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Sfumature del vissuto quotidiano dei minori: un terreno minato, tra devianza e rischio di criminalità. La prevenzione ed i processi di inclusione sociale (III parte)

Disagio minorile
Parlare di minore vuol dire, tradizionalmente e nell’accezione negativa, riferirsi ad un soggetto che presenta difetti, differenze negative, distanze svantaggiose e limitazioni. Anche se è possibile affiancare a questa accezione un’altra, che negli anni è divenuta progressivamente consapevole e matura.
La figura del minore viene vista attraverso la sua fondamentale caratteristica di “essere umano portatore di bisogni fondamentali che devono trovare pieno appagamento”1 ed è titolare di un “fondamentale diritto [...] ad avere tutti quegli apporti indispensabili per affrontare il suo itinerario di crescita umana e, corrispettivamente, a non subire quelle condizioni negative che ostacolano la costruzione di un’identità e la realizzazione di un positivo processo di socializzazione.”2
Possiamo definire quindi il minore come colui che si trova in una situazione cronologica, biologica ed evolutiva, dove gli sono dovute protezioni e servizi che gli rendano effettivamente possibile l’esercizio del fondamentale diritto a crescere, nel suo sviluppo individuale e sociale.
Il termine “disagio” si è aggiunto a “disadattamento”, “emarginazione” e “devianza”. La distinzione fondamentale tra queste voci, consiste nella “natura prettamente relazionale e comunicativa del disagio, che si contraddistingue proprio per il fatto di rimanere al di sotto della soglia di visibilità sociale, per il suo radicarsi nella quotidianità, per il suo essere difficilmente comunicabile.”3
Una seconda distinzione, è data dal carattere di “progressivo e quotidiano accumularsi di una fatica di vivere spesso ben celata all’esterno, ma sempre più difficile da sopportare”4, in virtù della quale il disagio finisce con l’essere “un fattore di accelerazione verso l’assunzione di comportamenti devianti e dei processi di emarginazione.”5

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DISAGIO DISADATTAMENTO, EMARGINAZIONE, DEVIANZA
Quotidianità
Nascondimento
Processualità

Il disagio dei minori non è oggi soltanto un’eventualità accidentale, ma è una caratteristica “sistemica” della vita comune.
Il senso della parola “disagio”, è il contrario di “benessere”.
Bene sarebbe un modo di sentirsi; non un modo di fare, ma neppure una causa degna della dedizione della libertà di ciascuno.
Disagio minorile inteso come una sindrome: una spiccata difficoltà di ogni minore nel divenire adulto, in una società contemporanea in continua evoluzione.
Possiamo individuare cinque livelli di disagio.
- Disagio evolutivo endogeno: legato alla crisi di transizione all’età adolescenziale.
- Disagio socio-culturale esogeno: legato ai condizionamenti della società complessa.
- Disagio cronicizzante: legato all’interazione di fattori-rischio individuali con le precedenti forme di disagio. È questa la forma più grave di disagio, che prepara il terreno al disadattamento.
- Disagio emotivo: attraverso alcuni segnali (stati d’ansia, cambiamenti di umore) che possono poi diventare veri e propri sintomi (disturbi psicosomatici, dell’alimentazione, altro).
- Disagio espresso, attraverso comportamenti devianti: è un vero e proprio disadattamento, che si manifesta con l’azione.

