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Contrasto all’emarginazione e forme di aiuto: quotidianità del fenomeno ed attori sociali (III parte)

La terminologia utilizzata in Italia e nel mondo per spiegare l’esclusione sociale.

Come già espresso all’inizio, il termine esclusione sociale nasce nel campo della sociologia. Per scendere nello specifico, due autori come Quaranta e Quinti, nel loro manuale “Esclusione sociale e povertà. Contributo per la conoscenza e la misurazione dei rischi sociali e ambientali nel contesto internazionale”, presentano due versioni della definizione di esclusione: “Esclusione sociale generale” ed “Esclusione sociale specifica”.
Con il primo termine, che può prendere anche la denominazione di “impoverimento”, si intende:

Il passaggio dalla mera presenza/assenza dei fattori di rischio sociale e ambientale alla trattazione dell’intensità con cui essi si manifestano in un determinato territorio (intendendo per territorio l’insieme dell’ambiente naturale dell’ambiente antropico e dei rischi connessi), quindi la possibilità maggiore o minore con la quali si possono presentare fenomeni di sovrapposizione tra i differenti fattori di rischio in un territorio o su una popolazione data. È proprio questa sovrapposizione dei fattori che porta gli individui ad attivare un processo di esposizione alla condizione di povertà. Situazione di esclusione che vivono principalmente soggetti disoccupati e lavoratori con bassi salari, fascia di popolazione che non è ancora povera, ma è a rischio di impoverimento.

Con “Esclusione sociale specifica” ci si riferisce a:

Le specifiche categorie che sono colpite dall’intensità dei determinati fattori di rischio, queste sono i soggetti deboli (anziani, giovani, persone disabili, tossicodipendenti, malati cronici, donne). I fattori di rischio più comuni sono la salute, l’intelligenza, il lavoro, la criminalità, le risorse umane femminili, la famiglia, la sicurezza sociale e l’abbandono sociale.

Un’altra domanda: Che significato viene dato a “marginalità”?
Una risposta è offerta e si può trovare nel manuale “Sentieri storici dell’emarginazione, l’educazione e i marginali. Storia, teorie, luoghi e tipologie dell’emarginazione” della Ulivieri in cui, al glossario, si legge la definizione di Marginalità sociale.

La collocazione di persone o di gruppi sociali ai margini di un sistema sociale, mediante la privazione del pieno soddisfacimento dei diritti naturali e civili, con la conseguente esclusione tanto dalla partecipazione alle decisioni che governano il sistema nei suoi diversi settori, quanto dal godimento delle risorse e dei privilegi che il sistema stesso assicura alla maggioranza se non alla totalità dei cittadini.

La marginalità viene intesa oggi come il mancato riconoscimento della situazione di uguaglianza degli individui di fronte ai diritti e alle pari opportunità.
Nel passato, veniva utilizzata solo per riferirsi al difficile rapporto tra l’uomo e la donna, anche se poteva essere utilizzato pure per il suo valore molto più ampio nella realtà sociale dell’emarginazione e nella difficoltà a sentirsi ed essere alla “pari”. Non solo perché l’uomo e la donna dovrebbero essere considerati “uguali”, ma perché si trovano a creare delle relazioni all’interno di una cultura che è nuova e che è caratterizzata “dalla parzialità e dalla differenza”, che fa anche i conti con il dubbio e la probabilità. Alla fine, si può parlare di una realtà che è in continuo mutamento: una sorta di nuova “discriminazione positiva” delle diversità, dove non esiste una marginalità in sé e neppure la devianza in sé, ma si è marginali rispetto ad un determinato contesto sociale, oppure devianti nei confronti di un codice di comportamento. Il termine marginalità è stato e viene utilizzato, nella maggior parte dei casi, per descrivere la posizione di chi si trova fuori ed ai margini di un sistema sociale di riferimento. Colui, individuo o gruppo, è sottoposto così a quel sistema sociale che lo esclude o lo allontana, ed allo stesso tempo esercita la sua autorità per richiamarlo e per reintegrarlo.
Recentemente, in materia di Servizio Sociale, vengono messe a confronto le due definizioni: quella di Esclusione sociale e quella di Emarginazione sociale. Diviene un modo per chiarire e definire, in maniera più corretta, il fenomeno che caratterizza una qualunque società. È stata appresa questa distinzione, studiando la disciplina del Servizio Sociale attraverso il Dizionario del sociale, che mostra le due dichiarazioni.

L’esclusione sociale è uno stato e un processo. A livello sociale è il risultato di una disfunzione dei fattori di coesione. In un’accezione individuale, l’esclusione è il risultato di un’alterazione nell’integrazione o nell’inserimento che conduce a non avere un posto nella società. L’esclusione è il prodotto di un insieme di meccanismi di rottura sia sul piano simbolico, attraverso la stigmatizzazione e le attribuzioni negative, sia sul piano delle relazioni sociali, attraverso la rottura dei legami aggreganti.
L’emarginazione sociale è rappresentata da ogni situazione in cui un individuo o un gruppo di individui vengono a trovarsi “ai margini” della collettività. È sinonimo di “esclusione”.

Ponendo i due termini a confronto, ci si può riferire ad una situazione di disagio, ad uno status o ad una condizione, di tipo individuale o collettivo, che produce difficoltà nell’instaurare dei rapporti e delle relazioni sociali tra i diversi soggetti. I fattori e le cause principali, poste all’attenzione di tutti, possono essere: di natura conflittuale con se stessi (l’auto-emarginazione per le problematiche personali come fenomeni riguardanti i barboni, i clochard(s) e le forme di nomadismo), con la famiglia (le separazioni familiari, le violenze, le famiglie con molti bambini, le madri single con bambini, le persone anziane che vivono da sole, le persone che hanno bisogno di assistenza); nell’ambiente sociale e culturale (la perdita dell’alloggio, le persone con scarsa istruzione, le persone straniere, le persone disabili o con disturbi di vario genere); sia di natura economica (le persone disoccupate, la perdita del lavoro, l’indigenza economica) e sotto forma di pregiudizi o di etichettamento.

BIBLIOGRAFIA
Quaranta G e Quinti G (2005), Esclusione sociale e povertà. Contributo per la conoscenza e la misurazione dei rischi sociali e ambientali nel contesto internazionale, CERFE, Roma.
Tiberio A. e Fortuna F. (2001), Dizionario del sociale, Edizione Franco Angeli.
Ulivieri S. (a cura di) (1997), Sentieri storici dell’emarginazione, l’educazione e i marginali. Storia, teorie, luoghi e tipologie dell’emarginazione, La Nuova Italia, Firenze.

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