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Contrasto all’emarginazione e forme di aiuto: quotidianità del fenomeno ed attori sociali (IV parte)

Due diversi punti di vista per leggere l’emarginazione sociale.
Simmel osservò una sfaccettatura del fenomeno emarginazione sociale: pose l’attenzione su una categoria di persone che sono considerate emarginate o escluse socialmente. La figura del povero, in relazione alla povertà.
La povertà è una forma di deficienza sociale, che impedisce ad un membro di una società di offrire il suo contributo alla vita sociale. Nel Dizionario del sociale è chiamata come fenomeno di ogni tempo e di ogni comunità sociale ed identificata, quindi, come una mancanza di beni materiali per la sussistenza degli individui. Il criterio che permette di riferirsi alla povertà è dinamico, perché cambia, adattandosi ai diversi contesti economici e sociali ed al susseguirsi dei segni dei tempi.
La dimensione della povertà coinvolge: tutto il territorio, le persone che vivono per la strada o in condizioni di svantaggio, ma anche il ceto medio (le famiglie monoreddito, le donne sole, i separati e le vittime di questa crisi economica). I dati sulla povertà nel mondo sono allarmanti: aumento sempre maggiore della popolazione che vive al di sotto della soglia della povertà e costante crescita della diversità tra ricchi e poveri. Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu sullo stato delle città nel mondo, i poveri in Europa sono quasi 80 milioni, cioè un abitante su sei ed una persona su otto vive in famiglie in cui nessun componente lavora. Le fasce più in difficoltà e che caratterizzano la categoria dei poveri sono le donne e i minori di 15 anni. In Italia, la condizione di povertà riguarda più di 8 milioni di abitanti.
Soffermarsi adesso sull’idea comune di chi è l’uomo, permette di osservare che esso è considerato come un essere sociale che ha dei doveri, che corrispondono conseguentemente a dei diritti, verso gli altri individui. Essendo appunto titolare di diritti e di doveri, è inevitabilmente inserito ed appartiene alla società. Qualora l’uomo si trovasse invece in una situazione di povertà, di ingiustizia o in una condizione di bisogno, sarà portato a chiedere un tipo di responsabilità, verso la sua pretesa, da chi ricopre un ruolo che lo identifichi come portatore del dovere di assistere. Entrano così in gioco, diverse forme di collettività (lo Stato, la chiesa, la famiglia) che assumono il ruolo di istituzione con uno sguardo rivolto alla totalità, chiamate non solo a soddisfare le situazioni di tipo individuale. L’assistenza pone l’attenzione sulla struttura della società, cercando di colmare tutte le differenze sociali. Ad oggi il rapporto instaurato tra il povero e lo Stato vive momenti di seria difficoltà. Proprio il povero è escluso, perché differenti sono le modalità di investimenti, di spesa, il tipo di servizi, le qualità e le quantità di interventi attuati dai diversi stati. In molti paesi, l’assistenza è un diritto effettivamente esigibile, perché essendo il povero un cittadino di quello Stato, egli gode degli stessi diritti di un qualunque cittadino benestante. In Italia, solo attraverso la carta costituzionale all’articolo 38, si parla di diritto all’assistenza ed al mantenimento per ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere. In alcuni casi non viene riconosciuto il diritto a ricevere assistenza, anche se l’individuo è membro dell’unità dello Stato ed è quindi considerato escluso. Il povero, come è stato ripetuto già più volte, appartiene alla società e, in quanto tale, ha il diritto di essere soccorso ed assistito. Esistono, infatti, tre forme di assistenza: assistenza fondata sul diritto del povero; assistenza fondata sul dovere tecnico di prestare assistenza come mezzo per gli scopi della gente; assistenza fondata sul dovere di prestare assistenza.
È possibile riscontrare tutto ciò nello studio del Servizio Sociale, dove la parola assistenza sociale è mutata nel tempo. Nel dizionario del sociale, la definizione riportata è l’insieme degli aiuti erogati dallo Stato, il quale ha come finalità il bene dell’intera comunità nazionale. Rientrano in questa tutti i provvedimenti a favore delle persone che non possiedono mezzi di sostentamento e non vengono assicurati dal sistema previdenziale. L’erogazione degli aiuti è basata sui valori come la solidarietà e sulla valutazione soggettiva dei bisogni tutelati dalla collettività. Spesso per molti enti e servizi, le risorse a disposizione sono carenti e non sono ottimizzate al meglio.
