Questo sito utilizza diversi tipi di cookie, sia tecnici sia quelli di profilazione di terze parti, per analisi interne e per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze manifestate nell'ambito della navigazione.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se chiudi questo banner o prosegui la navigazione acconsenti all'uso di tutti cookie.

| |


Spazio libero per la tua pubblicità,
contattaci »


Il mondo (dis)incantato, Servizio Sociale e Tossicodipendenza

Il Servizio Sociale sta acquisendo sempre più centralità nell’organizzazione dei servizi socio-assistenziali, ed è impegnato in sfide stimolanti che portano gli assistenti sociali ad approfondire i propri domini conoscitivi in linea con l’evoluzione della politica sociale, superando gli atteggiamenti autoreferenziali, alla ricerca di nuovi campi nell’elaborazione dei contenuti professionali

L’assunzione patologica di sostanze come alcool, oppiacei, cocaina e allucinogeni è espressione di un disagio psichico personale che può manifestarsi nell’individuo fin dalla prima adolescenza, e non esiste una figura professionale che se ne occupi in maniera esclusiva.
Il ruolo di coordinamento e di raccordo svolto in questo contesto dall’assistente sociale, specialmente nell’attuale fase di ampliamento e rafforzamento delle sue funzioni, rende preminente la sua azione nell’affrontare i problemi di dipendenza da assunzione di sostanze, con un approccio graduale e completo alla problematica dell’utenza, in grado di offrire all’assistente sociale – e a tutti i professionisti del servizio sociale inevitabilmente interessati al fenomeno della tossicodipendenza – una conoscenza di base fondata anche su elementi chiarificatori atti ad eliminare molti dubbi e, soprattutto, molti dei fraintendimenti che spesso inducono a confrontarsi con il problema delle tossicodipendenze in termini di sottovalutazione.

Tra i giovani l’uso di alcol e di droghe è in gran parte collegato alla curiosità, a comportamenti e stili di vita di tipo imitativo all’interno del gruppo, ad occasioni particolari ed è spesso associato a momenti di socialità e di divertimento. Per questi giovani, il rischio è collegato alla possibile futura dipendenza e ad eventi tragici, come gli incidenti – che per loro sono tra le principali cause di morte – o l’overdose…
Oggi poi per i giovani è molto più facile usare alcol e droghe per divertirsi, perché prevale un atteggiamento di permissivismo nei loro confronti. Ciò è particolarmente vero per l’uso saltuario di “droghe leggere” – la marijuana – in cui ci si riconosce ben il 40% dei giovani tra i 15-24 anni. La possibilità di ubriacarsi a sua volta non è esclusa da ben il 70% dei giovani. Il 16% dei giovani inoltre ha un atteggiamento permissivo verso l’uso d’ecstasy e cocaina e un 7% è propenso all’uso di droghe pesanti, come l’eroina.
Ma se in passato alcol e droghe venivano considerate dai giovani come un elemento trasgressivo se non addirittura di protesta rispetto il mondo delle regole e del conformismo, oggi si osserva una progressiva “normalizzazione” del loro uso, che fa riferimento alla situazione, alla compagnia e agli effetti che si pensa di ottenere. Solo l’eroina conserva ancora l’immagine negativa, legata allo stereotipo del tossico, emarginato socialmente, mentre le droghe leggere e l’alcol fanno parte della “normalità”, insieme all’uso delle amfetamine e della cocaina, e hanno ormai perso, tra i giovani, la connotazione negativa.
Inoltre nelle discoteche e nei locali notturni è relativamente facile reperire queste sostanze. Al 37% dei giovani tra i 15-34 anni è capitato di sentirsi offrire cannabis, il 12% ecstasy, l’11% cocaina, mentre l’offerta di eroina ha riguardato meno di quattro giovani ogni cento.

