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L’amore che non ama: il femminicidio

Dal rogo di streghe, in passato, per la più recente diffusa usanza di infanticidio femminile in molte società, per l’uccisione di donne per il cosiddetto onore, ci rendiamo conto che il femminicidio è in corso da molto tempo.”
Diana Russel, 1992

Femminicidio. Un solo termine per intendere un fenomeno di violenza crescente e inaudita nei confronti del genere femminile. E’ una “mattanza” a tutti gli effetti perché, il femminicidio rappresenta al mondo la prima causa di morte fra le donne di età compresa fra i 16 e i 44 anni (1); solo nel nostro Paese si registrano, nelle prime mensilità del 2013, più di 46 casi di uccisioni di donne.(2)
Ogni giorno, quasi fosse diventata una macabra consuetudine, si ascoltano notizie di donne maltrattate, violentate, sfruttate, oggetto di tratta e schiavizzate, gettate nel cassonetto della spazzatura, uccise, sgozzate e massacrate…Amore che uccide…
Ma cos’è il femminicidio? Nello specifico, il termine femminicidio deriva dall’inglese feminicide ed è stato utilizzato per la prima volta nel 1801 in Inghilterra per intendere proprio l’uccisione di una donna.(3)
Solo a partire dal 1992, il termine viene identificato come una vera e propria categoria criminologica. E’ la criminologa Diana Russel che, in effetti, si interessa per prima alla tematica definendola, più specificatamente, come una forma estrema di violenza agita da parte dell’uomo contro la donna in quanto tale, in quanto afferente al genere femminile.(4)
Il femminicidio, secondo tale impostazione teorica rappresenta, dunque, l’esito di pratiche misogine di odio e di avversione nei confronti delle donne. Il termine si riferisce a tutti quei casi di violenza e di omicidio che vengono perpetrati dagli uomini sulle donne per motivi relativi semplicemente alla sua identità di genere.(5)
Con il termine “genere” ci si riferisce, nello specifico, a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini mentre l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato.(6)
Nel 1993, è l’antropologa messicana Marcela Lagarde che approfondisce tale categoria criminologica per intendere «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale (…)».(7)
Nella Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel Maggio scorso, la “violenza nei confronti delle donne” viene definita, in aggiunta, come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.(8)
Qualunque sia la definizione di violenza di genere, sembrerebbe che la morte perpetuata nei confronti delle donne avvenga, nella maggior parte dei casi, per mano di un uomo che ha intrattenuto o intrattiene nel presente rapporti sentimentali ed interpersonali con la donna (fidanzati, ex, compagni o mariti): amore malato, amore deviato, amore criminale appunto.
Ma da cosa scaturisce tale violenza? E’ necessario partire, a mio avviso, dall’iter psichico deviato nella fisiologica evoluzione interpersonale dell’aggressore di sesso maschile.(9)
Con questo voglio intendere che il passaggio all’acting out è da inserire in una più ampia sfera di riflessione intorno all’affettività e alle dinamiche emotivo – affettive: l’aggressore, di solito, può presentare disturbi legati alla sfera sessuale, emotiva ed affettiva (appunto) che rimandano al suo passato infantile, alla sua struttura di personalità (fragilità vs resilienza), al suo mondo intrapsichico interno.(10)
E quali possono essere, ancora, i fattori di rischio, quelli scatenanti? Qui è necessaria anche un’analisi di tipo socio-ambientale.
La società odierna (definita civile?), più di quella moderna, ha posto la donna al centro di un discorso di oggettivazione: essa è diventata oggetto di piacere (sessuale per lo più), di possesso e proprietà ma al contempo è diventata categoria protetta perché a rischio. Ecco che, in un contesto dicotomico come questo, l’uomo ha creduto e crede tutt’oggi che tutto sia in suo potere, facendo ricorso a violenza estrema pur di veder soddisfatte le sue discutibili ragioni. Lo stesso capitalismo ha distrutto sia il matrimonio monogamico, che la classica famiglia borghese.
La società attuale sembra mettere sullo stesso piano potere ed affetti, possibilità, diritti e necessità in un inscindibile rapporto di produzione capitalistico. In effetti, accade che l’uomo ritenga la donna una proprietà, come sopra accennato, di cui poter disporre a suo uso e consumo: per avarizia e deprivazione sentimentale, per angosce, per squilibrio di potere, per scarsissima soglia di sopportazione e compromesso, per precarizzazione dei rapporti interpersonali, per “l’ordine naturale (sessuale e di genere) delle cose e degli eventi”…
L’uso della violenza sembrerebbe proprio risiedere nella diseguale distribuzione del potere: nella misura in cui la differenza nel potere si traduce in dipendenza (intesa qui come sudditanza psicologia) è probabile che la violenza intervenga, in tal caso, attraverso la paura che si verifica a sua volta come espressione di potere psicologico.(11)
