Questo sito utilizza diversi tipi di cookie, sia tecnici sia quelli di profilazione di terze parti, per analisi interne e per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze manifestate nell'ambito della navigazione.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Se chiudi questo banner o prosegui la navigazione acconsenti all'uso di tutti cookie.

| |


Spazio libero per la tua pubblicità,
contattaci »


Diventare adulti: una ricerca possibile (terza parte)

Quarto indicatore direzionale: la bellezza. Cosa vuol dire testimoniare le bellezza?

Diventare adulti vuol dire anche testimoniare le bellezza.

Perché sobrietà, dialogo, autorevolezza o fermezza non annullano la bellezza del vivere e del crescere. Per rimandare al gusto del bello, all’importanza dell’estetica e alla forza del “piacere” liberamente e correttamente inteso.

Bello perché da cercare, da difendere, da inseguire e da realizzare. Bello perché l’avarizia, lo spreco, l’indifferenza, la passività e la condanna degli altri “abbruttiscono” la vita e il suo svilupparsi.

L’Italia ha ancora tanti poveri, ma la povertà non si sposa con il brutto, con il trasandato, con il trascurato, con la mancanza di dignità e di decoro. C’è bisogno di testimoniare la bellezza a chi veste a volte troppo lugubre a chi sta in qualche modo cercando orizzonti luminosi e vede davanti a sé solo il nero. A volte mi domando: ma perché tanti ragazzi vestono troppo di nero? E’ un nero lugubre e tante volte ho l’impressione che questi ragazzi hanno non solo il nero del vestito, che è anche la somma dei colori, ma hanno il nero di un orizzonte chiuso: non trovano casa e devono coabitare, non hanno dei riferimenti adulti, non hanno lavoro, non hanno speranze e nessuno che insegna loro una tensione al bello (il tutto e subito spesso fa virile).

Ma perché non ripartiamo dal testimoniare il bello? Il bello della tensione che cresce, il bello del valore condiviso, il bello dell’idealità, il bello della passione.
Educare i ragazzi al bello è un investimento, perché il bello apre al buono, apre anche al vero, apre alla ricerca.
Ultimo indicatore da trasmettere è: testimoniare la solidarietà. L’adulto oggi testimonia la solidarietà (non voglio parlare di quell’emotività edulcorante che siamo in qualche abituati a vedere alla televisione): parlo di quella solidarietà adulta che si sposa con i diritti e la giustizia, parlo di quella solidarietà adulta di chi sa vedere dietro alle povertà le negligenze, le omissioni, la mancanza di diritti.

Si è biondi e neri, non si è ricchi e poveri. Il colore degli occhi e di capelli sono un atto genetico: la povertà è una conseguenza socio-politica e credo che vada tutto letto con chiarezza.
A volte i giovani non sanno che la solidarietà è un valore costituzionale. E’ un testo laico che parla di solidarietà e loro non lo sanno. In un quartiere di 130 mila abitanti, a Torino, si doveva aprire un dormitorio pubblico del Comune per cinquanta persone senza fissa dimora, i cosiddetti barboni, aperto a novembre non poteva iniziare la sua attività perché ronde notturne di cittadini in massa hanno continuato a protestare perché quella struttura impoveriva il loro contesto, deprezzava gli alloggi, attirava tossicodipendenza, incrementava criminalità. Che aria respirano quei figli? Nessuno si proclama razzista in Italia! Però l’accampamento degli zingari nessuno lo vuole vicino a casa, la comunità dei tossici va bene ma non sotto il proprio oratorio o la scuola.

Solidarietà per educare al fatto che “normale” è parola cancello che impedisce ad ogni diversità di trovare cittadinanza e che di conseguenza, discrimina.
Forse non c’è bisogno di suscitare emotività, c’è, in realtà, un gran bisogno di richiamare a ciò che è giustizia, e basta. Una giustizia che diventa solidarietà, è testimoniata dal sentirsi tutti responsabili di tutti.

Solidarietà per ricordare che tanto l’essere quanto l’avere sono il frutto di una complessità che non è mai bene semplificarle in facili e sterili condanne. Solidarietà per aiutare a capire chi vive al Nord del mondo è in qualche modo corresponsabile delle fatiche e delle povertà che si consumano al sud.
Essere credo voglia dire incontrare le persone e affrontare i problemi.
Con Don Ciotti si è scritto, all’interno del Gruppo Abele, un testo: “Persone, non problemi” che vuol dire: affrontiamo i problemi ma incontriamo le persone. Questo credo che vada letto guardando un giornale e dicendo di non giudicare.
Se non sai, se non conosci con precisione, sospendi il giudizio e dì che non sai. Non accontentarti del sentito dire o dell’informazione, a volte distorta, dei mass-media.
Non giudicare e criticare sempre tutto e tutti perché per i nostri figli, le nostre frasi fanno catechesi quotidiana, l’impregnano di questi valori, anzi, pseudo valori, poi ci si chiede dove respirino i ragazzi queste cose.
Testimoniare la solidarietà non può essere soltanto un impegno emotivo, ma è anche un impegno culturale.

Ai giovani dobbiamo dire che c’è una costituzione che parla di diritti. Si testimonia la solidarietà informandosi, andando ad incontrare, fermando la gente che fa domande: “No, non firmo questo”, e lo dico in modo garbato, “perché non mi ci riconosco, ho tentato di farmene un’idea”; non mi metto la coscienza a posto dandoti cinque euro e poi raccolgo le firme per cacciare un malato di AIDS.
Questa solidarietà si esprime anche nel linguaggio: uso il termine tossici o persone che si sono drogate? Se una persona è stata in prigione, se ha fatto una scelta che ha rielaborato, se ha vissuto una fragilità legata all’alcol o a qualche sostanza, a volte deve cambiare strada perché non l’accettano più. La solidarietà va impregnata nel quotidiano, con questa tensione che è una ricerca possibile del divenire adulti.
Ognuno di noi quando parla, parla anche di se stesso ed è a se stesso, prima di tutto, che annuncia queste scommesse, queste tensioni.

E’ bello poter dire che in giro per l’Italia esistono persone che hanno voglia di mettersi in discussione e di scommettere, non solo sulla possibilità di essere adulti, ma anche di aiutare gli altri a diventare adulti, perché è questa la spirale che ci fa camminare. Se uno aspetta di essere prima di aiutare gli altri. Non lo diventerà mai.
Forse bisogna ad un certo punto fermare l’idealismo, attivarsi in un processo storico e scoprire che aiutando ci si aiuta, camminando con altri si cresce. Nella reciprocità fatta di giustizia, di fedeltà, di libertà, di bellezza, scopriamo il volto della giustizia e della solidarietà che è prossimità. Valori che sono punti di arrivo più che punti di partenza. Provare a realizzare con i propri figli, in una vicinanza che non soffoca, che non abbandona, che non umilia e che non allontana, sono le gioie e le fatiche dell’essere e del diventare adulto.

Articoli Correlati

Nessun commento Lascia un commento »

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento

(obbligatorio)