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Famiglie in movimento: cultura del migrante o cultura dell’immigrazione?

In che cosa consiste la specificità delle famiglie immigrate? Affrontare il tema dell’immigrazione significa, ancora una volta, affrontare un tema complesso e difficile che intreccia inevitabilmente diversi ordini di discorsi: da quello politico a quello sociale, da quello valoriale fino a quello culturale.
Tutti i giorni i mezzi d’informazione ci presentano immagini, sbarchi, lutti, pareri politici che per forza di cose ci portano ad attuare riflessioni personali e professionali.
Da un punto di vista storico i fenomeni migratori, vale a dire lo spostamento di popolazioni da alcune aree geografiche verso altre alla ricerca di un miglioramento delle condizioni di vita sociali e/o materiali, sono sempre esistiti.
Non dimentichiamo quando i nostri connazionali si spingevano fuori dalla nostra Terra, in cerca (forse!?) di ciò che ora gli appartenenti a Paesi terzi cercano da noi.
Solitamente il discorso sulle migrazioni nasce come un discorso sull’immigrazione. Sotto la pressione (reale o presunta) dell’arrivo degli “stranieri”, le popolazioni autoctone sono portate a discutere di questioni che riguardano la definizione dei confini degli spazi di convivenza da concedere agli altri, le condizioni alle quali questi ultimi possono accedere a questi spazi, la valutazione di quanto la concessione di questo spazio limiti lo spazio del gruppo autoctono.
Sul piano politico, queste preoccupazioni si traducono nella formulazione di norma tese alla “regolamentazione dei flussi di ingresso”: chi può entrare, quanti possono entrare, a quali condizioni e per quanto tempo possono rimanere.
Il fulcro problematico del nostro secolo riguardo questo fenomeno migratorio è posto strettamente in relazione al nostro periodo storico-economico; voglio intendere che se non vivessimo la crisi economica, e che quindi ci fosse prosperità uniforme in tutto il territorio nazionale(intendendo occupazione giovanile elevata, benessere diffuso nella famiglia media), la questione sarebbe di basso rilievo sicuramente e non si creerebbe la conflittualità di oggi, dove tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Sul piano sociale, l’arrivo degli immigrati tende ad assumere il sapore dell’ “invasione” e la loro presenza ad essere percepita come illegittima e minacciosa.
Indipendentemente dalle specifiche condizioni politiche del momento storico considerato e dalle loro eventuali conseguenze sociali, quest’ordine di discorso si origina dalla posizione e dalle valutazioni proprie del gruppo autoctono: gli immigrati sono gli “altri”, “i diversi” quelli che arrivano e richiedono, o più semplicemente necessitano, uno spazio di vita.
Parlare di immigrazione, anziché di migrazioni, significa, in questo senso, concepire gli immigrati come oggetto dell’attenzione e della preoccupazione del gruppo autoctono. Ma gli immigrati sono, prima di tutto, soggetti attivi del loro progetto migratorio e hanno solitamente idee piuttosto precise sul significato che attribuiscono alla loro migrazione e sul modo in cui vogliono rapportarsi al paese ospite.
La considerazione non è pertinente solo sul piano etico, ma costringe ad una drastica ridefinizione dell’oggetto di studio. Nel primo caso, la famiglia immigrata può essere pensata solo come entità “deviante”, fuori dalla norma, portatrice di un deficit e il progetto migratorio interpretato a priori come un evento negativo: lo studio di queste famiglie tenderà a enfatizzare gli aspetti problematici e le difficoltà, a pensare alla loro identità confinata in una strana “terra di nessuno” e alla loro integrazione in termini, più o meno espliciti, di assimilazione al gruppo dominante.
Nel secondo caso, ponendo i soggetti migranti al centro della loro esperienza migratoria, lo studio delle loro dinamiche familiari può essere affrontato alla stregua di quello relativo alle famiglie autoctone: si tratterà, in questo caso, di indagare le diverse strategie messe in atto dai gruppi familiari per fronteggiare i cambiamenti dovuti sia all’allontanamento dal luogo di origine (emigrazione) sia alla necessità di affrontare una vita quotidiana nel luogo di destinazione (immigrazione).
Da questo punto di vista, la specificità culturale della famiglia migrante assume un interesse descrittivo e permette di ricondurre lo studio delle famiglie migranti ai diversi modelli teorici che si propongono di indagare il modo in cui i sistemi familiari riescono a fronteggiare i momenti di crisi e cambiamento: si tratta in sostanza, di individuare i livelli di osservazione che possono rendere conto, ad un momento o ad un altro della vita familiare, della salienza della discontinuità culturale.
In questo senso, l’identità sociale e culturale della famiglia migrante, alla stregua di quella di altre famiglie, non è di per sé un fatto acquisito e consolidato. Il percorso migratorio stesso può rappresentare livelli di criticità molto diversi secondo le condizioni in cui si svolge.
Falicov sostiene che la comprensione delle dinamiche familiari in un contesto di migrazione deve tenere conto delle ragioni che hanno spinto alla migrazione (studio, lavoro, asilo politico), della prossimità e accessibilità del paese di origine, del fatto che la famiglia si sia costituita prima o dopo la migrazione, dello stadio di sviluppo del ciclo di vita familiare, del sostegno della comunità al progetto migratorio nel paese di origine e di quello della comunità nel paese di immigrazione, del sesso e dell’età delle persone coinvolte nel percorso migratorio, del loro livello di istruzione e dell’esperienza di discriminazioni razziali e/o economiche sia nel paese di origine sia in quello di immigrazione.
La dimensione temporale del progetto migratorio rappresenta un elemento cruciale nei processi di regolazione delle dinamiche familiari dei migranti.
Solitamente, il progetto migratorio inizia come progetto a termine. Le persone pensano di trasferirsi altrove, il tempo di accumulare un po’ di risorse economiche e poi tornare a vivere in modo più agevole nel proprio paese.
Inizialmente questa prospettiva sembra giocare come fattore facilitante di adattamento alle condizioni di vita spesso difficili incontrate nel contesto di immigrazione: la lontananza dei propri cari e le difficili condizioni socio-economiche sono mitigate dall’idea di un ritorno più o meno ravvicinato.
Ma l’accumulo di risorse economiche è quasi sempre impossibile da realizzare, e il perdurare dell’immigrazione porta inevitabilmente le persone ad insediarsi nel nuovo territorio. La nascita dei figli, e soprattutto il loro ingresso nella scuola, porta i genitori a spostare in avanti nel tempo la possibilità, sempre più ideale, di un loro rimpatrio, favorendo, al contempo, la definizione di un progetto di vita meno precario sia per i genitori che per i figli.
Il fenomeno migratorio e i contatti tra le culture non si verificano unicamente tra entità sociali distinte, ma possono compenetrare anche relazioni interpersonali più intime, come nel caso delle unioni miste.
In conclusione, tutto ciò deve portarci singolarmente a delle riflessioni personali e professionali; ognuno di noi deve possedere la consapevolezza che i flussi migratori continueranno ad esistere per anni ed anni, e capire che saremo una società cosmopolita (cittadini del mondo) che per forza di cose deve aprirsi all’altro nel rispetto e nella conservazione dei propri ideali; professionalmente occorre incrementare il bagaglio di conoscenze linguistiche, saper rimuovere pregiudizi verso diverse realtà e armarsi di tanta forza, coraggio e passione; d’altronde ricordiamo che la diversità non è altro che una diversa normalità!

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