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Fare l’assistente sociale all’estero (I parte)

Decidere di fare l’assistente sociale all’estero non è come fare una gita fuori porta: alla voglia di lavorare devono aggiungersi diversi altri presupposti senza i quali l’auspicata (e sana) volontà di volersi giocare lavorativamente va a scontrarsi col fallimento più assoluto. L’esperienza di inserimento di un assistente sociale all’estero non è per nulla facile, lo dico per diretto vissuto. E’ però esperienza umana che consiglio a tutti, sia per crescere come persone, sia per fare i conti con le proprie emozioni ed i propri equilibri, sia per imparare cosa significhi “essere straniero”, il che non guasta ad un assistente sociale sempre più a contatto con culture “altre”. Vediamo un pò di dare ai colleghi le giuste coordinate.

Andare a lavorare all’estero è una “scelta di vita”. Diversamente che dai nostri nonni – braccianti analfabeti imbarcati sui bastimenti per le lontane Americhe – noi siamo una professionalità alta e di facile inserimento, ma a certe e precise condizioni. Scelta di vita, dico non a caso, in quanto si decide di cambiare la vita in modo radicale e non di fare “un’esperienza” Attenzione quindi alle “fughe perché in Italia non c’è lavoro”: è come cercare un partner dopo una storia finita male…… Le emozioni di chi parte sono tante: voglia di riscattarsi? Voglia di vedere il mondo? Odio verso la madrepatria avara di opportunità? Sono tutte domande a cui dare una risposta ben prima, perché è proprio in base a queste che poi si struttura un “progetto migratorio” in sintonia col proprio “progetto di vita”. Certo, ogni situazione è un caso a se stante, bisogna però considerare il rischio a che l’esperienza, seppur provvisoria, diventi poi per noi definitiva. La nostra identità deve quindi disporsi a modificarsi, cioè ad adattarsi alla cultura ospitante, pur mantenendo le radici. Beninteso, la questione non riguarda solo i giovani virgulti del servizio sociale, riguarda anche i suoi “frutti stagionati” con addosso una forte (e sanissima) voglia di rimettersi in gioco nella vita. Se si pensa per esempio alla partecipazione a progetti di cooperazione internazionale, sono proprio i colleghi maturi a scegliere di andare in aspettativa per volare all’estero.

Il Paese di destinazione. Solitamente la scelta del Paese di destinazione non è mai casuale: non è certo tirando a sorte tra i diversi Paesi del mappamondo che si decide di partire. E’ buona norma partire già con un contratto in tasca o, almeno, buoni contatti con cui si è già lavorato prima. Ciò significa candidarsi nel modo giusto e secondo la lingua giusta: in questo internet indubbiamente aiuta. Date garanzie: costruirsi una pagina internet o lavorare al proprio profilo di LinkedIn nella lingua del Paese in cui volete emigrare può essere una scelta vincente per farvi selezionare nel miglior modo. Spesso però si arriva a “sondare il terreno” attraverso amici e parenti già lì residenti: non vergognatevi di ciò, anzi sappiate che l’emigrazione funziona così! E’ poi normale “trovarsi male” all’inizio, o comunque alle prese con remore di ripensamento. Quel che consiglio di evitare, all’inizio, è di frequentare italiani: concedetevi in una full-immersion con i locali, dimenticatevi le tagliatelle della mamma e le canzoni di Sanremo. Dovrete quindi “prendere le misure” (emozionali) tra voi e l’ambiente che vi ospiterà, a cominciare dai ritmi meteorologici fino alle abitudini alimentari. Evitate inoltre la trappola dell’ “aspettativa idealistica”: nessun Paese è perfetto. Ovunque andiate, non perdete di vista l’obiettivo del miglioramento del quadro generale della vostra situazione personale, che chiaramente deve risultare diverso rispetto a quello di partenza. Se cioè dopo mesi, invece di fare l’assistente sociale, fate ancora la lavapiatti, qualche riflessione fatevela pure venire.

La lingua. Molti pensano che parlare la lingua del posto ospitante sia un aspetto di cui tenere conto solo dopo esser arrivati nel Paese di destinazione. Nulla di più sbagliato: lavorare all’estero, ma anche semplicemente viverci senza sapere la lingua locale, è un’esperienza molto frustrante. È da una parte vero che stando sul posto i tempi di apprendimento si riducono notevolmente, ma l’isolamento e lo sconforto che derivano dal non poter comunicare possono rappresentare un grande ostacolo nella fase iniziale, oltre a richiedere un enorme carico di energia per potersi inserire il prima possibile. A prescindere dall’importanza che ha la lingua per cercare lavoro e rapportarsi con i colleghi una volta ottenuta l’occupazione, la conoscenza dell’idioma è fondamentale anche nei momenti di svago e di vita quotidiana: dalla tv al cinema, dalla richiesta d’informazioni per strada alla spesa nei negozi, tutto sembrerà incomprensibile! Meglio dunque organizzarsi per tempo e magari seguire un corso di base (su internet ce ne sono di gratuiti!). Consiglio quindi di imparare almeno a livello di base la lingua in Italia, continuando poi in quel Paese a frequentare corsi. In ciò trovarsi un fidanzato locale aiuta non poco: opzione che consiglierei caldamente.

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