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Il colloquio di lavoro

Se il colloquio è lo strumento principe dell’assistente sociale, visto che è lui a condurlo con chi ha bisogno di aiuto, nel caso di ricerca di lavoro le parti si invertono: è il selezionatore a condurre il colloquio. L’assistente sociale-interlocutore passivo non è solo un “salto di barricata”, ma un’esperienza interessante da fare per conoscersi e padroneggiarsi meglio. D’altra parte saper affrontare bene un colloquio di lavoro è un’arte che si apprende e serve per vivere. Si tratta generalmente di sedersi di fronte a uno sconosciuto per pochi minuti per vendere se stessi, il vostro talento, le vostre competenze.

E’ un’arte che si apprende, dicevo. Quindi carta e penna e disegniamo le regole del percorso. Si tratta, in poche parole, di ipotizzare un interscambio comunicativo finalizzato a “convincere” l’interlocutore, specialmente quello che dà l’o.k. per lavorare, quindi il colloquio in questione rappresenta il momento più importante per vendere se stessi. Si tratta di confermare l’idea che il selezionatore si è fatta durante la lettura del curriculum, al che bisogna non solo dare prova delle competenze dichiarate, ma anche agire sull’interlocutore per indurlo alla scelta giusta. Gestire un colloquio è l’abc di un assistente sociale, come dicevo; nella selezione si è semplicemente “dall’altra parte”, il che non vuol dire non avere strategie o regole. Vediamo ora di dare alcune indicazioni su come attrezzarsi al meglio per risultare efficaci.

Punto uno: curare la comunicazione non verbale. Se vogliamo convincere un interlocutore dobbiamo “sedurlo” appagando le sue aspettative (capire se siamo la persona giusta), aspettative che in realtà sono le nostre (siamo noi la persona giusta!). Occorre vestirsi in modo neutro, né in maniera sciatta, neanche troppo elegantemente: giacca e cravatta per gli uomini e tajeur per le donne (consiglio il blu) sono sempre vincenti. Evitate iper-trucchi, come pure ori e bigiotteria troppo appariscenti. Raccomando le “buone maniere”, la cortesia e l’attenzione. Siate rilassati: non gesticolate, non sproloquiate e non assumete posture goffe o “equivoche”.

Punto due: essere se stessi. L’interlocutore vuole capire chi siamo, e per farlo ha poco tempo a disposizione. Siamo quindi rilassati e naturali. Parliamo di noi in senso equilibrato, evitando di esaltare troppo le nostre doti o di riversare la nostra ansia sul selezionatore. Va evitato ogni messaggio anche lontanamente a sfondo affettivo o sessuale, il che è solo inopportuno o, peggio ancora, ingenera equivoci poi difficili da gestire durante il lavoro successivo.

Punto tre: prepararsi al colloquio. Non si va a “scatola chiusa” ad una selezione, ma si preparano le strategie giuste per superarla. Conviene informarsi prima sul posto da ricoprire e sull’organizzazione selezionante, visitando il suo sito internet, cercando confronti con colleghi già lì operanti, o chiedendo informazioni: magari l’incarico non vi è gradito fin dall’inizio, al che conviene evitare il colloquio per non perdere tempo (e non farlo perdere agli altri!). Se l’incarico interessa, bisogna “anticipare” il selezionatore circa la comunicazione delle vostre competenze: non bisogna quindi perdere tempo a raccontare di se stessi, ma esplicitare subito quello che si sa fare e ciò che si vorrebbe fare in quell’organizzazione.