Il disagio minorile ha diverse e molteplici forme, trova espressione nelle varie fasi della crescita e si può manifestare in modo differente in ogni fascia di età. Siamo giunti poi ad analizzare il complesso rapporto esistente tra devianza e disagio, letto attraverso una serie di indicatori-fattori.
- I fattori biologici e neurologici: ragazzi che alla base hanno disagi di origine neurologica. Sono ragazzi con problemi di iperattività, deficit di attenzione e di apprendimento.
- I fattori socio-culturali: la causa è rintracciabile nello svantaggio sociale, nell’appartenenza a famiglie che vivono in quartieri altamente disorganizzati. I bambini che risolvono i loro problemi attraverso comportamenti aggressivi.
- I fattori psicologico-relazionali: gli studiosi ci segnalano due punti importanti.
Il primo aspetto riguarda i bambini che vengono rifiutati dai pari. Chi viene rifiutato nella fase preadolescenziale, struttura una sfiducia nel rapporto con i pari e tende ad aggregarsi con altri ragazzi devianti.
Il secondo aspetto è legato agli stili educativi dei genitori. Le ricerche dimostrano che quando gli stili educativi sono basati su pratiche disciplinari violente, esse generano una diffusione ed una legittimazione della violenza come modello educativo e comportamentale.
Il nostro tempo è caratterizzato da profonde trasformazioni ed è attraversato dalla complessità e dalla compresenza di modelli culturali e comportamentali che mutano in continuazione e che si presentano in forme diverse ed opposte. In questo si collocano la vita stessa e l’evoluzione della famiglia, intesa come causa ed effetto dei problemi dei singoli.La famiglia è caratterizzata da infinite problematiche e da una pluralità di aspetti istituzionali, psicologici e sociali vissuti dagli anziani, dagli adulti e soprattutto dai minori. Essa resta comunque il riferimento fondamentale per affrontare le difficoltà, superandole e talvolta eliminandole, per vivere la dimensione della relazione e del rapporto interpersonale.
La dinamica problematica della famiglia ci porta ad osservare il termine maltrattamento con il quale si descrive il disagio minorile, accompagnato dal vocabolo abuso: “gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo, morale.”6 Allora si parla di manifestazioni che possono riguardare abbandoni ed assenza totale o carenza di cure fisiche, educative ed affettive; strumentalizzazioni in caso di conflitti e di difficoltà economiche; sfruttamento a scopo di lucro; avvio al consumo e allo spaccio di droga; emarginazione ed esclusione dalla fruizione dei servizi educativi e sociali; incompleta o imperfetta soddisfazione delle esigenze psicopedagogiche; disparità ed ingiustizie di trattamento.
Classifichiamo allora i tipi di maltrattamenti: fisici (aggressività e lesioni); morali (interventi contrari al corretto sviluppo della personalità); sessuali (violenza ed incesto) ed occulti (pressioni).
A livello giuridico, i reati sono: lesioni nella sfera sessuale, atti lesivi delle relazioni familiari, atti lesivi dell’autodeterminazione, atti lesivi della formazione morale e psichica, mancata protezione, mancata assistenza familiare, mancato sviluppo della personalità, associazione per lo sfruttamento, sfruttamento al lavoro, accattonaggio, somministrazione di sostanze stupefacenti e di superalcolici, inosservanza dell’obbligo di istruzione ed istigazione a commettere delitti. Le cause si rifanno ad una pluralità di fattori ricorrenti: lo scandire generale della qualità della vita ed il deterioramento dei modelli d’interazione sociale; situazioni di povertà; conflitti ed incertezze politiche; crisi nelle famiglie e nei nuclei ristretti; modelli educativi di tipo violento e coercitivo; pressioni e condizionamenti culturali.
A livello medico-clinico, si leggono i casi che comprendono categorie quali: la violenza educativa (l’aspetto di condizionamenti crudeli miranti a far sì che il bambino realizzi delle prestazioni intellettuali o sportive fuori della sua portata), gli incidenti (prima causa della mortalità infantile e spesso una maschera dei maltrattamenti di vario genere), l’infanticidio (l’uccisione volontaria di un bambino nell’età della prima infanzia), la violenza mirata su particolari soggetti (minori, donne, anziani e disabili), le sindromi carenziali (camuffamento della violenza sotto forma di negligenza, separazione prolungata, deprivazione di stimoli) e l’incesto (individua alla base della violenza l’incapacità di costruire una corretta comprensione del minore come soggetto).
Resta il fatto che, i possibili segni essenziali sono: “oggettualizzazione” del bambino (la sua costruzione come parte non differenziata o mal differenziata dai genitori) e cumulatività (la tendenza del maltrattamento a ripetersi nelle diverse generazioni della medesima famiglia).
C’è la necessità allora di ripartire da capo, nel riporre le basi del buon vivere sociale in una società sempre più frammentata, che fa fatica a ritrovare il vero senso di collettività e che ha perduto il riferimento ai valori saldi della convivenza: l’accoglienza della vita, la cura del più debole, la preoccupazione educativa e la solidarietà.
Qualora la famiglia non sia capace di essere strumento del buon vivere, entra in gioco la comunità con la sua funzione protettiva e riparatoria, che consente al minore di sperimentare condizioni favorevoli al recupero e al cambiamento di una condizione disfunzionale. Attraverso un ascolto attento e un intervento terapeutico ed educativo, la comunità può rafforzare nel soggetto la stima in se stesso e il senso di efficacia personale, per acquisire sicurezza e fiducia nel futuro.
Infine la violenza è identificata nelle sue molteplici manifestazioni non solo fisiche, ma anche psicologiche e sociali. I principali fattori di rischio che richiedono tre elementi principali:
- un individuo che ne subisca l’impatto;
- una condizione di vulnerabilità al fattore di rischio, associata ad una situazione di sensibilità a questo;
- un’associazione tra il fattore di rischio e l’individuo, che rinforzi la vulnerabilità alla sua influenza attraverso l’aumento della probabilità del verificarsi di un outcome negativo data l’esposizione a questo.
Alcuni fattori di rischio rilevanti nell’iniziazione antisociale, nel mantenimento della carriera criminale, nel processo di escalation e di aggravamento, sono:

Fattori individuali Sesso maschile; impulsività; scarsa concentrazione; comportamento distruttivo; aggressività; basso livello di intelligenza; abuso di sostanze; percezione negativa e fallimentare del sé.
Fattori familiari Comportamento antisociale e delinquenziale familiare; trascuratezza affettiva e psicologica; conflittualità genitoriale; status socio-economico basso; basso livello educativo genitoriale.
Fattori scolastici Performance mediocri o fallimentari; disinteressamento e basse aspirazioni; scarsa motivazione di successo scolastico.
Fattori relazionali Associazione con compagni devianti e delinquenti; coinvolgimento in un gruppo o banda criminale; emarginazione sociale; senso del rischio.
Fattori sociali ed ecologici Residenza in quartieri svantaggiati, poveri e disorganizzati; normalizzazione cognitiva alla violenza; esposizione a forme di pregiudizio e violenza.

Esercita violenza, di regola, chi percuote, ferisce o uccide; chi nonostante la resistenza, immobilizza o manipola il corpo di un altro; chi impedisce materialmente ad un altro di compiere una certa azione.
Il rapporto di violenza è un rapporto sociale tra attori sociali che comunicano ed interagiscono, attraverso azioni caratterizzate da minaccia, ostilità e paura. Esse possono mutare da cultura a cultura, con il tempo ed in relazione alla posizione sociale che ricopre l’attore sociale e si modificano pure gli attributi-bersaglio della violenza.
Il concetto di violenza ha un aspetto negativo, perché gli autori di azioni violente percepiscono il bisogno di giustificarla, facendo ricadere la responsabilità sulla loro vittima. Ecco perché si parla di rapporto disintegrativo, che è percepito tale dalla vittima stessa ed è frutto di un comportamento intenzionale e consente l’individuazione dei due attori: un offeso ed un colpevole.
Nelle società di oggi, questi fattori-rischio sono al centro di tutto il processo educativo e quello socializzante caratterizzati da elementi di violenza fisica o psicologica. In ogni società allora la violenza sopravvive, si riproduce e resta il mezzo estremo di controllo e di repressione della devianza criminale.
Spesso questa forma di atteggiamento antisociale caratterizza gli adolescenti che commettono reati. Si propone una fondamentale distinzione tra delinquenti il cui comportamento è limitato all’adolescenza (diffuso, non patologico, in cui la componente sociale è predominante e il comportamento poco aggressivo), e delinquenti il cui comportamento si estende per tutto l’arco della vita (più raro, patologico, accompagnato da comportamento aggressivo, in cui è spesso più importante la dimensione neuropsicologica e la componente ereditaria). A questi gruppi si aggiunge un gruppo moderatamente cronico, con un comportamento antisociale intermittente, che caratterizza delinquenti spesso isolati e socialmente ritirati. Questa distinzione è fondamentale, in quanto riconosce l’importanza della dimensione delle tensioni evolutive nel determinare il comportamento antisociale, distinguendo adolescenti trasgressivi e adolescenti antisociali, ma non appare sufficiente ad orientare la valutazione all’interno dei servizi della Giustizia minorile.
Se è vero che gli adolescenti antisociali sono i responsabili della maggior parte dei reati, occorre anche riconoscere che tra questi è possibile individuare un sottogruppo, che è spesso responsabile dei reati più gravi. I primi, infatti, sono prevalentemente impulsivi, poco violenti, con problemi narcisistici, ma sono in qualche modo in grado di legarsi a qualcuno e che usano l’aggressività soprattutto in termini reattivi. I secondi, invece, sono soprattutto caratterizzati da insensibilità e possono anche non essere particolarmente impulsivi, mentre usano l’aggressività in senso predatorio, sadico, più come attacco che come difesa e sono soprattutto caratterizzati da una mancanza di senso di colpa e di capacità di legame.

NOTE
1- A.C. Moro, I bisogni del minore trasformati in diritti, in “La Famiglia”, Brescia, XXIV (1990) 139, pag. 21.
2-Ibidem, pag. 24.
3- F. Neresini, C. Ranci, Disagio giovanile e politiche sociali, Carocci, Roma, 1992, pag. 32.
4- Ibidem, pag. 31.
5- Ibidem, pag. 34.
6- Cfr. in Servizi Sociali, Le istituzioni e la comunità di fronte all’abuso del minore, Vicenza VII (1981) suppl. n. 4 pp. 33ss.

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