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L’assistente sociale: destra o sinistra? (3^ parte)

Ogni sistema sociale postmoderno ha un doppio sottosistema: la sicurezza sociale e l’assistenza sociale. La prima, la sicurezza sociale, è intesa come un complesso di attività ed iniziative sociali, pubbliche e private, dirette ad assicurare ai propri cittadini, in qualsiasi momento della loro esistenza, i mezzi necessari per soddisfare le loro necessità vitali, il benessere fisico, l’elevazione intellettuale e morale; la seconda, l’assistenza sociale, invece, è quell’attività diretta a prevenire o ad eliminare le situazioni di disagio o bisogno.

Ora, dove si colloca l’assistente sociale, se non nel secondo sottosistema? E per far ciò è naturale concepire se stessi su paradigmi relazionali e men che meno erogativi. D’altra parte se l’assistente sociale non dà casa, lavoro e soldi, perchè mai la gente lo suppone?

Sicuramente perchè la comunicazione pubblica in questi anni ha inviato messaggi in tal senso, ma senza prevederne le risorse. Oppure ha più spesso annunciato diritti che tali non si sono rivelati. Probabilmente un tale “welfare delle illusioni” ha bisogno di capri espiatori su cui scaricare la frustrazione dei ceti meno abbienti: credo che buona parte della genesi degli agiti aggressivi verso gli assistenti sociali risieda in questa scarsa abilità dei colleghi a districarsi tra mandato professionale e mission dell’organizzazione, tra ruolo e status, tra identità professionale e stereotipo imposto (ed a volte ahimè accettato).

Che fare? Come al solito spesso la risposta è in noi stessi e, più precisamente, nelle nostre radici etiche, radici che trovano espressione non solo nei pensieri “alternativi alla politica”, ma anche e specialmente nel nostro codice deontologico. Inviterei i colleghi non solo ad incarnare il codice stesso, ma anche ad abbeverarsi alla letteratura sociale extrapubblica.

Nelle pubblicistica c’è infatti un mondo (rappresentato dalla cooperazione, dal nonprofit, dal mondo ecclesiale, dai movimenti culturali alternativi) ahimè abbastanza sconosciuto ai colleghi. Nelle università si insegna ancora a saper programmare un “piano di zona” o a saper sviluppare un processo di spesa pubblica invece di leggere il mercato, creare una cooperativa, sviluppare un progetto di comunità.

Probabilmente acculturarsi in quel settore significa recuperare la nostra vera identità: noi non siamo esecutori di politiche altrui, ma siamo assistenti sociali politici (e non partitici) addestrati ad una scelta ben precisa, che è l’opzione per gli ultimi, gli indifesi, i dimenticati, i “figli di nessuno”.

Se davvero l’assistente sociale ardisce ancora al ruolo politico di “ponte tra bisogni e politica”, la politica bisogna farla dall’esterno delle istituzioni e prendendo posizione non partitica, ma politica in senso stretto, ovvero per la polis, per il popolo, per tutto il popolo, con una chiara preferenza per le fasce deboli. Si può quindi avere in tasca la tessera di partiti di destra o di sinistra, e ciò è un arricchimento culturale non da poco, eppure va tenuta come stella polare del nostro agire la nostra identità, ben delineata dal codice deontologico e fortemente ancorata alla nostra carta costituzionale.

Destra o sinistra? Abbiamo, quando comunichiamo noi stessi al mondo, tramite web o i canali tradizionali, un sano stile di equilibrio e certa autorevolezza. Curiamo i contenuti di ciò che sosteniamo e stiamo estremamente attenti a non urtare le altrui sensibilità. Il nostro fine professionale, in fin dei conti, è fare il bene e non il male, è costruire e non distruggere. In questo mondo già abbastanza frantumato cerchiamo – almeno noi!- di costruire relazioni, gettare ponti tra le culture, educandoci al rispetto e all’ascolto. Specialmente dei colleghi che la pensano diversamente!

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