Questo sito utilizza diversi tipi di cookie, sia tecnici sia quelli di profilazione di terze parti, per analisi interne e per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze manifestate nell'ambito della navigazione.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se chiudi questo banner o prosegui la navigazione acconsenti all'uso di tutti cookie.

| |


Spazio libero per la tua pubblicità,
contattaci »


Sfumature del vissuto quotidiano dei minori: un terreno minato, tra devianza e rischio di criminalità. La prevenzione ed i processi di inclusione sociale (II parte)

Devianza minorile
Non esiste una definizione completa del concetto di devianza, ma il termine ha assunto nel tempo molteplici significati.
Dal punto di vista sociologico, esiste una definizione sociale di ciò che è deviante. Si intende uno specifico contesto culturale e normativo che, modificandosi, modifica anche la definizione di devianza. Non esiste neppure, di per sé, un atto deviante. Ciò significa che, la definizione di ciò che è o non è deviante non è uniforme e condivisa da tutti i gruppi sociali; anzi quasi tutti i comportamenti che vengono considerati devianti, in paesi ed epoche diverse, possono essere valutati in modo del tutto opposto. Per definire un comportamento deviante quindi occorre, per la sociologia, prendere in considerazione alcune variabili:
- l’esistenza di un gruppo sociale, riconosciuto e condiviso;
- l’esistenza di norme, di aspettative o di credenza giudicate legittime;
- la violazione di tali regole condivise è valutata negativamente dalla maggioranza dei membri della collettività;
la verifica che, alla constatazione della violazione di una regola, i membri del gruppo considerato tendono a reagire, con intensità proporzionale, alla valutazione della gravità attribuita al comportamento deviante;
- l’esistenza di conseguenze negative, a carico dei soggetti, che sono stati individuati come autori del comportamento deviante.
Il concetto di devianza, dunque, fa riferimento alle norme di un dato gruppo sociale e alle loro violazioni.
Distinguiamo, ora, la devianza primaria da quella secondaria.
La devianza primaria: corrisponde alla violazione di una norma sociale, mediante un atto non conforme ed è quindi un comportamento reversibile e reattivo. La devianza secondaria: è quella sistematica1 e vi interviene la stigmatizzazione2.
In sociologia nella teoria dell’etichettamento (Labeling Theory), i labeling theorists propongono una concezione che si focalizza sul processo del divenire devianti. Nella quale i processi di attribuzione, di etichettamento e di stigmatizzazione che colpiscono la condotta deviante, giocano un ruolo fondamentale, avvalendosi di nozioni di reazione sociale, di stigma, di mortificazione del sé e di devianza secondaria. Questi studiosi hanno infatti dimostrato come siano proprio le agenzie e le istituzioni deputate a scopi assistenziali, riabilitativi e terapeutici a dare forma alla devianza, consolidandola in ruoli ed in identità devianti. La condizione di devianza, resa “oggettiva” dai processi di definizione e di etichettamento operati nelle varie agenzie sociali, finisce con l’acquisire un valore prescrittivo, inducendo l’individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e ad assumerla quale componente centrale del proprio sé3. In questa prospettiva, i meccanismi di reazione e di controllo sociale svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione e nella stabilizzazione dell’identità deviante e devono essere tenuti in considerazione, se si vuole comprendere pienamente il fenomeno “devianza” e la tendenza alla recidiva comportamentale, tipica degli individui etichettati come devianti4.
La diversità allora diventa un dato socialmente significativo e viene tradotta come carattere deviante, in relazione alle norme che regolano i contesti sociali ed alle categorie cognitive da queste prodotte. Categorie che, mentre definiscono la posizione sociale dell’individuo diverso, finiscono per prescrivergli identità e schemi d’azione coerenti con tale definizione. Il ruolo di deviante tende a costruirsi in funzione delle azioni che ci si aspetta da esso. L’area di studio allora gravita intorno ai processi di costruzione sociale della realtà e delle persone, i quali sono prodotti dall’interazione tra gli stessi individui all’interno dei loro contesti umani5.
Nel processo che porta alla costruzione di una identità deviante e alla sua stabilizzazione, appare centrale il ruolo svolto dal soggetto quale attivo produttore e negoziatore di significati. Da questo punto di vista, non tutti coloro che vengono individuati ed etichettati come devianti si indirizzano verso uno stato di devianza consolidata, poiché possono decidere di non voler intraprendere la strada deviante e tornare indietro6. L’etichetta non produce di per sé la devianza e il deviante è l’individuo che, confrontandosi con i pregiudizi e gli stigmi nel corso della sua esperienza, costruisce attivamente le proprie azioni e sceglie quale strada intraprendere. La soggettività umana implica sempre una progettualità aperta a continue revisioni, perfino quando è ormai rassegnato all’attribuzione di uno status degradato. Il deviante può cercare di neutralizzarne o di alleggerire l’impatto, mediante il controllo dell’informazione e la diminuzione della visibilità della devianza7. L’individuo media e dà vita all’intero processo del divenire deviante, anche e soprattutto quando si trova a confrontarsi con i pregiudizi, gli stereotipi e le diverse forme di attribuzione di identità o di categorizzazione.
Alla problematica della devianza, vi sono state nel tempo risposte diverse.
- Il modello correzionale: il minore traviato andava corretto, riformato ed a tal fine veniva ristretto in istituti appositi che avevano il compito di correggere, raddrizzare il carattere del traviato e l’esito. Il successo dell’intervento dipendeva dalla volontà di redimersi del soggetto e non era prevista una durata dell’internamento, che si poteva concludere anche con la maggiore età del giovane (21 anni).
- Il modello funzionale riparativo: il minore irregolare di condotta e di carattere andava osservato e valutato (vengono istituiti proprio per questo i gabinetti medico-psico-pedagogici di osservazione della personalità); successivamente, in relazione alla diagnosi, andava messo in atto un trattamento di recupero e di reinserimento. Il concetto di colpa decade e l’attenzione si sposta sul contesto sociale, considerato come possibile luogo di rischio di devianza. L’obiettivo dell’intervento è quello di restituire alla società un soggetto adattato.
Sorgono così le prime sperimentazioni di comunità.
- Il modello basato sulla teoria dello stigma, della quale uno dei più significativi esponenti è stato Goffmann: attraverso il processo sociale di etichettamento si dà visibilità all’altro che diventa riconoscibile non come persona nella sua molteplicità ed articolazione, ma come soggetto identificato per quel determinato comportamento (il delinquente, il matto) che diventa prerogativa di tutta la sua persona. Tale teoria apre squarci di comprensione ed offre una nuova lettura della devianza. Viene allora messo in luce il ruolo stigmatizzante del contesto sociale ed in particolare delle istituzioni totali. Prende spazio l’intervento nel territorio, considerato come il luogo in cui devono ricondursi le contraddizioni sociali che il comportamento deviante segnala.
Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto un’ulteriore evoluzione nell’approccio alla devianza ed al penale minorile: oggi si considera il territorio, non solo come luogo dell’espressione dei problemi, ma soprattutto come luogo della loro ricomposizione e come insieme di reticoli con competenze utili a far fronte alle problematiche sociali. Queste ultime non più ricondotte al singolo o alla società, ma intese come disequilibrio della rete sociale dell’individuo che va sostenuta nelle sue competenze risolutive.

