, invece di valutare queste situazioni drammatiche, si preoccupa del regolamento sulla formazione e della PEC…

    Commento by Chiara — 28 maggio 2011 [Permalink]

  17. @Chiara: Hai ragione, sembriamo al servizio di Tribunali ed Enti. Che dico… “sembriamo”? E che dico “al servizio”….forse “agli ordini”. Mi sa che di fatto “siamo agli ordini”. Ma tutte le volte che ho sollevato questo problema sono rimasta completamente sola…e torniamo al nocciolo della discussione…

    Commento by Maria Immacolata Concu — 31 maggio 2011 [Permalink]

  18. Complimenti!!! Non aggiungo nient’altro a quello che già altri colleghi hanno sottolineato: sintesi nell’evidenziare la storia del servizio sociale, messa in risalto dei punti salienti della nostra professione, del suo riconoscimento (siamo già nel 2011 e cosa dobbiamo aspettare ancora???), delle difficoltà (volute o meno dal sistema)nel “praticare” questo lavoro. Quello che penso è che, comunque, dovremmo sottostare meno alle “imposizioni” degli ambienti lavorativi, avere una maggiore specializzazione riconosciuta, Ordini che si anno sentire maggiormente e, infine, cambiare nome: Assistente Sociale è ormai ANACRONISTICO!!
    Un abbraccio. Graziella

    Commento by Graziella Boscolo — 7 giugno 2011 [Permalink]

  19. Cara Immacolata Concu hai centrato il punto: “…SIAMO UN ANELLO DEBOLE”… e ancora… a livello nazionale (purtroppo)abbiamo un “…ORDINE PROFESSIONALE NAZIONALE DEBOLE…”.
    Io non vedo quasi mai questo tipo di programmi, ma è sicuro che la Sciarelli è “…del tutto ignorante in materia…”; del resto lo è come tante altre persone che contribuiscono alla creazione di opinioni pubbliche errate.
    Ecco perchè credo fermamente, che il nostro Ordine Professionale Nazionale debba fare qualcosa per mettere
    fine a tale ignominia.
    Resta fermo il fatto che, molti di noi operano in modo responsabile e si preparano scientificamente come gli altri professionisti, ma non ricevono alcun sostegno e sicurezza da parte di coloro che dovrebbero controllare gli abusi e le incompetenze, difendendo con fermezza la nostra categoria.
    Ringrazio tutti per questa opportunità di confronto.

    Commento by ASSUNTA FERRARI — 10 giugno 2011 [Permalink]

  20. Ciao a tutti
    Io penso che tutte le professioni che hanno a che fare con la complessità e con la multiproblematicità vivano problemi simili ai nostri. Non credo,comunque, che la difficoltà sia dovuta tanto ai sensi di colpa ma quanto alle poche situazioni che abbiamo come professionisti di sviluppare una riflessione in gruppo su quanto viene effettuato. Bisogna a mio avviso creare dei gruppi di lavoro “forti”. Capaci di avviare sempre delle riflessioni su quanto via via viene effettuato. Riunioni semplici dove ciascuno possa esprimere il proprio pensiero ed il proprio operato senza che ci si azzanni a vicenda. Riscopriamo l’umiltà come valore che ci permette di interagire con l’altro in vista di un bene comune (nostro innanzi tutto e della nostra utenza). Ricordiamoci che comunque, ancora oggi, alcune università non hanno uniformato il proprio piano di studi alle enormi competenze che si richiedono alla professione. Da qui la nostra è una professione ancora debole! Debole perchè un professionista che deve conoscere di filosofia, medicina, psicologia, psichiatria, sociologia,pedagogia, legislazione, amministrazione, contabilità, informatica, risorse umane, sociali, nuove e vecchie dipendenze, nuove culture e poi tanto altro ancora, non può ridursi ad un corso di studi di base triennale. Se salto di qualità deve essere, deve essere a tutti i livelli prima di tutto a livello di formazione universitaria. L’Ordine Professionale dovrebbe pretendere l’istituzione di facoltà universitarie di servizio sociale e non appoggiarsi a questa o quella facoltà: filosofia,lettere, pedagogia,ecc…
    Ciao. Maria Girolama Lo Monaco

    Commento by maria girolama lo monaco — 17 giugno 2011 [Permalink]

