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Mediazione familiare (roba per pochi)

Esiste l’anima gemella? Secondo il psicoterapeuta Carl Whitaker, in ogni coppia esistono dei legami inconsci che fanno durare il rapporto per sempre. Ecco perché, i conflitti perdurano, anche dopo una separazione, a causa di legami emotivi non risolti fra i coniugi.
Il danno peggiore, tuttavia, è rappresentato dalle conseguenze che subiscono i figli minori che sono coinvolti nella fase di transizione perché la loro reazione può essere fuorviante per i genitori e per coloro che gravitano attorno all’ambiente di vita (scuola, gruppo di pari, parentela, etc.) e che indirettamente vivono la crisi del sistema familiare.
Nel 1980 Kenneth Kressel individuò 4 tipi di coppie problematiche: “invischiate” nelle quali la differenza è mal tollerata con conseguenti conflitti interminabili, “autistiche” che si caratterizzano per la povertà di relazioni, “dirette” che si parlano con franchezza e “disimpegnate” che comprendono persone che che sono già separate o coinvolte in altre relazioni.
Con le coppie invischiate, il mediatore lavora per il cambiamento delle regole: se ognuno parla senza ascoltare l’altro, questi potrà intervenire “cronometrando” gli interventi di ciascuno.
Con le coppie autistiche, il pedagogista deve stimolare la comunicazione anche a costo di “imboccare” le parole per loro affinché confermino o smentiscano la loro esperienza emotiva.
Nelle coppie dirette, lo psicologo deve chiarificare le emozioni e porre un limite alle discussioni sterili.
Nelle coppie disimpegnate, l’avvocato si limita ad un lavoro di revisione di quanto già deciso.
Tale classificazione è comunque parziale perché non c’è una specificità dei conflitti in tutti i contesti: si possono fare delle analisi singolari ma la casistica è in continuo aumento. Non si può parlare, quindi, di specificità di una singola professione ma si possono individuare nel sistema familiare quelle dinamiche che più si riscontrano per ogni campo d’intervento, ad es. l’assistente sociale valuta i bisogni dei figli minori.
Perciò piuttosto che al tribunale, i genitori preferiscono ricorrere alla mediazione per il quale ognuno può assumere delle diverse strategie a seconda degli interessi.

Bibliografia

Laurent-Boyer L., La mediazione familiare. Collettivo multidisciplinare (tit. orig. La mediation familiale. Collectif multidisciplinaire coordonnè), Liguori, Napoli, 2000.

Kressel K., Jafee N., Tuchman B., Watson C., Deutsch M., A typology of divorcing couples: implications for mediation and the divorce process, “Family process”, 1980, 2, pp. 101-116.

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3 commenti Lascia un commento »

  1. Secondo il vostro parere è possibile svolgere la professione di assistenti sociali in parallelo a quella di mediatore familiare?

    Commento by Vita — 27 maggio 2015 [Permalink]

  2. Si Vita, dovrebbe essere la promessa della libera professione, ma potrebbe essere anche uno stimolo per il settore pubblico ad assumere personale specializzato per redimere le controversie che si presentano in tribunale in maniera alternativa rispetto alle procedure tradizionali spesso farraginose e inefficaci. Chi non vorrebbe approfondire le proprie competenze (il che è una forma di specializzazione) per iniziare questo tipo di carriera?

    Commento by Luigi Badolati — 2 giugno 2015 [Permalink]

  3. La mediazione familiare per la mia esperienza è la peggiore strada da percorrere. Vedere che i mediatori mettono uno contro l’ altro ,farci fare una guerra.quando abbiamo lasciato la mediazione e da civili abbiamo parlato da soli tutto si è risolto

    Commento by Luciana — 14 luglio 2015 [Permalink]

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