E’ stato riscontrato, proprio nelle relazioni abusive, che alcune donne, così come i minori, sono incapaci di reagire: le donne violentate, infatti, e i figli abusati, condividono sensi di colpa psicologici, insicurezze emozionali, paura, timore, disorientamento, ansia. Spesso ci sono ragioni personali, sociali e materiali sul perché le donne, nello specifico, sentono che non possono interrompere una relazione abusiva.(12)
La donna viene, insomma, sradicata dalla vita e piuttosto fatta morire pur di non contraddire uno “status quo”. Paradossale in una società aperta e tollerante come quella in cui viviamo e tanto più preoccupante perché sembra esservi la complicità del dato culturale-identitario che si impone in maniera trasversale a tutte le classi sociali: perdita di identità sempre più liquide e frammentate, mancanza di speranza e di soluzioni giuridiche tangibili e durature, cultura deviata, tabù, sono tutti elementi che concorrono a far implodere la società malata del nostro tempo.
Dunque, il femminicidio come malattia dell’essere umano e dell’anima acuita dal contesto ambientale in cui si è inseriti. E femminicidio come fatto sociale perché socialmente determinata da relazioni di potere. Gli attori sociali tutti, quindi, hanno una concezione della donna come soggetto violabile e controllabile nei suoi gesti, nei suoi interessi lavorativi ed economici, in quelli familiari e di affetti privati.
E la vittima? Quali sono gli elementi che accomunano le storie di tante donne uccise per mano di un uomo?
Nella maggior parte dei casi, le accomuna il fatto di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione quello della donna servile ed obbediente, della brava madre e moglie, della donna sessualmente disponibile, della donna che non ha altre scelte e prospettive… (13)
Nello specifico, la relazione violenta verso il genere femminile, così come dimostra la letteratura psicologica, è caratterizzata dal fatto che gli uomini sono più propensi ad usare violenza fisica come usare calci, strattonare o picchiare, mentre queste ultime, “wife beating” or “battered woman” (moglie picchiata o donna battuta) più frequentemente si ritrovano nel ruolo di vittime appunto.(14)
E’ importante comprendere, a questo punto, le dinamiche interpersonali e i modelli di interazione che tipicizzano l’abuso delle relazioni familiari ed interpersonali: come accennato sopra, la violenza quale espressione di potere e di controllo sembra riguardare l’abilità di imporre sull’altro volontà, desideri e necessità, la violenza fisica e sessuale è pensata, invece, come auto-rinforzante in quanto intesa come modalità finalizzata all’ottenimento di risultati attraverso atti verbali e non verbali violenti portati avanti con l’intenzione di infliggere pene, ferite fisiche e psicologiche o entrambe.(15)
L’entrare in conflitto, da parte del carnefice di genere maschile, diventa un modo per soddisfare desideri e bisogni inconsci oppure modalità per estirpare il dolore provato internamente.(16)
Gelles e Strauss affermano, a tal proposito, che quando i comportamenti abusivi si manifestano nella privacy del proprio focolare domestico,(17) le immediate ricompense dell’uso della violenza per sfuggire alla rabbia o alla frustrazione, possono essere considerati contestualmente preferibili alla ragionata e razionale conversazione con i propri figli o il partner perché questo avrebbe richiesto più tempo e avrebbe offerto risultati meno prevedibili.(18)
Diventa necessario allora, come prevede la Convenzione di Istanbul, primariamente cambiare gli atteggiamenti, i ruoli di genere e gli stereotipi che rendono accettabile la violenza nei confronti delle donne; Formare dei professionisti in grado di assistere le vittime; Sensibilizzare l’opinione pubblica sulle diverse forme di violenza e sul loro impatto traumatico; Includere nei programmi di insegnamento ad ogni livello di istruzione dei materiali pedagogici sul tema dell’uguaglianza di genere; Cooperare con le ONG, i mass media e il settore privato per sensibilizzare il vasto pubblico.(19)
Ritengo che bisognerebbe intervenire, fattivamente e in continuità con quanto previsto dalla Convenzione, sull’insieme delle interazioni sociali e comunicative che creano il sistema cultura, orientando i comportamenti e le identità in formazione in quanto sono proprio questi elementi a caratterizzare l’assetto educativo degli individui immersi e parte integrante loro stessi del più ampio curriculum culturale.
Non solo, dunque, attenzione alla parte sanzionatoria legata al reo che utilizza violenza verso le donne (sebbene siano necessarie e dovute anche come deterrenti) ma tanto più prevenzione primaria sul e nel tessuto socio – culturale in cui tutti noi viviamo.
Solo in questo modo, potremmo sentire parlare meno di storie di amore che non ama e che, invece, uccide…