  21. Cara Maria Girolama, sono molto d’accordo con te. Vorrei solo aggiungere una cosa. Per motivi personali, sto vivendo in Spagna e studiando qui Psicologia. Vedo una differenza ENORME tra i piani di studio. Non é solo un discorso di facoltá: anche qui servizio sociale é sotto pedagogia, ma con una serie di esami talmente tecnici e specifici che non avrei mai immaginato. Mi devono spiegare perché oggi il mio ex tirocinante ha studiato 20 esami di sociologia e poi anche scienza delle finanze. Mi devono spiegare perché invece i giovani studenti di Barcellona studiano tecniche di intervento sociale, tecniche di ricerca, tecniche di comunicazione, supervisione professionale, lavoro di rete e di comunitá. In tono minore, ho notato la stessa differenza anche a Psicologia, purtroppo: perché in un anno a Firenze non ho imparato NIENTE, e qui ti insegnano davvero a fare la tua professione, con ricerche, sperimnentazioni e casi pratici? Non voglio essere quella che distrugge tutto e so che i docenti italiani si risentirebbero, ma proviamo a uscire dall’Italia per renderci conto che solo noi ci troviamo in determinate condizioni. Io ho una mia teoria. É facile insegnare tutto “teorico”, perché cosí nessuno avrá mai la responsabilitá effettiva di un professionista incompetente. Non solo: pretendere la “tecnicitá” e peró non insegnarla é una buona strategia per creare una classe dirigente che sostanzialmente mantiene lo “status quo”.

    Commento by Chiara — 19 giugno 2011 [Permalink]

  22. sono assistente sociale di un Centro di Salute Mentale da 32 anni; da 10 mesi , per complesse vicende lavorative, che per ora vi risparmio, mi sono ritrovata a riflettere profondamente sul mo operato, sul ruolo delle Assistenti Sociali, sulla nostra Categoria, sui mille nostri aspetti, che come un puzzle, costituiscono il nostro “ESSERCI”; HO SCAVATO NEL MIO PASSATO PROFESSIONALE, IN QUELLO DI TANTI COLLEGHI CHE HO CONOSCIUTO;HO RIFLETTUTO SULLE”NEGATIVITA’” MA POI, CON ESTREMA FORZA , SONO RIUSCITA A DIPINGERE UN QUADRO BELLISSIMO, PIENO DI COLORI, RICCO DI EMOZIONI, PER TUTTO CIO’CHE SIAMO IN GRADO DI FARE, DI DIRE, DI INTUIRE, DI PREVEDERE ; ABBIAMO E SIAMO UNA GRAN FORZA, SE…AVESSIMO SOLO LA CAPACITA’ DI “FARE GRUPPO”, IMPARARE CHE ….”UNITE SI PUO’” CIAO, E’ TARDI, MI CHIUDONO IL SERVIZIO!……

    Commento by anna maria — 22 giugno 2011 [Permalink]

  23. Chiara hai ragione, sono perfettamente d’accordo con te. I piani di studio vanno assolutamente rinnovati e svecchiati.
    Oggi poco prima di guardare il tuo commento pensavo proprio la stessa cosa. Faccio parte della commissione per la 104/92. Riflettevo su quanto siano miseri o nulli i parametri di riferimento rispetto alla valutazione della disabilità sociale dei soggetti. Tale valutazione è molto spesso sottoposta alla valutazione sanitaria. E riflettevo proprio sulla questione di un maggiore tecnicismo. Cara Anna Maria di teorie, di creatività, di emozioni, di buona volontà e buon senso credo ne abbiamo da vendere ma oggi non mi basta più. Anche io ho 30 anni di servizio e mi trovo nella condizione di non consigliare a dei ragazzi di iscriversi a Servizio Sociale. Bella professione! ma un corso scolastico scadente e poco professionalizzante. Credo che proprio noi “più vecchie” dovremmo creare un movimento d’opinione per smuovere le cose. Naturalmente sono molto d’accordo con te sulla maggiore unione. Ciao a tutti

    Commento by maria girolama — 25 giugno 2011 [Permalink]

  24. Non ho ancora concluso il percorso formativo per il titolo di assistente sociale, però mi sembra che la descrizione realizzata nell’articolo è più che esauriente! Durante i tirocini svolti nei vari contesti istituzionali mi sono resa conto che nonostante la professionalità e la competenza degli assistenti sociali si riscontra, non di rado la tendenza a una emarginazione degli stessi, in quanto considerati non abbastanza preparati per occupare posizioni di rilievo che potrebbero lasciare un impronta di vento di cambiamento. Mi sembra che manchi il senso di appartenenza , di identità ed è molto carente quella coscenza collettiva che permette di ribellarsi per cambiare qualcosa. Spesso la scelta è quella di subire e di diventare sempre più passivi perchè la società del terzo milenio plasma , in maniera miracolosa i suoi abitanti secondo modelli caratterizzati dalla mancanza di valori e principi che fanno si che le strade da perseguire siano quelle più facili e non quelle per cui valga la pena di combattere.