BIBLIOGRAFIA
1- Le cause della devianza sono da ricondurre alle varie sfere della società entro la quale l’individuo è collocato. Vanno valutate tutte le componenti: la fragilità personale del soggetto sommata alla tipicità dell’età e al peso dei condizionamenti sociali, ma anche i fattori protettivi o quei fattori di rischio che possono cambiare di segno. Non va nemmeno dimenticato il senso di responsabilità del soggetto “deviante” e la sua possibilità di recupero ad una convivenza sociale pacifica.
2- La stigmatizzazione consiste nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione della società alla deviazione primaria. In realtà le cause originarie della deviazione perdono di importanza e divengono centrali le reazioni di disapprovazione, degradazione e isolamento messe in atto dalla società. (E. Lemert, Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Giuffrè, Milano, 1981)
3- P. L. Berger, G. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna, 1966.
4- R. Milanese, La costruzione ed il mantenimento dell’identità deviante, Psicologia clinica delle tossicodipendenze, Lombardo Editore, Roma, 1998.
5- A. Salvini, Processi di significazione e identità deviante, Cleup, Padova, 1980, pp. 15-35.
6- H. S. Becker, Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Edizioni gruppo Abele, Torino, 1963.
7- E. Goffman, Stigma. L’identità negata, Laterza, Bari, 1963.

Articoli Correlati

Nessun commento Lascia un commento »

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento

(obbligatorio)