La definizione di Marginalità, trattata da Giovanni Sarpellon, nel Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Egli interpreta questo fenomeno con uno sguardo sociologico e uno spirituale.
Nel linguaggio sociologico, secondo l’autore, i marginali sono o possono essere quelle persone o quei gruppi sociali che si trovano a vivere una situazione di disagio e di svantaggio. Essi si contrappongono a chi invece si trovano al centro della società ed è più ricco di risorse e di opportunità. Il concetto di marginalità sociale è riassunto in tre elementi: il disagio sociale, la disuguaglianza e la povertà. L’attenzione al nesso causale che si instaura tra il disagio e le condizioni sociali che lo producono, propone che venga attivato un intervento che elimini le cause del disagio e conceda la possibilità ad alcuni attori sociali di farsi carico dei diversi problemi, di chi si trova in difficoltà.
In sociologia della devianza viene aggiunto un altro elemento, che può caratterizzare il termine marginalità. Si parla, infatti, di soggetto deviante e viene presentato il comportamento di questo, che viola le diverse aspettative istituzionalizzate di una norma sociale istituita dalla società, in cui l’individuo stesso vive. I sociologi, in questo campo, hanno individuato cinque essenziali proprietà della devianza: il riferimento appunto alle aspettative istituzionalizzate (collegate ad un comportamento normativo), il relativismo culturale (la definizione di devianza tracciata dal gruppo sociale), il ruolo della situazione (come definizione sociale della situazione vissuta), il collegamento con gli altri ruoli sociali (la relazione tra il gruppo o la classe e la devianza) e l’intensità diversa (contrapposizione tra la devianza che ha come oggetto anche la violazione di atti, considerati devianti, conformi ad una norma e la criminologia che ha come oggetto solo la violazione delle norme codificate in legge).
Nella storia della sociologia, basta tornare indietro agli anni venti del secolo scorso. Tra le due guerre mondiali, nella corrente di pensiero della scuola di Chicago, nasce il paradigma sociale. Caratteristica principale è il passaggio dall’analisi nei confronti dell’individuo sociale e alla struttura sociale e culturale, verso le reazioni della società e il sistema delle norme. Sociologi e ricercatori rinnovarono, con nuovi metodi di analisi, lo studio dei problemi riguardanti la delinquenza giovanile (social problem), l’esclusione, la marginalità, la disorganizzazione sociale e le sub culture. Impostarono quattro dimensioni fondamentali: la ricerca empirica, che permise di rileggere alcuni concetti di base della sociologia (ad esempio l’anomia intesa come disorganizzazione, la mancanza di norme e di principi organizzativi che regolano le diverse società); lo studio di comunità, attraverso l’analisi dei quartieri, delle città, dei ghetti con l’utilizzo di varie tecniche (dati statistici, osservazione partecipante, storie di vita); la dimensione temporale, l’analisi della devianza come processo di interazione tra i soggetti ed i gruppi.
A riguardo della legislazione in campo sociale ci soffermiamo su quella che ha avuto maggiore risalto, la legge quadro nazionale 328 del 2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”. Essa è finalizzata a promuovere interventi sociali, assistenziali e socio – sanitari che garantiscano un aiuto concreto alle persone e alle famiglie in difficoltà. Scopo principale è, oltre, all’assistenza del singolo, anche il sostegno della persona all’interno del proprio nucleo familiare. Altri obiettivi sono rivolti alla qualità della vita, alla prevenzione, alla riduzione e all’eliminazione delle disabilità, al disagio personale e familiare e al diritto di fruizione delle prestazioni. Viene anche istituito un Fondo nazionale per le politiche e gli interventi sociali, aggregando e ampliando i finanziamenti settoriali esistenti e destinandoli alla programmazione regionale e degli enti. Hanno diritto di usufruire delle prestazioni e dei servizi del sistema integrato di interventi e servizi sociali, i cittadini italiani e, nel rispetto degli accordi internazionali con le modalità e nei limiti definiti dalle leggi regionali, anche i cittadini degli Stati appartenenti all’Unione Europea ed i loro familiari, nonché gli stranieri individuati ai sensi dell’articolo 41 del testo unico, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286. Ai profughi, agli stranieri ed agli apolidi sono garantite le misure di prima assistenza.