    Commento by Liana — 18 luglio 2011 [Permalink]

  25. ho letto quasi con bramosia l’articolo pubblicato da P.Pajer e finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire le cose cosi come effettivamente sono sotto tutti i punti di vista. Sottolineo un’altra problematica che non so se nel resto d’Italia è presente: io lavoro e vivo in sardegna e sin dagli anni novanta a seguito della legge regionale 4/88 il ruolo dell’assistente sociale nei comuni è come sparito nel senso che esiste la figura dell’operatore sociale, il quale viene chiamato a fare l’assistente sociale, ma non possiede il titolo per farlo.Mi spiego meglio ……psicologi, pedagogisti educatori professionali e sociologi all’interno dell’Ente locale svolgono funzioni di assistenti sociali utilizzando strumenti e tecniche ( a dir poco in modo spaventoso) del nostro specifico professionale. Si trovano a valutare “lo stato di bisogno” senza sapere di che cosa stanno parlando, creano una confusione tale che poi quando succedono i casini le streghe e stregoni vengono sempre identificati con la nostra professione. Un capitolo a parte richiede il ruolo dell’assistente sociale nelle commissioni 104 la quale ha solo il compito di dare i numeretti(codici ICF senza significato, ma li bisognerebbe capire chi è il luminare che ha estrapolato o inventato la griglia di valutazione ) e nelle strutture ASL. Vi abbraccio

    Commento by Mary figliola — 25 febbraio 2012 [Permalink]

  26. Assistente Sociale: professione che non ha vita fuori dal pubblico, non spendibile nel mercato perché tratta bisogni scomodi che la gente stessa non vuol sentire; a maggioranza femminile e quindi meno forte sul profilo di avanzamento di carriera. Sottopagata per incapacità di far gruppo e difendersi a vicenda. Inoltre, formazione universitaria scadente e con docenti completamente alienati dal saper cosa fa veramente l’assistente sociale e privi di alcun interesse per la causa del ruolo. Rappresentanza dell’ordine poco presente e non propositiva. Scarsa legislazione che definisca un mansionario esclusivo, ma soprattutto nessuna norma che protegga la competenza se non briciole di bla bla bla che nei fatti vengono disattese ( provate voi a far una iniezione, prescrivere un farmaco, far una psicoterapia, estrarre un dente , fare un bilancio, progettare una casa, fare un impianto elettrico o del gas come assistente sociale e vedrete che succede)

    Commento by simo — 12 agosto 2013 [Permalink]

  27. Non posso che condividere il commento della sig.ra Chiara. Il vero ruolo dell’assistente sociale, quale professionista dell’ascolto e delle reti sociali, è INCOMPATIBILE con il ruolo di “poliziotto o galoppino del giudice”, con compiti ispettivo-valutativi che sono unicamente ad utilità della magistratura inquirente e che però minano alle fondamenta il rapporto fiduciario che l’assistente sociale chiede, in modo talvolta francamente surreale e destabilizzante, di costruire magari assieme alla famiglia biologica del minore a rischio di allontanamento. Quella attuale è una posizione ambigua, ibrida, che non scontenta unicamente coloro che si coprono gli occhi. O si è temuti o si è amati. Non c’è amore-fiducia là dove vigono autorità soverchiante e profondo timore. L’obbedienza può essere imposta. Il rispetto mai.

    Alla sig.ra Concu: “sicuramente quel caso è complesso”. Oppure si è trattato di un caso semplice, magari persino inesistente, reso complesso, anzi complicatissimo al limite dell’irreparabilità?
    Ancora: “sicuramente sono intervenuti fatti che hanno determinato quelle decisioni”. Oppure i fatti talvolta “giungono” a puntellare decisioni prese senza adeguate, fondate motivazioni?
    Gli operatori del sociale lamentano generalmente scarsità di mezzi e tempo, e tuttavia si insiste nell’affermare la meticolosità e accuratezza del lavoro svolto. Ora, persino un bambino sa che un compito svolto in fretta e condizioni non ottimali rischia di essere soggetto ad errori. Figuriamoci quando la materia è incerta, complessa e delicata come lo è sempre la vita delle persone. Siamo almeno onesti nel riconoscere che gli errori, in tali condizioni, sono probabili, oltre che possibili.

    Infine: “qualcuno, dai genitori ai Servizi Sociali al Tribunale per i Minorenni PUO’ aver sbagliato e deve assumersi le proprie responsabilità?” Da dove arriva questo possibilismo, a fronte di tanta precedente certezza, verso un caso che, evidentemente, risulta ormai complicatissimo e che fa sì che la bimba in questione, fra i mille disagi patiti e patendi, si senta persino chiamare quotidianamente con un nome diverso da quello che ha sempre avuto? Su quale altare è stata sacrificata la sua identità? E per placare quale assurda divinità?

    Commento by Mario — 10 novembre 2014 [Permalink]

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