Il servizio sociale nell’ambito delle dipendenze da sostanze implica una particolare attenzione, da parte degli assistenti sociali, nella gestione dei tempi e nella scelta delle strategie più efficaci per sostenere e aiutare la persona a raggiungere gli obiettivi del recupero sociale e il reinserimento della persona nel suo contesto di appartenenza.
Il loro compito non è facile. Si relazionano con persone che spesso non sono ben disposte al cambiamento, devono svolgere contemporaneamente il ruolo d’aiuto e quello di controllo, si confrontano con un quadro normativo complesso e mutevole. Senza dimenticare che anche il concetto stesso di tossicodipendenza è molto ampio e in continua evoluzione e l’assistente sociale deve conoscerlo.
A questo punto, più che la denuncia, scontata, del fenomeno occorre iniziare ad analizzare il rapporto tra le droghe e il divertimento, la musica, la discoteca, il gruppo, per raccontare le storie di un’emergenza sepolta nel silenzio delle istituzioni e dei media, prendendo magari in esame l’immaginario associato all’uso di tali droghe in questi contesti, e il ruolo di noi adulti che abbiamo consentito, se non addirittura favorito, tutto questo.
E un aiuto e una guida per capire il fenomeno li possiamo trovare nelle fiabe, le narrazioni umane più conosciute a livello universale, e che hanno una potenza emblematica straordinaria perché allargano lo spazio della cosiddetta realtà, inglobando tutto il mondo sommerso dell’immaginazione, del sogno, del desiderio, del delirio… E come tali sono un utilissimo strumento conoscitivo della realtà giovanile, e un interessante campo di analisi per comprendere i vissuti più critici dei nostri giovani e la loro (in)capacità di gestire le difficoltà, potendo anche fornire argomenti per l’intervento dell’assistente sociale nella scelta delle strategie più efficaci per sostenere e aiutare la persona a raggiungere gli obiettivi, promuovendone la partecipazione.

Per quel che riguarda la musica, partiamo dal Pifferaio Magico, la fiaba dei fratelli Grimm.
La storia è conosciuta ma val la pena riportarla, anche per un particolare meno noto.
La città di Hamelin è infestata dai topi. Il sindaco, disperato, non sa che fare. Si presenta un misterioso individuo, armato di un flauto, che propone al sindaco di liberare la città dai topi utilizzando la musica del suo strumento, e accordandosi per questo sul compenso. Il pifferaio riesce ad attirare tutti i topi della città intorno a sé, come ipnotizzati dalla musica del flauto, e li conduce al fiume dove questi si tuffano e annegano senza opporre resistenza, spinti dalla misteriosa magia. Quando il pifferaio si presenta dal sindaco a riscuotere il compenso pattuito, questi lo caccia in malo modo… Così arriva la vendetta del pifferaio, che ripete la magia, ma stavolta attirando i bambini di Hamelin. Li conduce con sé fino fuori la città, sulla montagna, da cui non torneranno più, nonostante il pianto delle madri e il pentimento del sindaco truffatore. Un solo bambino si salva: si tratta di un bambino zoppo, che non ce l’ha fatta a seguire i compagni dietro al pifferaio…
Al centro della fiaba, come nelle discoteche, è la musica: ci sono musiche e situazioni che rapiscono i giovani, con l’alcol e le droghe che sono in grado di far perdere il controllo. I più non resistono, sono automaticamente rapiti. Anzi, per meglio dire, i “normali” non resistono, per resistere ci vuole un handicap, una differenza, una distanza rispetto al gruppo, alla combriccola. Infatti è il gruppo che diviene l’ambito in cui il consumo di sostanze stupefacenti ed il divertimento si legano, e che nel contempo offre rassicurazioni sulla “normalità” della situazione, nell’indifferenza complice o addirittura interessata degli adulti e, soprattutto, delle istituzioni (il sindaco). È la fiaba così a farci capire che il problema droga non sono i giovani, ma semmai i pifferai facilmente accolti ed esaltati nella superficialità dell’entusiasmo di noi adulti e genitori per la loro magia, che ci permette di astenerci dal faticoso ruolo di educatori, supplito semmai con quei gadget – dall’ultimo modello di iphone all’accessorio di moda – che sanciscono appunto l’appartenenza al gruppo, salvo poi piangere amaramente per la perdita dei figli…