Note:
1 – “La violenza subita dal partner prima causa di morte per le donne”, articolo su “La Repubblica.it” del 28 ottobre 2005.
2- “Emergenza “femminicidio”: 46 donne uccise dal partner dall’inizio dell’anno” articolo su Corriere della Sera, di Marta Serafini del 27 aprile 2013.
3- Corry J. “The Satirical Review of London at the Commencement of the Nineteenth Century”, London 1801, G. Kearsley.
4- Radford J., E. H. Russell D., “Femicide: The Politics of Woman Killing”, 1992.
5- Alla luce di quanto detto, l’11 maggio 2013 è stata ratificata la Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.
6- Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa art. 3, paragrafo 1 lettera c.
7- Emergenza “femminicidio”: 46 donne uccise dal partner dall’inizio dell’anno” articolo su Corriere della Sera, di Marta Serafini del 27 aprile 2013.
8- Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa art. 3, paragrafo 1 lettera a.
9- Mastronardi V., Manuale per operatori criminologici e psicopatologi forensi, Giuffré, Milano, 2012.
10- Ibidem.
11- Tortolici C. B., “Violenza e dintorni”, Armando Editore, Roma, 2005, pp. 121 – 123
12- Filippini S., “Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia”, Franco Angeli Editore, Milano, 2005, pp. 81 – 84
13- Convenzione di Istanbul, art. 3, paragrafo 1, lettera e, per “vittima” si intende qualsiasi persona fisica che subisce gli atti o i comportamenti di cui ai precedenti commi a e b; art. 3, paragrafo 1, lettera f, con il termine “donne”, invece, sono da intendersi anche le ragazze di meno di 18 anni.
14- Renzetti C. M., Kennedy Berge R., “Violence against women”, Rowman & Littlefield Publishers, Oxford, 2005, p. 243
15- Cate R.M., Henton J. M., Koval J., Christopher F. S., Lioyd S., “Premarital abuse: A social psychological perspective”, Journal of family Issue, 3(1), 1982, pp. 79 – 90
16- Si veda il concetto di “violenza domestica” che designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima. In Convenzione di Istanbul, art. 3, paragrafo 1, lettera b.
17- Si pensi al clima di silenzio a cui, spesso, le donne sono obbligate sia nel proprio ambiente familiare che nel contesto sociale più ampio.
18- In Gelles R.J. & Strauss M., “Intimate Violence”, Simon and Schuster, New York, 1988, e Gelles J. R., Strauss M., “Physical Violence in American Families”, Transaction Publishers, New Brunswick, 1990.
19- Convenzione di Istanbul – Capitolo III – PREVENZIONE – ART. 12 – 13- 14- 15 – 16 – 17.

