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Lavorare con i giovani in paesi di montagna

Lavorare con i giovani in paesi di montagna è un libro nato come promemoria di un gruppo di persone che operano nel contesto adolescenziale e giovanile, con l’obiettivo di affrontarne problematiche diffuse ed emergenti quali la dispersione scolastica, i comportamenti trasgressivi e devianti, il consumo di sostanze leggere e di sintesi. Coinvolgere le forze educative già presenti sul territorio, significa anche costruire luoghi di interazione coi “ragazzi di vita”, con la convinzione che un efficace lavoro preventivo è il miglior modo per contribuire alla promozione del benessere sociale. Quale ruolo del servizio sociale in favore dei giovani vittime di abuso di sostanze? Quali politiche sociali da adottare per i contesti di montagna? Spesso si legge poco nelle valli alpine come se si trattassero di luoghi chiusi, appartati dove la gente, a fatica, cerca di andare oltre il punto di vista acquisito dalla “communitas”, in realtà i giovani sono molto attenti alle novità, consapevoli che gli stereotipi sono solo il frutto di condizionamenti superficiali, specialmente da parte di coloro che temono di tessere nuove relazioni per ampliare il proprio universo simbolico. Il modo di socializzare, dunque, è mutato di pari passo con l’ambiente circostante dei popoli di montagna, abituati come sono ad un più stretto rapporto con la natura.

Una delle tesi degli autori del libro, infatti, è che le mutazioni ambientali (effetto serra, lavori pubblici, estinzione di specie rare, etc.) abbiano condizionato anche il comportamento dei nativi di questi luoghi, rendendoli apatici e distaccati. Si pensi, a titolo di esempio, all’estinzione dell’orso bruno da sempre considerato una specie pregiata per la sua pelliccia nonché il simbolo della montagna trentina. La mancanza di punti di riferimento nei giovani, in particolare, si esprime in un deficit di autostima e, di conseguenza, nella ricerca di emozioni al di fuori della sfera familiare e nel rifugio in paradisi artificiali (alcol, tabacco, anfetamine, etc.).

Il libro pone in rassegna alcuni progetti sociali in corso di attuazione preso altrettante realtà alpine: Valle Trompia, Carnia, Trentino, Valtellina, Val Pellice e il Bellunese. I progetti si caratterizzano per rivolgersi ad un target di persone comprese tra 9-18 anni, con un grado di scolarizzazione medio-bassa, «spesso coesi in gruppi dall’identità legata ad un luogo di nascita verso il quale non sembrano nutrire particolari prospettive». La metodologia d’intervento basata sull’action research è finalizzata alla «costruzione sociale del valore aggiunto» cioè «la creazione di alleanze di senso con il mondo adulto» ritenuto quanto mai un collante fondamentale tra le generazioni, specialmente con la terza e quarta età. I progetti prevedono diversi interventi integrati che spaziano dallo sviluppare un’azione di ricerca che identifichi adeguati modelli di riferimento al formare figure educative capaci di entrare in relazione con sub-culture giovanili a rischio; dallo sperimentare, all’interno di queste ultime, forme di protagonismo responsabile al porre a disposizione le competenze acquisite di tutti i professionisti che lavorano in rete nell’ambito delle problematiche adolescenziali e giovanili; dal promuovere un confronto pubblico alla prevenzione del disagio giovanile.

Il testo assume qui una veste di ”libro-articolo” pubblicato come supplemento al periodico del Gruppo Abele. Ciò indica l’intenzione degli autori di rivolgersi prevalentemente a personale esperto nonché assistenti sociali che già lavorano sul campo.

Il servizio sociale, quindi, più che mai interviene ancora una volta a porre quella cerniera operativa tra la prevenzione e l’autonomia.

Il lessico, tuttavia, almeno inizialmente, pecca un po’ di prolissità e si limita a presentare a linee generali i progetti quando sarebbe stato quanto mai desiderabile una descrizione più specifica dei contenuti. La sezione bibliografica, poi, è quasi del tutto assente costringendo gli autori a ricorrere a diverse “acrobazie” per giustificare i propri contributi.

La teoria ecologica, inoltre, non convince del tutto: il ricorso alla metodologia emulativa “roussoiana” sembra più tornare indietro nei secoli anziché ricorrere alla ricerca sul campo, rischiando di chiudere ulteriormente lo spettro visivo e di non riconoscere l’integrazione con altre realtà.

Delle montagne, dunque, può – e deve – giungere quella spinta al rinnovamento multiculturale che può investire anche le giungle metropolitane che attendono un faticoso lavoro di pianificazione di zona.

Colleoni M., Silvestri M.B., Lavorare con i giovani in paesi di montagna, Torino, Gruppo Abele, supplemento al n. 10 “Animazione sociale”, 1, 2010.

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