La legge 328 intende superare il concetto assistenzialistico dell’intervento sociale, infatti, considera il cittadino non come fruitore passivo, ma come soggetto attivo portatore di diritti, a cui devono essere destinati interventi mirati alla rimozione di situazioni di disagio psico-sociale e di marginalità. I servizi previsti sono principalmente a favore di persone disabili, di anziani non autosufficienti e delle famiglie.
1) Per le persone disabili: i progetti individuali. I Comuni, insieme alle aziende unità sanitarie locali, predispongono, su richiesta dell’interessato, un progetto individuale.
2) Per le persone anziane non autosufficienti: il sostegno domiciliare. Il Ministro per la solidarietà sociale, con un proprio decreto emanato insieme ai Ministri della sanità e per le pari opportunità, determina annualmente la quota da riservare ai servizi a favore delle persone anziane non autosufficienti, per favorirne l’autonomia e sostenere il proprio nucleo familiare.
3) Per le responsabilità familiari: la valorizzazione ed il sostegno. Il sistema integrato di interventi e di servizi sociali riconosce e sostiene il ruolo specifico delle famiglie e valorizza i molteplici compiti, che queste svolgono sia nei momenti critici e di disagio, sia nello sviluppo della vita quotidiana. a) l’erogazione di assegni di cura e di altri interventi a sostegno della maternità e della paternità responsabile, da realizzare in collaborazione con i servizi sanitari e con i servizi socio – educativi della prima infanzia; b) le politiche di conciliazione tra il tempo di lavoro e il tempo di cura, promosse anche dagli enti locali, ai sensi della legislazione vigente; c) i servizi formativi ed informativi di sostegno alla genitorialità, anche attraverso la promozione del mutuo aiuto tra le famiglie; d) le prestazioni di aiuto e di sostegno domiciliare, anche con benefici di carattere economico, in particolare per le famiglie che assumono compiti di accoglienza e di cura di disabili fisici, psichici e sensoriali e di altre persone in difficoltà, di minori in affidamento e di anziani; e) i servizi di sollievo, per affiancare nella responsabilità del lavoro e di cura la famiglia, in particolare i componenti più impegnati nell’accudimento quotidiano delle persone bisognose di cure particolari, ovvero per sostituirli nelle stesse responsabilità di cura, durante l’orario di lavoro; f) i servizi per l’affido familiare per sostenere, con qualificati interventi e percorsi formativi, i compiti educativi delle famiglie interessate.
La legge 328 annuncia che, per realizzare i servizi sociali in modo unitario ed integrato, gli Enti locali, le Regioni e lo Stato debbano provvedere alla programmazione degli interventi ed all’utilizzo delle risorse. L’obiettivo è che vengano seguiti i principi di coordinamento e di integrazione tra gli interventi sanitari, dell’istruzione e delle politiche attive del lavoro, coinvolgendo anche il Terzo settore.
La legge 328 prevede e promuove attività socio – assistenziali, da parte di associazioni di cittadini: le Onlus, le cooperative sociali, le organizzazioni di volontariato, gli enti di promozione sociale e le fondazioni. Questi organismi possono offrire e gestire alcuni servizi alternativi a quelli degli enti pubblici, rivolti ai cittadini che ne hanno bisogno. Inoltre, i rappresentanti di tutte le associazioni concorrono alla programmazione, all’organizzazione e alla gestione del sistema integrato dei servizi sociali, insieme con le istituzioni pubbliche.

BIBLIOGRAFIA
Sarpellon G.
1983 Rapporto sulla povertà in Italia. La sintesi della grande indagine CEE, La società (Edizione Franco Angeli), Milano.
1988 Emarginazione e dinamiche sociali, “Animazione sociale”, 1. Il testo in questione è stato preparato per il 14° colloquio europeo su “Emarginazione sociale e strategie per combatterla”, organizzato dall’ICCW (International council of social welfare), Roma: 20-25 settembre 1987.
1992 Nuova cultura e nuova prassi di carità nel contesto sociale e politico italiano, in “Memoria e prospettive. La Caritas italiana riflette sui vent’anni di attività.”, 43.
Simmel G. (1908), Soziologie. Untersuchugen uber die Formen der Verhesellschaftung, Berlin 1980, trad. it. Sociologia, Edizioni di Comunità, Torino 1998.
Tiberio A. e Fortuna F. (2001), Dizionario del sociale, Edizione Franco Angeli.

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