Punto quattro: gestire proattivamente il colloquio. Prima parlavo di seduzione, e quale miglior strumento, se non il ballo di coppia? Come i ballerini sanno, non basta “muoversi”, occorre “sapersi muovere”, tentare gli avvicinamenti sensuali ai giusti momenti e mantenere le giuste distanze a momento opportuno. Chi seduce non “prende”, generalmente recita un copione finalizzato all’“essere presi”. Certo, si tratta in prima battuta di capire le intenzioni reciproche, e quelle è davvero il caso di dichiararsele subito, per evitare fraintendimenti imbarazzanti. Chi seleziona cerca competenze, mentre il candidato cerca soldi: evitate quindi di parlare di compensi e premi prima ancora di sapere le responsabilità che vi saranno conferite. Nel colloquio, in fondo, il vero interesse è del candidato: mi piace o no quell’organizzazione? Lasciate quindi che, dopo la vostra presentazione, sia il selezionatore a parlarvi di quell’organizzazione e, specialmente, delle aspettative su “quel” posto da ricoprire. Se non lo fa, oppure glissa a debita domanda, due sono i motivi: o non lo sa (e allora che ci sta a fare?) o sotto c’è puzza di bruciato.

Punto cinque: capire la struttura del colloquio. Non esiste un solo modello di colloquio, ma ce ne sono ben tre, occorre già nei primi minuti capire la tipologia adottata dal selezionatore e comportarsi di conseguenza. Se lui balla la samba non è proprio il caso di fare passi da valzer: occorre quindi capire il paradigma in cui ci si muove e, in questa logica, giocare d’anticipo. Non comprendere ciò provoca una percezione di “inadeguatezza” nel candidato, il quale non sa quando e come intervenire. Dicevamo che il colloquio può essere di tipo:

  1. (è il caso dei concorsi). Dopo un preambolo finalizzato a far rilassare il candidato, il selezionatore pone domande precise e dirette a cui occorre rispondere in maniera conseguente. Generalmente le risposte generiche o approssimative non sono valutate positivamente.
  2. (è il caso delle selezioni in area privata). Generalmente il selezionatore gestisce la comunicazione con due aree di domande, una più tecnica (che cosa sai?) ed una più osservativa (fammi capire chi sei). L’obiettivo è quello di far parlare il candidato non solo sulle cose, ma su se stesso. Sovente ricorrono domande ipotetiche, poste con lo scopo di verificare come il candidato è capace di risolvere un problema o produrre un ragionamento. L’eventuale dibattito o contraddittorio non è negativo, anzi: è il clou in cui si testa la “tenuta” del candidato. Il clima di questo colloquio è indubbiamente più rilassato (in apparenza), ma esso è invece finalizzato a verificare il candidato “in azione”.
  3. (stile “collocamento” o “interinale”). Si tratta di una serie di domande aperte poste al candidato senza restituzione, in cui il candidato stesso, se vuole, propone sue comunicazioni. Il selezionatore ha generalmente un ruolo passivo, in cui registra le risposte e le traduce in items.

Punto sei: controllare la comunicazione verbale. Ovvero: “prima di aprire la bocca, controllate che la testa sia collegata alla spina”. Ciò che si dice non dev’essere spontaneo, ma consapevolmente gestito e fortemente mirato all’obiettivo. Evitate comunicazioni troppo veloci o troppo prolisse: infastidirebbe solo il selezionatore. Sintonizzatevi sull’interlocutore: si tratta non solo di rispondere, ma anche di formulare ragionamenti. Non divagate, orientate la comunicazione sugli indicatori che interessano l’interlocutore: le competenze. Sappiate anche che, generalmente, il giudizio si basa su un’impressione che si consolida nei primissimi minuti del colloquio, approfittate quindi delle prime battute. Va inoltre evitata una comunicazione pessimistica, critica o disfattista, come pure il giudizio su precedenti datori di lavoro: tutti aspetti che giocano contro di voi!

Concludendo: è opportuno non solo riflettere sugli aspetti sopra elencati, ma tradurli in abilità comunicative. Non basta insomma l’aver compreso razionalmente, occorre anche padroneggiare le proprie emozioni. E’ per fare questa sintesi che suggerisco sempre un lavoro preparatorio al colloquio: prevedere le possibili domande e riflettere in anticipo sulle risposte più opportune, come pure simulare il colloquio con una persona di fiducia (o con una telecamera). E’ solo questione di imparare a gestire un ruolo in senso attivo e consapevole: anche ciò è una competenza.
(http://digilander.libero.it/ugo.albano)

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