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  1. Credo che le persone che fanno stalking o comunque del male, abbiano già di per sé il diritto di non dover vivere troppo. Ogni giorno, ogni secondo, può essere fatale per chi è loro oggetto, per chi è indifeso, debole o fragile. Prevenire è meglio che reprimere, per cui sarebbe opportuno recidere alla radice, pena altre uccisioni sulla coscienza della società. Nel caso delle donne penso sia ancor più urgente perché spesso sono in una posizione psicologica di svantaggio, per cui non si dovrebbe permettere proprio di sussistere a uomini che anche solo potenzialmente potrebbero un giorno uccidere.
    Però sarebbe bello sapere che ne pensano le donne di ciò, essendo io un uomo, e cioè se si può tentare di capire chi può esere potenziale omicida o violento, e che cosa si potrebbefar “prima” che il mostro esca fuori, essendo fuor di dubbio che con questo atteggiamento, usando solo tecniche soft, essi non cambiano.

    Commento by Stefano — 16 agosto 2013 [Permalink]

  2. Salve, sono una pedagogista e vorrei sollevare un’obiezione. Credo che la violenza, qualsiasi sia il tipo e il movente, vada “condannata”. Mi spiace usare un termine come questo per un ambito, quale la pedagogia, che dovrebbe essere fucina di parole e fatti positivi che superino il lato mortificante dell’agire umano. Però, in quanto donna non nego di sentirmi offesa per la stigmatizzazione di esiti comportamentali che confluiscono nella vituperazione del vivente, bambino o anziano che sia, uomo o donna, bianco o nero, cane o sequoia, a cui certi neologismi rimandano. Ebbene si perchè, a nome di tutte le donne che conosco e che non conoscerò mai, credo che parlare di “femminicidio” in una schizo-epoca (così mi piace definirla) come la nostra, in cui fa più rumore un sit-in con scarpe rosse di vernice e numeri verdi che storie di ordinaria violenza che si susseguono ogni giorno quasi fossero la normalità, imbrigliando chi è vittima nel pregiudizio del “così deve essere”, nascondendola, ebbene, io credo sia fuori luogo. Chi è la vittima? Chi è il carnefice? Spesso, ingenuamente, sono confusi. Io,pertanto, preferirei abolire neologismi stereotipanti come “femminicidio”. E’ un’ulteriore forma di violenza, tacita e strategica, che si fa alle donne. Dedicare una giornata nazionale, con slogan d’effetto e telefoni rosa, non basta. Probabilmente coloro che hanno bisogno di aiuto non sono neanche lì a guardare teleschermi e format a tema che,vorrei ricordarlo, mirano ad un pubblico sfacciatamente diverso dalle vittime “vere”.Andiamo nelle scuole. Cominciamo dall’educazione. Nessuna donna o bambina, o quasi nessuna, andrà mai a denunciare il suo essere tutti i giorni vittima di violenza, se vittima, prima che di abusi fisici o psicologici, di un sistema formativo “buonista” che le propina modelli comportamentali e libri di storia a sfondo radicalmente maschilista. Chiedo, pertanto, in occasione della conferenza che si terrà il 2 dicembre 2013 in Parlamento a difesa delle professioni pedagogiche, di sottolineare, per il nostro Paese, la necessità di un’educazione scolastica all’insegna della non-violenza, in tutti i contesti perchè è da forme educative gratuite, non stereotipanti ma de-strutturanti che si può cominciare a risolvere l’incresciosa questione delle violenze. Basta usare lemmi dal sapore ancora una volta tipicamente patriarcale. La violenza è violenza, anche le donne possono fare violenza verso un bambino o verso il proprio compagno, non è vero? Allora a tal proposito di cosa distinguiamo l’ infanticidio e l’ominicidio dal cosiddetto “femminicidio”? E nel caso degli omosessuali? Forgiamo il termine omosessualicidio? Con questo metodo ancora una volta si dà un ordine di importanza alla violenza, quasi che una forma sia più o meno grave dell’altra. Io dico NO alla violenza di qualunque tipo essa sia, verso uomini, animali, piante, verso ogni essere vivente. Abbracciare un’educazione ecologica, nell’accezione che intende la nostra Pedagogia, può essere edificante. Cominciamo dalla scuola, cominciamo da noi…Puntiamo all’educazione e alla pedagogia per dire tutti insieme N0 ALLA VIOLENZA

    Commento by Alessandra Clemente — 25 novembre 2013 [Permalink]

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