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Divorzio all’italiana, affido all’amante

La legge 08.02.2006 n. 54 ”Affido condiviso” può essere considerata una tappa rivoluzionaria in materia perchè nella maggior parte dei casi era sempre la madre ad essere favorita. È risaputo, tuttavia, che l’assistente sociale fa sempre l’interesse del minore e mai quello dell’uno o dell’altro genitore. Però è anche risaputo che una persona è sempre un essere umano e come tale, oberato da sentimenti di varia natura. Il tg5 il 14 giugno scorso ha trasmesso un servizio relativo a una vicenda assai curiosa, bizzarra e a tratti grottesca. Ecco in sintesi la cronistoria degli avvenimenti. Due anni fa una coppia siciliana decide di divorziare e chiede un giudizio sull’affidamento della piccola figlia di appena nove anni. Il Tribunale di Agrigento incarica, come da prassi, l’assistente sociale, di redigere una serie di relazioni (ben cinque) sulla condizione familiare, che depongono in favore dell’uomo e permettono alla giustizia di sottrarre la patria potestà alla madre. Il giudice però non è al corrente che l’assistente sociale in questione ha molto più in comune con uno dei genitori di quanto si pensi. L’ex moglie, infatti, stimolata da talune mormorazioni del paese, non si da per vinta e avverte i carabinieri, i quali vengono a scoprire di una relazione segreta tra l’uomo, padre della bambina contesa, e l’assistente sociale, che è immediatamente denunciata per abuso d’ufficio.

La vicenda ricorda vagamente il lungometraggio ”Divorzio all’italiana” girato da Mario Germi nel 1961 con Stefania ”Angela” Sandrelli e Marcello ”Fefè” Matroianni (il quale interpreterà anche un ruolo analogo insieme a Sofia Loren nel sequel Matrimonio all’italiana) a sua volta ispirato dal romanzo di Giovanni Arpino ”Delitto d’onore”. Vagamente, ho detto, perchè entrambe le vicende si svolgono in terra sicula dove vi sono tradizioni ben radicate (secondo le statistiche si tratta della regione con il tasso minore di divorzi), con la differenza che all’epoca il divorzio era proibito (l’Italia, unico paese in Europa, insieme alla Spagna e al Portogallo), mentre oggi se ne fanno ”come il pane” con gravi ripercussioni sui figli. Entrambe le vicende si svolgono in un contesto provinciale dove, come dire, funziona il motto ”lingua lunga e grilletto corto”, all’ombra dell’Italia del boom economico, e come tale si assiste alla nascita di una borghesia che preferisce l’ozio al negozio, ma che aveva ereditato i codici (civile e penale) dal sapore ancora fascista e quindi non uniformati dalle esigenze sociali dell’epoca. Da notare in questa vicenda come in altre, l’emergere di figure concorrenti all’assistente sociale quali l’avvocato (nel film è autore di una dura arringa) che al giorno d’oggi è più che mai impegnato nella difficile opera di mediazione, e il giornalista che non riconosce la differenza tra assistente sociale e consulente sociale (o almeno così appare nei titoli di coda).

La conclusione non depone certo in favore del già difficile processo di costruzione dell’immagine della professione che, parafrasando Maria Clelia Zurlo, si potrebbe definire come un’involuzione dal ”tetraedro dell’affido” (padre, madre, figlia e assistente sociale) al ”teatro dell’io” con una svolta deviante e a tratti anche sorprendete ma, come si dice spesso in questi casi, al cuore non si comanda.

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1 commento Lascia un commento »

  1. Lapsus dell’autore! Il regista del film del 1961:”Divorzio all’italiana” non è MARIO ma PIETRO Germi!;))

    Commento by zena — 3 agosto 2011 [Permalink]

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