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L’assistente sociale: destra o sinistra? (1^ parte)

“Che cos’è la destra, cos’è la sinistra?” recitava una famosa canzone del compianto Giorgio Gaber. Sentirci di destra o di sinistra ancor oggi crea identità, dà appartenenza, sostiene pure “opportunità di carriera” nel mondo del lavoro, ma crea all’assistente sociale vere e proprie trappole ideologiche che di fatto lo bloccano rispetto ad una “neutralità intelligente” che è invece sicuro presupposto metodologico per un buon agire quotidiano. Vediamo di dipanare la matassa a mente fredda dopo il voto politico appena espresso, alla ricerca di una consapevolezza maggiore su questo versante davvero molto delicato. Il dibattito sui social durante la campagna elettorale per le politiche 2018 è stato per me occasione di riflessione sull’argomento, riflessione che qui allargo a tutti.

Da un’oggettiva osservazione di quanto gli assistenti sociali comunicano sui socialmedia, appare evidente come i colleghi tendano a “scivolare” oggi nelle dinamiche di una polarizzazione politica basata su ideologie non più esistenti: essere di destra o di sinistra. E’ come se i paradigmi di riferimento non siano per nulla minimamente scientifici o almeno ispirati ai più semplici dettami della sociologia della postmodernità, ma riferiti ad un vecchio “sentir comune”, tipico dell’uomo di strada. Ciò, a mio avviso, è un elemento di forte debolezza professionale. Ma c’è anche una questione prettamente deontologica: è come se ci si rendesse davvero poco conto che il “prendere posizione politica”, sebbene ciò rappresenti un elemento personale sicuramente legittimo, sia al contempo bisognoso di cautela comunicativa nel momento in cui lo si fa in quanto professionisti. Il dichiararsi di destra o di sinistra è tra l’altro un grave errore di strategia per chi cerca lavoro, considerato che le tracce sul web restano, specialmente a visione di chi il personale lo seleziona. A maggior ragione per una professione inserita in enti pubblici, in buona parte (parlo dei colleghi dei Comuni) collocati in amministrazioni a forte sensibilità sul versante del consenso politico, il “prendere posizione partitica” risulta non solo motivo di possibile conflitto con l’ente, ma anche riserva mentale agli occhi dell’utenza. Consiglio quindi pacatezza ed equilibrio: avere proprie convinzioni politiche è legittimo, esternarle in quanto professionisti è però operazione da eseguire con estrema cautela. Il vero problema non è essere di una parte o dell’altra, bensì l’essere consapevoli di cosa ciò rappresenti nell’immaginario di chi ci legge o ci ascolta.

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1 commento Lascia un commento »

  1. Esprimere le proprie posizioni politiche credo non costituisca un problema: di più mi preoccupano le parole di odio, di rancore, di disprezzo che circolano in rete anche da parte di colleghi.Se poi vogliamo parlare delle foto balneari, o mentre si bevono alcolici con una bella sigaretta in mano, beh allora un pò mi preoccupano. Di fronte alle manipolazioni in atto su alcune date fondative della nostra comunità nazionale, vedi 25 aprile, io ho ritenuto corretto dichiarare le mie appartenenze,che segnano parimenti le mie NON appartenenze. Ho voluto ricordare a me stesso qualcosa di me, che mi ha fatto stare bene.Non ho niente da rinnegare, come dice un mio amico: noi avevamo ragione. Io gli rispondo: si però abbiamo perso, e non solo noi.Saluti a pugno chiuso una volta tanto.

    Commento by massimo corrado — 7 maggio 2018 [Permalink]

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