Un’altra fiaba, e un altro possibile significato del consumo di alcol e droghe nei giovani lo troviamo in Pollicino, la nota fiaba di Charles Perrault. Un boscaiolo e sua moglie, non avendo più di che sfamare i loro sette figli, decidono di abbandonarli nel bosco. Il più piccolo dei fratelli, Pollicino, saputa per caso l’intenzione dei genitori, quando questi conducono lui e i fratelli con una scusa nella foresta, lascia cadere sulla strada dietro di sé delle briciole di pane per avere un traccia da seguire per il ritorno. Solo che le briciole diventano subito cibo per gli uccelli, i sette fratelli si perdono nel bosco e chiedono ospitalità in una casa, ma la donna che li accoglie li avverte che suo marito è un orco e cerca di nasconderli. Quando l’orco torna a casa scopre i bambini e decide di mangiarli il giorno dopo. Pollicino ed i suoi fratelli riescono a scappare, portando con sé un tesoro, tornado finalmente a casa e abbastanza ricchi per non dover più patire la fame e correre il rischio di essere abbandonati…
Perché questa di Pollicino è la fiaba dell’abbandono, e il male dei nostri tempi è proprio la sindrome dell’abbandono, dell’incapacità di noi adulti, educatori e genitori, di essere veramente vicini ai giovani, che per questo hanno tanto bisogno di appartenere a gruppi o comitive. Il padre, non potendo soddisfare la fame di amore, di valori, di esempi, di educazione dei figli, invece che cercare di farli crescere li abbandona nel bosco – e qui torna l’idea del bosco della droga, a Rogoredo, di cui abbiamo parlato in un altro articolo.
La fiaba è emblematica e trasmette una lezione amara: colui che ti dovrebbe amare, crescere e capire, non può farlo perché non sa, non ha, non è nella condizione di fare o dare e di provvedere ai tuoi veri bisogni, a quel bisogno di identità, di riconoscimento, di rispetto, di amore…
Pollicino deve cercare altrove, contando sulle sue proprie forze, trovando nuove strade. E anche qui è il diverso – Pollicino, il fratello minuscolo – che riesce a sfuggire all’influenza omologante del gruppo, che ha l’astuzia per ritrovare la strada di casa, il filo d’Arianna. Pollicino è un piccolo Teseo che deve fuggire, non dal Minotauro, ma dall’orco che, come il Minotauro, come gli spacciatori, si ciba di carne umana, preferibilmente giovane e tenera.
La ricchezza di Pollicino, il tesoro dell’orco, è simbolo della nuova consapevolezza raggiunta, e solo ora può tornare a casa, dopo un’avventura che lo ha emancipato, reso libero, pronto a reincontrare i genitori, e noi operatori, in un rapporto diverso e più maturo, più ricco e consapevole appunto.

La crescita delle c.d. “patologie sociali” costringe le professioni di aiuto a fronteggiare situazioni estremamente diversificate e complesse per le quali servono risposte tanto efficaci quanto personalizzate da sviluppare attraverso step successivi, partendo dallo stabilire una relazione basata sulla fiducia e la collaborazione, che consenta a sua volta di focalizzare una per volta le diverse problematiche cui si trova di fronte, al fine di evocare l’ipotesi di un possibile cambiamento – come nella morfologia delle fiabe che abbiamo brevemente analizzato.
I giovani sono cercatori inquieti, incerti, insoddisfatti nei loro bisogni fondamentali, perché nessuno di noi adulti li aiuta veramente, se non offrendo loro beni materiali e forme di libertà che tradiscono solo la nostra cattiva coscienza, e indifferenza. Per questo si sentono abbandonati, e spesso noi operatori del sociale non abbiamo le risorse necessarie per ritrovarli, per riportarli a casa. Cioè per favorire il positivo reinserimento nel contesto sociale di appartenenza.
Si tratta di un’utenza difficile da gestire. Molti accessi sono spontanei, ma la maggior parte sono coatti. Risulta quindi difficile riuscire ad instaurare un rapporto con la persona tossicodipendente. Ottenere la loro fiducia è fondamentale per provare ad aiutarli.
Resta allora il mondo delle fiabe – come aveva già indicato lo psicologo Bruno Bettelheim nel suo libro Il mondo incantato, analizzando e scandagliando le nuove tipologie di disagio giovanile – per scoprire il significato nascosto di tanti comportamenti, nostri e dei nostri utenti, in un originale percorso di ricerca che approda a inedite chiavi di lettura del disagio, suggerendo a noi operatori del sociale nuove strategie di risposta, nuovi orizzonti culturali, nuovi approdi, ricordandoci sempre che “de te fabula narratur”.

Bibliografia essenziale

Alfred Kadushin, Il colloquio nel servizio sociale”, Astrolabio, 1980
Perrault Charles, Racconti di Mamma Oca, Feltinelli, 1993
Grimm Jacob, Grimm Wilhelm, E ancora fiabe. Leggende e saghe germaniche, Demetra, 1997
Propp Vladimir, Morfologia della fiaba, Torino, 2000
Cambria Santino , Tossicodipendenza e servizio sociale. Elementi di psichiatria delle tossicodipendenze, Franco Angeli, 2004
Buracchio Dina, Scenari e competenze per il manager sociale. Manuale di Servizio Sociale Specialistico, Franco Angeli, 2009
Facchini Carla, Tra impegno e professione. Gli assistenti sociali come soggetti del welfare, Il Mulino, 2010
Bettelheim Bruno, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 2013
Quercia Valerio, Il lavoro sociale nelle dipendenze da alcol e droga, Erickson, 2014

Articoli Correlati

Nessun commento Lascia un commento »

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento

(obbligatorio)